Diario Terziario del 01/12/2015 - page 1

L’accordo è frutto
delle grandi
mobilitazioni
dei lavoratori
e di una trattativa
tesa e serrata
che tuttavia,
non senza
difficoltà, ha
recuperato terreno
pezzo per pezzo
Diario
terziario
T U R I S M O
C O M M E R C I O
S E R V I Z I
DICEMBRE
I
l 16 novembre si è concluso il
referendum di consultazione fra le
lavoratrici e i lavoratori Ikea, che
ha determinato l’approvazione del
testo siglato al termine della trattativa
per il rinnovo del Contratto integrativo
aziendale (Cia), con il 73% di voti a
favore. Una trattativa complicata, a
causa di una disdetta unilaterale
dell’azienda che è giunta come un
fulmine a ciel sereno cancellando in un
colpo più di venti anni di
contrattazione e chiamando le
lavoratrici e i lavoratori a una
mobilitazione senza precedenti in Ikea.
Insieme a Giuliana Mesina, già
segretaria nazionale Filcams, che ha
seguito tutte le fasi della trattativa,
ricostruiamo il percorso della vertenza
cercando di comprendere meglio
l’attuale situazione.
Dopo l’esito positivo del referendum,
possiamo dire che il rapporto con
Ikea è recuperato nonostante la
disdetta?
Il referendum è stata una grande prova
di partecipazione delle lavoratrici e dei
lavoratori di Ikea (ha votato quasi l’80%
della popolazione aziendale, ndr), non
scontata, vista la genesi di questa
trattativa e la difficoltà di recuperare
quello che l’azienda ha cercato fino alla
fine di mettere in discussione.
Nonostante ci siamo, purtroppo,
confrontati con le disdette della grande
distribuzione organizzata ormai da
qualche anno, il caso di Ikea ha avuto
l’aggravante di mettere a repentaglio
l’intero sistema di relazioni sindacali,
poiché è venuto meno l’affidamento
reciproco di protezione e correttezza.
Una disdetta non è mai accettabile per
l’organizzazione sindacale, ed è sempre
una scelta unilaterale dell’azienda che
vuole in qualche modo porre un aut aut
al tavolo e negoziare partendo da una
posizione molto arretrata. Nel caso di
Ikea poi, la disdetta è giunta in modo
inaspettato, quando il tavolo di rinnovo
del Cia era appena avviato, dopo aver
accumulato qualche mese di ritardo a
causa di due rinvii dovuti all’azienda (si
stava insediando il nuovo Ad di Ikea
Retail Italia, Belen Frau). La prima
reazione dei lavoratori è stata quella di
sentirsi in qualche modo traditi. Non
c’è mai stata infatti in passato una
grande conflittualità in Ikea, proprio
perché si è sempre cercato di risolvere
insieme anche le situazioni più critiche.
Solo qualche mese prima, ad esempio,
si erano concordati alcuni interventi di
contenimento dei costi, proprio per
affrontare la situazione complicata di
alcuni store, non ancora in grado di
realizzare un utile positivo. Per questo,
in una prima fase non è apparsa
“realistica” la volontà dell’azienda di
cancellare tutta la contrattazione
integrativa, malgrado vi fossero atti
formali a dimostrarlo: la tradizione
partecipativa di Ikea era seriamente
messa in discussione, anche se
l’azienda stessa ha avuto, in più di una
occasione, atteggiamenti contraddittori,
creando molte complicazioni al tavolo
di trattativa.
Quali sono gli aspetti che hanno
convinto la Filcams a siglare l’ipotesi
da sottoporre a referendum?
Innanzitutto abbiamo fatto una
valutazione di contesto, relativamente a
un settore privo di contratto nazionale
e a una stagione contrattuale ormai
lunga e contraddistinta da disdette e da
accordi difensivi. Il valore politico
rappresentato dal recupero del Cia non
ci è sfuggito. Naturalmente va
sottolineato che siamo partiti da una
specie di tabula rasa, in cui l’azienda
aveva rimesso in discussione
praticamente ogni elemento del
contratto aziendale: il risultato finale è
stato il frutto delle grandi mobilitazioni
dei lavoratori e di un percorso di
trattativa molto teso e serrato, che ha
recuperato con molta difficoltà il
terreno, pezzo per pezzo. Infine,
abbiamo visto ripristinata l’architettura
del Cia disdettato, riconosciuto il ruolo
negoziale delle Rsa e Rsu e
salvaguardati comunque alcuni
elementi importanti, quali il premio di
partecipazione, la volontarietà delle
prestazione domenicale per chi l’aveva
prima della disdetta, la
SEGUE
APAG.2
Un risultato
positivo
[
INTEGRATIVO IKEA
]
Il silenzio
non ci
appartiene
I
l 19 dicembre, dopo la grande
adesione del 7 novembre, i
dipendenti delle aziende aderenti
a Federdistribuzione, Distribuzione
Cooperativa e Confesercenti sono
pronti a scendere di nuovo in piazza
per farsi sentire.
L’assenza di un contratto nazionale, e
in alcuni casi anche di un contratto
aziendale, vuol dire peggiorare le
condizioni quotidiane di chi lavora e
in prospettiva operare in un settore
dove vengonomeno punti di
riferimento certi. Vuol dire
destrutturare invece chedefinire
regole certe su cui misurarsi per
competere in unmercato sempre più
complesso.
La richiesta di flessibilità, la
diminuzione dellemaggiorazioni per
le aperture domenicali e festive, il
mancato aumento salariale: ad
essere sempremessi in discussione
sono i diritti e le tutele delle
lavoratrici e dei lavoratori, che
continuano ad affrontare le
conseguenze dei cali di consumi,
delle crisi aziendali e dei mancati o
ridotti margini delle imprese.
L’obiettivo di recuperare produttività
e competitività continua ad essere
declinato solo con interventi di
riduzione del costo del lavoro.
Ma la partecipazione allo sciopero del
7 novembre, l’attenzionemediatica
ricevuta, il coraggio dimostrato dalle
lavoratrici e dai lavoratori, hanno
provato, ancora una volta, quanto è
importante lottare insieme anche se
distanti, quanta forza si ottiene
combattendo per un obiettivo
comune. Insieme la voce si fa più
forte, e forte è il segnale arrivato alle
orecchie delle parti datoriali al di là
delle dichiarazioni rilasciate sulle
diverse percentuali di adesione allo
sciopero.
E se il messaggio è arrivato, ma le
posizioni rigide sono rimaste
invariate, siamo nuovamente pronti a
scendere in piazza: non spaventa, il
periodo natalizio, quando la frenesia
dell’ultimo week end di ricerca di
regali renderà tutto più difficile a
tutti; e ancorameno spaventano le
diversemodalità con le quali le
aziende cercano di convincere i
propri dipendenti a desistere dal
partecipare allo sciopero.
Siamo tanti e siamo uniti.
Più Forte, #FuoriTutti
L’EDITORIALE
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