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Coworking. L'officina dei talenti

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La parola è inglese ma le caratteristiche sono tutte italiane. L'esperienza sempre più diffusa di giovani professionisti che lavorano sotto lo stesso tetto, condividendo spazi e strumenti e scambiando competenze DI CRISTINA MACCARRONE

di Cristina Maccarrone

Coworking. L'officina dei talenti (da boursenewhaven.com) (immagini di Davide Orecchio)
Forse una risposta alla crisi o forse un modo concreto per venire incontro al bisogno di ognuno di condividere informazioni, di lavorare in squadra, di sentirsi parte di qualcosa. Fare rete al giorno d’oggi diventa sempre più importante ed è per questo che crescono in maniera esponenziale i coworking. La parola è inglese ma le caratteristiche sono tutte italiane e, nel viaggio che abbiamo fatto da Nord a Sud, abbiamo avuto modo di vedere come il nostro paese, da questo punto di vista, sia più unito di quanto possa sembrare.

Milano, Firenze, Palermo, solo per dire alcune delle città dove liberi professionisti, freelance e startupper lavorano sotto lo stesso tetto condividendo sale riunioni, stampanti e tanto altro. E se i comuni di Ferrara prima e quello di Milano poi hanno indetto dei bandi per finanziare giovani professionisti che vogliano lavorare in coworking, vuol dire che si va sempre più verso questa direzione.

Il nostro viaggio non poteva che iniziare dalla capitale economica, Milano, dove siamo andati a vedere Talent Garden (Tag) – con una puntata anche a Bergamo – e Piano C, nati tutti molto di recente. Appena entri nel Talent Garden di Milano quello che colpisce è l’ambiente che tutto sembra fuorché un posto dove ti rinchiudi per lavorare. Nella sala d’ingresso, infatti, tra sedie riciclate e mobili di cartone c’è un giardino, ovviamente sintetico ma che rende subito l’idea. “Per coltivare talenti e idee, da qui il nome”, spiega Davide Dattoli, anni 22, cofounder.

Il Tag è un edificio di 3mila metri quadri con terrazza, dove hanno “affittato” una scrivania circa cento professionisti detti anche “abitanti”. E dove convivono progettisti, startupper, grafici, designer, giornalisti e un’azienda di San Francisco, Uber, che ha scelto Tag per intraprendere la sua attività in Italia. Professionisti che lavorano nello stesso ambiente al proprio progetto. Ma che, grazie a questo, “condividono competenze, si contaminano a vicenda”, precisa Davide. “In Tag ci sono volutamente persone con background simili – prosegue –, che lavorano nel digitale e nella comunicazione. Un’idea nasce mentre si gioca a calcio balilla, si prende un caffè o durante gli eventi che organizziamo mensilmente, aperti anche all’esterno”.

Per Mario Viviani, sviluppatore di applicazioni per Android di 25 anni, il Tag di Bergamo è stato fondamentale per avviare la sua attività. “Ho sempre lavorato come freelance, ma da quando sono entrato qui, nel maggio 2012, ho deciso di concretizzare la mia attività creando la Mariux App. In meno di un anno ho realizzato quattro nuovi progetti e, strano ma vero, sono così pieno di lavoro che a volte devo dire no. Ci sono progetti proposti dallo stesso Tag, che ha contatti con aziende e investitori, o dagli stessi abitanti che hanno bisogno di altre professionalità e le ricercano nel posto più vicino: la scrivania accanto. E dove non arrivi tu arriva un altro: una volta mi ero bloccato su una cosa, sono stato a casa per due giorni senza venirne a capo e invece mi è bastato venire qui per risolverla chiedendo aiuto a un collega”.



Le donne sono invece il vero obiettivo di Piano C, o meglio il fatto di concedere un’alternativa alla scelta tra il dedicarsi alla vita professionale (piano A) o a quella privata (piano B). Piano C ha vinto il premio come “migliore progetto di innovazione sociale” (15mila euro) concesso dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti. “Una piccola parte rispetto all’investimento iniziale di 100mila euro – ci spiega Raffaele Giaquinto, community manager – ma che ci permetterà di replicare questo modello”.

“Il nostro obiettivo – continua – è creare una muova modalità di lavoro che vada oltre gli schemi tradizionali e che, soprattutto, consenta alle donne di non rinunciare né al lavoro né alla famiglia. L’idea è infatti venuta a cinque di loro che hanno sperimentato sulla propria pelle quanto all’interno di un’azienda sia difficile essere contemporaneamente mamme e professioniste”.

Piano C anche in questo è molto particolare: le donne entrano tutte, sia mamme che non, mentre gli uomini solo in versione papà con prole al seguito. Quello che lo rende poi unico non sono tanto le postazioni o le sale riunioni con le frasi di Einstein, quanto le due sale in fondo dedicate ai bambini dove viene attivato il servizio di cobaby, che ha un costo più basso di una normale baby sitter e che è gratuito o con un prezzo ribassato durante i vari eventi per dare la possibilità anche ad altre mamme di partecipare a incontri formativi.

E proprio a dimostrazione dell’importanza di questo servizio, tra le ultime conquiste di Piano C c’è l’appoggio da parte della Regione Lombardia che, grazie al Progetto Dote Conciliazione, sovvenziona il cobaby con importi fino a 200 euro al mese per un massimo di 1600. Ma non finisce qui: mentre si divide la scrivania si può ordinare la spesa online, la cena, usufruire del servizio lavanderia (con ritiro e consegna nella sede di Piano C) o usufruire di convenzioni con i negozi del quartiere.

“Vedere connessioni là dove non esistono ancora” è il motto del coworking Multiverso. Siamo a Firenze e anche qui professionisti con estrazione e background diversi si ritrovano a lavorare sotto lo stesso tetto. Oltre ad avvocati, commercialisti, architetti, in Multiverso c’è anche una sala di produzione audio video (uno degli abitanti è un sound designer). E poi associazioni, book designer, project manager e altro ancora. Spesso è lo stesso Multiverso e la società che lo gestisce, la Back sas, ci racconta Silvia Baracani “che dà progetti agli abitanti del coworking.

Tra gli ultimi, un book trailer con una casa editrice. Vogliamo creare una realtà Multiverso che lavori sempre più con l’esterno. Anche il nostro sito è il contributo di tante professionalità interne”. Progettualità sì, ma senza dimenticare la crisi: “Per venire incontro a tutti – prosegue Silvia – abbiamo pensato a varie modalità di contratto e inventato il coffee club: si viene a lavorare per una giornata pagando solo 5 euro, caffè incluso. Vale per chi è di passaggio e per chi vuole respirare la nostra atmosfera”.

A Palermo il coworking Re Federico punta anche a condividere filosofie di vita sostenibile e di “share economy”. Qui, ci racconta Marina Sajeva, 34 anni, “si fa la spesa con il gruppo d’acquisto solidale che viene da noi una volta a settimana portando frutta e verdura sia per i professionisti del coworking che per gente esterna. Mangiamo tutti insieme nella cucina, il pranzo costa 2 euro, e per noi è un momento importante di condivisione. Ma l’attenzione per l’ambiente non si limita a questo: lo spazio è arredato interamente con materiali riciclati, c’è una sala relax con pallet, divani e ruote e tutto si basa su questa attenzione per il riutilizzo dei materiali”.

In Re Federico si organizzano con cadenza mensile incontri di formazione sul lavoro: “Qualche mese fa abbiamo parlato di partita iva e riforma Fornero; l’ultimo incontro è stato sulla figura del progettista che scrive progetti per bandi. Un lavoro poco conosciuto e senza rete d’appoggio. Nelle nostre previsioni più rosee vorremmo che il nostro coworking diventasse un punto di riferimento per tutti i progettisti che lavorano in Sicilia”.



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TAGS coworking

29/04/2013 18:56

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