I primi risultati di #storieprecarie, l'inchiesta di Cgil e Internazionale. Un posto di rilievo lo assumono i desideri: un contratto a tempo indeterminato, un lavoro stabile tale da permettersi di comprare una casa. Due su tre sono donne
Sono soprattutto donne (nel 71% dei casi) e nei tre quarti dei casi possiedono un titolo di studio elevato (73%). Quasi il 60% sono precarie, e quasi il 30% sono disoccupate, mentre il 7,8% sono inattive o ancora nel percorso di studi. Si tratta delle persone che hanno compilato il questionario su
www.storieprecarie.it, l’inchiesta sul mondo del lavoro che
Cgil e
Internazionale stanno conducendo con un team di sociologi coordinati da Patrizio Di Nicola. I risultati dell’indagine saranno
presentati e discussi a Ferrara, in autunno, durante il
festival di Internazionale.
Ma c’è tempo ancora fino al 30 giugno per andare sul sito e raccontare la propria storia, o descrivere la propria situazione lavorativa rispondendo alle domande del questionario.
Al 29 maggio – informano i ricercatori – i contatti sono stati circa mille. L’età media degli intervistati è di 36 anni; quasi un terzo ha tra 30 e 34 anni (27%) e il 20,7% ha meno di 29 anni. La metà vive con il coniuge o il partner, il 20,3% vive ancora con i
genitori, il 18% vive da solo, mentre il 12% circa vive con altre persone. Un intervistato su due vive in una casa di proprietà (54%); tra questi circa la metà ha un
mutuo da pagare (49,4%). Quasi un terzo degli intervistati ha
figli (27%).
Tra i precari,
le tipologie contrattuali più diffuse sono il lavoro dipendente a termine (39,5% del totale precari), la collaborazione coordinata e continuativa o a progetto (37,5%), i professionisti (7,2%) e gli assegnisti di ricerca (6,6%). Il 34,9% dei precari vive tale condizione da cinque anni o meno, il 33,6% è precario da un periodo più lungo (tra meno di 10 anni e più di 5 anni), mentre il 31,6% ha un lavoro precario da 10 anni e oltre. Tra
gli aspetti più insopportabili della precarietà i più citati sono il dover ricominciare sempre da capo (33,6% rispondenti), la scarsa continuità della retribuzione (32,2%) e la ricattabilità presso il datore di lavoro (30,9%). Circa un terzo dei precari ha svolto più o meno lo stesso lavoro ma con datori di lavoro differenti (36,2%), il 34,2% ha svolto lo stesso lavoro con lo stesso datore di lavoro mentre il 29,6% presenta una carriera più frammentata, avendo svolto diversi tipi di lavoro.
Tra gli aspetti della precarietà che ricevono un
giudizio negativo spiccano la retribuzione e la possibilità di crescita professionale (rispettivamente 64,2% e 58,9% di valutazioni negative). Tra gli aspetti che invece sono valutati positivamente emergono le relazioni con i colleghi e la congruenza tra lavoro e percorso di formazione (rispettivamente il 70,2% e 57% di valutazioni positive).
Le parole più usate nelle storie di vita precaria (
qui il link alla nuvola delle parole) rimandano alla durata dell’esperienza di lavoro precario (
anni e mesi), ai tipi di contratti più diffusi, ai percorsi di formazione e ai progetti di vita spesso rinviati. Tra i contesti di lavoro più citati un ruolo predominante sembrano giocarlo la scuola e la ricerca. “Nelle storie – osservano i ricercatori – è molto frequente l’avverbio di
negazione non, utilizzato dagli intervistati per descrivere le privazioni che caratterizzano la loro esperienza di precarietà. Innanzitutto la precarietà significa non potersi permettere progetti di vita. Vi sono poi i diritti più elementari che mancano, insieme alla necessità di doversi mostrare
sempre disponibili. Ancora, il non viene utilizzato per parlare di quello che non ci si può permettere (
casa,
automobile,
scegliere il lavoro e talvolta persino il giornale). Sono inoltre molto diffusi i sentimenti di scoramento di chi ci scrive di non avere più speranze o aspettative”.
“Le parole più significative che compongono il testo – prosegue l’analisi – ci consentono di descrivere la condizione di precarietà e le paure a questa connessa, i percorsi di formazione e di lavoro seguiti dagli intervistati e le risorse, che spesso mancano. I riferimenti più frequenti sono quelli riferiti alle condizioni di lavoro e soprattutto ai lavori svolti. Tra i contesti di lavoro spicca innanzitutto la
scuola, insieme alla
cooperazione internazionale e al mondo della
ricerca. Un posto di rilievo lo assumono anche i
sogni, o più semplicemente i
desideri, quello che i precari non hanno: un contratto a tempo indeterminato, un lavoro stabile tale da permettersi di comprare una casa o metter su famiglia, nonché i più elementari diritti (malattia, ferie, maternità, pensione)”.
Con una domanda aperta è stato chiesto agli intervistati di segnalare quali fossero secondo loro le
strategie politiche da adottare per eliminare la precarietà: “La flessibilità assume una connotazione ambivalente: per molti è una cosa ben diversa dalla precarietà e non è necessariamente da evitare. Dalle risposte emerge una grande complessità delle proposte: innanzitutto c’è una grande enfasi sulla necessità di restituire dignità al lavoro e ai lavoratori; si propongono poi politiche di ampio respiro finalizzate a mettere in piedi un sistema fiscale che preveda incentivi e agevolazioni per chi assume a tempo indeterminato e disincentivi fiscali per chi assume con contratti atipici”.
Alla domanda “cosa dovrebbe fare il
sindacato per tutelare i lavoratori precari?”, gli intervistati rispondono chiedendo un impegno maggiore per i precari e per i giovani, con una rilevanza particolare alle tutele e garanzie da assicurare ai più giovani e all’importanza di ascoltare, informare e formare i giovani lavoratori precari.