"Inchiesta sul lavoro" contiene un insieme di domande e risposte che ruotano intorno a un unico grande punto: l’articolo 18 come male assoluto del nostro Paese. Manca una riflessione sulla democrazia nei luoghi di lavoro DI MASSIMILIANO SMERIGLIO
di Massimiliano Smeriglio*
La proposta Ichino di riforma del mercato del lavoro è contenuta nel suo ultimo libro “Inchiesta sul lavoro”, che a dispetto del titolo non è un’inchiesta. Non lo è in senso tecnico. Piuttosto un insieme di domande (la parte migliore del testo) e risposte che ruotano intorno ad un unico grande punto: l’articolo 18 come male assoluto del nostro Paese. Non sembri un’esagerazione, è proprio così. Più della corruzione, della illegalità, dell’assenza di strade, di trasporti su ferro, di interi territori controllati dalla criminalità organizzata potè l’articolo 18 nel dissuadere gli investimenti stranieri nel bel Paese.
Dall’analisi manca del tutto la crisi, la recessione, il milione di lavoratori che andranno a casa nel corso dei prossimi mesi; manca una riflessione seria sulla democrazia sui luoghi di lavoro, sul clima che si respira nei fortini assediati dove il lavoro resiste. Il noto giuslavorista appare aver assunto in tutto e per tutto un punto di vista ideologico, persino un po’ provocatorio e rozzo fondato sulle ragioni dell’impresa. Congedandosi per sempre da quell’approccio al diritto del lavoro come diritto che norma e regola le relazioni tra soggetti dispari, tra ambiti, l’impresa e il lavoro, che hanno diverso peso e potere.
Il professore appare estremamente sensibile alle ragioni dei figli, degli outsider, dei giovani precari. La loro assenza di futuro dipende dai padri, dagli insider e dal cosiddetto job property. Pur specificando che non vi è nessuna prova sulla esattezza di questa equazione, ma solo dati empirici raccolti qua e là, il cuore della sua proposta muove da questo assioma non dimostrato. E muove sulle ali della giustizia facendo una operazione curiosa. Non c’è bisogno di estendere diritti e tutele per vincere la precarietà e riconsegnare alle persone la possibilità di scelta, autonomia e indipendenza. Basta generalizzare la precarietà. Tutti precari, tutti licenziabili, tutti uguali, fine del regime duale.
Come si realizza questa straordinaria operazione di equità sociale? Col modello danese. O meglio con la trasfigurazione nostrana di quel modello. Agli analisti più spericolati interessa la possibilità di licenziare in cinque giorni senza troppe storie. A questo si riduce quel modello. A noi invece interessa ragionare sulla organicità di quanto sperimentato in Danimarca. Un intreccio tra welfare universalistico, flessibilità e politiche attive. Un contenimento delle tasse sul lavoro. Una forte tassazione sui patrimoni. Un’articolata tutela in uscita dal mercato del lavoro fondata sul sussidio di disoccupazione per quattro anni e sul reddito minimo. Un modello produttivo che ha investito nella produzione energetica da fonti rinnovabili e nella industria meccanica convertita alla realizzazione di pale eoliche. Insomma un intreccio virtuoso, forse un po’ troppo flessibile, che comunque non lascia fuori nessuno. Osservando il nostro malconcio paese verrebbe da chiedere dove si firma per passare a tale sistema.
Ichino insiste poi su un vecchio topos della letteratura iperliberista: della ricollocazione della persona licenziata dovrebbe occuparsi l’impresa che lo ha licenziato. A mio avviso è un conflitto d’interessi palese con l’impresa pronta a sganciare il lavoratore a qualsiasi costo (visto che gli costa) dove non si capisce bene chi dovrebbe valutare la congruità tra profilo professionale e offerta.
Insomma il cuore della proposta Ichino osserva il paese dal buco della serratura degli interessi particolari, di un sistema d’impresa incapace d’investire in innovazione e ricerca. Un sistema d’impresa ed una elite che non è in grado di ridefinire la visione, il cosa e come produrre nei prossimi venti anni. Sembra davvero convinto, il professor Ichino, che se in Italia si produce solo la Panda la colpa è della Fiom.
Poi c’è l’indicibile. Ovviamente in filigrana. Svalorizzare il lavoro e la sua rappresentanza sindacale per avere le mani libere. Anche per tornare a dilatare a dismisura l’orario di lavoro. Ma questo nessuno lo dice, semplicemente viene fatto. A Pomigliano e nel resto del paese.
*Responsabile nazionale economia e lavoro Sinistra Ecologia e Libertà – con Vendola
Ho letto il libro. Non condivido nessuna delle critiche qui riportate. Ne consiglio caldamente la lettura. Comunque la si pensi, le proposte di Ichino sono conosciute poco e male.
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Secondo me da sinistra,continua sempre a sussistere il mal digerito passaggio dal Partito Comunista a quei surrogati partitici che gli son succeduti.Manca quindi a sinistra la "struttura portante"della nuova politica,quale riferimento scegliere:1-convivere con i mercati e le loro ragioni nella modernità o 2-partire dalla centralità dell'essere umano attraverso la tutela dei suoi diritti costruendo una patria che gli sia su misura?Ovviamente la seconda peccato che sia la prima a dare introiti.
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Ma perché Ichino dovrebbe essere democratico?Su questo tema fondamentale e ignorato mi stupisce di più tutti quei cretini che gli sono andati dietro per due decenni e,visto il risultato persistono.Non hanno la faccia di dire e pensare che forse qualcosa non ha funzionato.Se torna indietro Ichino è morto,ideologicamente s'intende,ma,siccome il neoliberalismo non è morto può continuare a guadagnarci sopra.Penso che la Confindustria gli comprerà sicuramente qualche migliaia di copie.A ringraziament
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