Intervista a Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. "In una vera democrazia i bambini nati in Italia devono essere italiani. E non si può negare il voto a chi vive qui da tanti anni" DI STEFANO IUCCI
Norberto Bobbio diceva che, alla fine, ciò che distingue una democrazia da una non democrazia sta nel fatto che la seconda, a differenza della prima, esclude una parte dei soggetti dal godimento dei diritti fondamentali. Tra questi diritti c’è sicuramente la cittadinanza: per questo, l’attuale legge che nel nostro paese la regola secondo il quasi esclusivo ius sanguinis (si è italiani solo se figli di italiani) non è degna, appunto, di una democrazia compiutamente realizzata. Comincia dall’alto del magistero di Bobbio la nostra conversazione con Lorenzo Trucco, avvocato, presidente dell’Asgi (l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione) ed estensore materiale di una delle due proposte di legge che sono il cuore della campagna per i diritti di cittadinanza, "L’Italia sono anch’io", che proprio in questi giorni ha concluso la raccolta delle firme.
Tra gli obiettivi, far sì che i bambini cresciuti e/o nati in Italia siano, come è giusto, italiani. E che gli stranieri regolarmente soggiornanti nel nostro paese da almeno cinque anni possano votare alle elezioni amministrative. Perché il vincolo del sangue come criterio unico di appartenenza a una comunità, in un mondo in cui i flussi globali "muovono" le persone attraverso il pianeta, sembra davvero obsoleto. Le persone di origine straniera che vivono in Italia sono oggi circa 5 milioni, cioè l’8 per cento della popolazione totale. Un quinto sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze: nati in gran parte in questo paese, solo al compimento della maggiore età si vedono riconosciuto il diritto a chiederne la cittadinanza. "In effetti – spiega lo studioso – con le nostre proposte (vedi scheda nelle pagine successive, ndr) vogliamo rompere quel rapporto esclusivo tra cittadinanza e nazionalità o, comunque, aggiornare il concetto di nazionalità stessa".
Rassegna Un obiettivo ambizioso…
Trucco Senza dubbio. Ma sacrosanto. Attraverso lo ius sanguinis si creano situazioni paradossali. Pensi, per esempio, al diritto di voto: oggi viene garantito a persone che sono cittadine italiane in base allo ius sanguinis, ma che magari non hanno mai messo piede sul territorio, mentre persone stabilmente inserite nella stessa comunità – e che per questo dovrebbero partecipare ai meccanismi decisionali – non possono farlo.
Rassegna Il diritto di voto agli stranieri regolarmente residenti nel nostro paese è uno dei tanti aspetti su cui siamo inadempienti rispetto all’Europa. Non solo debito pubblico e conti economici in ordine, dunque…
Trucco In effetti è previsto da una Convenzione europea che risale addirittura al ‘92 e che l’Italia ha ratificato interamente, tranne che, guarda caso, per quella parte che riguarda il diritto di voto.
Rassegna Il ministro dell’Interno Cancellieri recentemente ha dichiarato che lo ius soli non può essere l’unico criterio decisivo per godere della cittadinanza. Cosa ne pensa?
Trucco Guardi, si è trattato di una dichiarazione molto estemporanea, che andrebbe approfondita, ma che comunque mi ha lasciato assai perplesso. In ogni caso, noi non prevediamo – come pure altre proposte fanno – uno ius soli secco. Chi è nato in Italia deve avere almeno uno dei due genitori regolarmente residente nel paese da un anno per poter avere la cittadinanza. Prevediamo una sola ipotesi di ius soli secco e senza filtri. Riguarda i bambini nati in Italia da genitori a loro volta nati nel nostro paese anche se non hanno cittadinanza o titolo di soggiorno. È una condizione che interessa soprattutto i bambini rom, che in alcuni casi sono già alla terza generazione. È una vergogna che va sanata: una situazione unica che non trova nessuna corrispondenza in altri paesi democratici.
Rassegna Rinsaldare il legame tra cittadinanza e appartenenza alla comunità può implicitamente mettere in discussione, per esempio, il diritto di voto degli italiani all’estero?
Trucco A mio parere no. Noi vogliamo aggiungere, non togliere, anche perché questo collegamento può essere mantenuto in molti modi, visto che, come dicevamo siamo in una società in cui gli spostamenti sono costanti.
Rassegna Secondo Eligio Resta, filosofo, che intervistai un paio di anni fa su questo tema, il concetto di cittadinanza è in sé regressivo, perché implica che qualcuno la riconosca a qualcun altro, rappresentando così una concessione che stabilisce una gerarchia tra i contraenti. Cosa ne pensa?
Trucco Sul piano filosofico è un’idea giusta, e infatti bisognerebbe andare verso un’idea di cittadinanza universale. È un’utopia, forse, ma certamente deve essere la nostra stella polare. Tuttavia, non bisogna mai dimenticare la realtà concreta delle persone. In Italia cambiare la legge sulla cittadinanza avrebbe conseguenze positive molto importanti sulla vita quotidiana di tanti esseri umani. Quindi, una norma sulla materia che include anziché escludere rappresenterebbe un significativo passo avanti verso il concetto di cittadinanza universale.
Rassegna Sempre a proposito di obiettivi di lungo periodo, secondo lei, c’è spazio per ragionare sul riconoscimento del diritto di voto anche alle politiche per gli stranieri lungo soggiornanti?
Trucco Il tema è complesso e c’è un dibattito molto acceso sul piano giuridico; alcuni sostengono che sarebbe necessario un passaggio costituzionale, altri no. Se passasse, questa proposta di legge sarebbe ancora una volta una tappa fondamentale verso un orizzonte più ampio. Molti hanno paura del voto agli stranieri. In realtà, tutti ne avrebbero vantaggio: in un territorio si vive meglio quando si gode dei diritti fondamentali, ci si sente coinvolti nella comunità e dunque più propensi a rispettarne i doveri e i princìpi stabiliti nella Costituzione del paese.
Rassegna Molti Comuni, l’ultimo Napoli, stanno riconoscendo una forma di cittadinanza onoraria ai bambini nati e residenti nel nostro paese. Che effetti hanno, sul piano giuridico, queste azioni?
Trucco Dal punto di vista pratico, nessuno, ma sono molto importanti sul piano culturale. La campagna, oltre a raccogliere firme per le due proposte di legge, voleva avere anche una funzione di sollecitazione, appunto, culturale. Durante le varie iniziative abbiamo scoperto sacche di ignoranza inimmaginabili, anche tra persone colte: molti, per esempio, sono convinti che nascendo in Italia si è automaticamente italiani, oppure lo si può diventare molto facilmente, non con quel percorso a ostacoli che caratterizza la normativa vigente.
Rassegna Per la sua esperienza di avvocato, quali effetti pratici ha avuto l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di immigrazione clandestina?
Trucco Poco, ma tantissimo dal punto di vista culturale. Del resto, questo era l’obiettivo di chi lo ha pensato: bollare come crimine un comportamento che non lo è, un approccio deleterio fortemente cercato. Sul piano pratico, gli effetti sono scarsi. Intanto perché la pena è pecuniaria (e dunque nessuno è stato mai in condizione di pagarla), e poi per la nota lentezza della macchina giudiziaria italiana. Quindi si è trattato di una dichiarazione di principio, che però ha avuto l’effetto, ripeto, di cristallizzare in reato un comportamento che non lo è affatto.