Il negoziato sul lavoro procede tra alti e bassi e ci si chiede se sia possibile chiamare trattativa il susseguirsi di incontri triangolari. Ci vuole una pazienza infinita, ma i temi importanti sono tutti sul tappeto DI PAOLO SERVENTI LONGHI
Il negoziato sul mercato del lavoro procede tra alti e bassi, tra docce scozzesi e dichiarazioni improvvide. Il nodo che resta sullo sfondo e che è ben lungi dall’essere sciolto è proprio se sia possibile chiamare trattativa il susseguirsi di incontri triangolari tra governo, imprese e sindacati. Sembrerebbe di sì nella dialettica tra le parti, nella volontà di affrontare laicamente tutti i temi, nel difendere idee, proposte e naturalmente principi indiscutibili.
Poi arrivano le battute del premier Monti e del ministro Fornero a smontare i flebili ottimismi: se l’accordo c’è bene, se non c’è andiamo avanti per la nostra strada. Ma che razza di dichiarazioni sono? Come si fa a trattare con una spada di Damocle siffatta? Ci vuole, naturalmente, una pazienza infinita per continuare a discutere e la stima per la volontà di trattare, per la coerenza e per la schiettezza di Susanna Camusso cresce di giorno in giorno.
Ce ne siamo resi conto durante alcune manifestazioni sindacali: la fiducia nella Cgil, nella consapevolezza che la confederazione non mollerà sulle questioni di fondo e nello stesso tempo cercherà di convincere gli interlocutori che un accordo efficace deve passare attraverso l’estensione e non la compressione delle tutele. Una fiducia testimoniata dai dati molto positivi, considerati i tempi, del tesseramento forniti dalla Cgil.
I temi sono tutti sul tappeto: gli ammortizzatori sociali debbono essere riformati e semplificati, le risorse rese disponibili, la cassa integrazione straordinaria (e con essa la difesa del posto di lavoro) non può essere abolita, l’indennità di disoccupazione non può essere considerata sostitutiva della cigs, non va cancellato il ruolo del sindacato. E infine, visto che la questione rientra dalla finestra mille volte dopo essere stata cacciata mille volte dalla porta, la questione della flessibilità in uscita non può voler dire l’abolizione del diritto dei lavoratori a ricorrere al giudice contro i licenziamenti discriminatori.