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Fiat, a Mirafiori né diritti né sviluppo

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Marchionne aveva promesso lavoro e investimenti. A patto che si accettasse il suo modello. Ma il risultato, a un anno di distanza dal referendum, è solo una grande incertezza. Ne discutiamo con operai e sindacalisti DI GIOVANNI RISPOLI

di Giovanni Rispoli

Torino, la fabbrica Fiat di Mirafiori (immagini di da internet)
“Marchionne è il De Benedetti di turno. Rischiamo di finire come la  Olivetti…”. “... o l’Alfa di Arese”. Giuseppe Vallarelli e Pasquale Loiacono lavorano il primo alle Presse il secondo alle Carrozzerie di Mirafiori. Li abbiamo incontrati, insieme ad altri operai – Mina Leone (sempre Carrozzerie), Elisa Murgia (Presse), Sergio Farelli (Carrozzerie) e Potito Gallo (di nuovo Presse) –, in una saletta della storica sede della V Lega Fiom, a Torino, insieme a Edi Lazzi, che della V Lega è il responsabile, e Federico Bellono, segretario provinciale dei metalmeccanici Cgil. Con la Fiom costretta fuori dagli stabilimenti dal contratto separato Fiat, siamo venuti su per capire non solo come i metalmeccanici Cgil stiano affrontando la nuova realtà, ma per chiedere loro, ancor prima – ammesso che tradurre il discorso in due distinti capitoli sia possibile –, cosa pensano del destino della cittadella operaia torinese, quali siano i timori circa il futuro di Mirafiori, quale – di conseguenza – il clima in fabbrica.

Mentre resta nebuloso l’investimento sulle Carrozzerie, infatti, Marchionne ha fatto sapere che dopo il 2015, ovvero quando la fusione Fiat-Chrysler sarà completata, bisognerà spostare la sede del gruppo. Ricordando insieme che il consolidamento dell’industria automobilistica all’interno di un mercato, quello europeo, afflitto da un soffocante eccesso di produzione, è ormai una necessità; e che occorrerà per questo cercare nuove alleanze: sottinteso, con la ristrutturazione e il ridimensionamento degli impianti esistenti. Interrogativi ulteriori per i lavoratori, il sindacato, per chiunque abbia a cuore il destino di Mirafiori. Detti interrogativi Fiom e Cgil li hanno formulati a più riprese, e chi quotidianamente incontra la fabbrica, come abbiamo visto, non ci gira troppo intorno: è già successo, suggeriscono i due operai: quelli di Ivrea e di Arese erano insediamenti storici, perché non dovrebbe accadere anche a Torino? solo perché la Fiat è nata qui?

Quando a metà degli anni 50 venne lanciata la 600, vettura simbolo della motorizzazione di massa e del boom economico, Felice Casorati ideò per la casa guidata allora da Vittorio Valletta un manifesto pubblicitario in cui l’utilitaria – in primo piano – s’incastonava dentro una Torino onirica e surreale, non casualmente notturna. La città, la macchina e tanto blu: le radici, l’industria, l’atmosfera di sogno e il colore dell’inconscio. Per rimandare a un insieme di legami che, pur con tutte le tensioni cui erano sottoposti, sembravano all’epoca ben saldi: la rotta non era soggetta a cambiamenti, l’approdo possibile. Un’immagine che oggi, per quanto rassicuranti possano essere gli spot, appare davvero appartenere a un altro tempo. Si naviga a vista, l’approdo è una terra incognita. E a condurre la nave è un uomo, l’amministratore delegato della Fiat, che più che a un industriale somiglia a un pirata – rubiamo l’espressione a Giorgio Airaudo, era l’inizio della vicenda, dopo Pomigliano si era a passati a Torino –: un uomo impegnato non tanto a fare impresa quanto a conquistare territori, ovvero a demolire diritti. “E a cancellarli con il ricatto del lavoro – torniamo in V Lega, è di nuovo Loiacono –. Ci si chiedeva di dire sì a un accordo che ha peggiorato la condizione lavorativa e negato un diritto costituzionale, quello di sceglierci noi i nostri rappresentanti, assicurandoci che questa era l’unica condizione per la sopravvivenza di Mirafiori. Guai a discutere. L’hanno scritto pure sul sito, indicando tra i ‘principali rischi e incertezze’ del gruppo quei contratti collettivi che garantiscono ai lavoratori ‘tramite rappresentanze locali o nazionali, il diritto di essere consultati’. Bene, quel che considerano un rischio lo hanno eliminato. Ma il lavoro?”.

“Siamo partiti che dovevamo fare la nuova monovolume, la L0, in due distinte versioni – ricorda Lazzi –. Poi si disse due Suv: uno a marchio Jeep, l’altro a marchio Alfa. Poi i due Suv sono scomparsi e ne è rimasto uno solo, più piccolo, a marchio Jeep, previsto per la fine del 2013. Ora, in un incontro con i sindacati firmatari dell’accordo, si torna a parlare di due Suv: aggiungendo a quello di fine 2013, però marchio Fiat, uno per il secondo trimestre del 2014,  a marchio Jeep. Mah, staremo a vedere”. “L’ultimo anno senza cig, comunque – continua Lazzi –, è stato il 2007: si producevano 210mila vetture, sei modelli di auto, una gamma abbastanza differenziata. Nel 2010 le auto sono state 120mila, nel 2011 meno di 65mila. Nel 2012 smetteranno verosimilmente anche l’Idea e la Musa, ci sarà solo la MiTo. Si è lavorato tre giorni al mese e quest’anno andrà peggio”. “E la cosa tragica è che tutti pensano il contrario: che adesso invece si lavori normalmente – aggiunge con rabbia Mina Leone –. Guarda che è incredibile: tutti convinti di questo. Nessuno che dica nulla, un silenzio assordante. Anche a sinistra”. “Beviamo questo calice amaro – interviene Farelli – ma almeno ci sarà il lavoro. Così pensavano molti lavoratori. E consigliavano in tanti. Chiedevi del clima odierno? Solo incertezza; e un grande timore”.

Incertezza e timore. Sentimenti cui si accompagna la fatica dell’oggi, per la Fiom, l’impegno a riconquistarsi la rappresentanza in fabbrica. L’iniziativa avviata dai metalmeccanici Cgil, se ne è riparlato di nuovo sabato 21 gennaio durante l’assemblea dei delegati del gruppo riunita a Roma, si muove su più piani – dalla campagna “Io voglio la Fiom in Fiat”, che è andata oltre i confini nazionali, alla richiesta di referendum sul contratto separato, alla via giudiziaria, sino alla manifestazione nazionale indetta a Roma l’11 febbraio su contratto, lavoro e democrazia, in cui la Fiat è ovviamente un tema decisivo –. Ma intanto bisognerà reinventare l’iniziativa sindacale, utilizzare tutti gli spazi, fisici e di tempo, dalla mensa agli spogliatoi, per discutere con i lavoratori, riappropriarsi oggi di diritti che dovranno essere sanciti di nuovo, formalmente, domani.

Nell’assemblea del 21 gennaio il segretario generale della Fiom Maurizio Landini ricordava un episodio del 1969, prima che al sindacato venisse riconosciuta la possibilità di varcare i cancelli della fabbrica, quando Bruno Trentin, protetto dagli operai, entrò nella romana Fatme per parlare appunto ai lavoratori (una vivace rievocazione di quella giornata, raccontata da Umberto Cerri, si può trovare su Rassegna Sindacale, nel numero speciale per il primo maggio del 2009, Il tempo degli operai, dedicato al biennio 1968-69, ndr). E una bella novità, sotto questo profilo, è venuta proprio da Mirafiori. “Il 18 gennaio le organizzazioni firmatarie dell’accordo hanno indetto un’assemblea alle Presse – racconta Elisa Murgia –. L’avevano convocata per spiegarci il nuovo contratto. All’inizio erano sulle generali, tutto tranquillo, poi sono arrivati alla malattia: sai, bisognava essere un po’ più precisi; quindi la parte economica, e si sono sentiti i primi brusii. Poi è intervenuto Gallo… ma parla tu, racconta…”.

“Sì, hai ragione. Com’è andata? Ho semplicemente spiegato il prima e il dopo: cos’era il nostro lavoro sino a qualche tempo fa, cosa sarà domani…”. “E meno male che c’è la cassa integrazione – lo interrompe Mina Leone con sarcasmo –. Quei dieci minuti di pausa…”  “… non servono a nulla. Sarà un massacro, di questo già ci si è accorti – riprende Gallo –. Ma poi ho detto anche del resto, e che tutti i lavoratori hanno il diritto di discutere e decidere. I lavoratori non iscritti alla Fiom erano tanti, non è che ci fossero solo quelli vicini a noi. Bene, abbiamo fatto circolare un ordine del giorno in cui, espresso un giudizio negativo sul contratto separato, ovvero sull’estensione dell’accordo di Pomigliano del dicembre 2010, si chiedeva il referendum. Il sì degli oltre trecento presenti è stato pressoché unanime”.

“La Fiat si muove in maniera militare – osserva Bellono –. La torsione americana è stata attuata con spirito sabaudo. È sempre così: ti devono prima cancellare. Ma la nostra non è solo resistenza. Vogliamo continuare da subito a esercitare il nostro ruolo di rappresentanza dei lavoratori, dentro la fabbrica e fuori dai cancelli: non c’è tempo per piangerci addosso, i problemi incalzano”. “Anche in questo modo – conclude – la brutta situazione che stiamo vivendo ci apparirà un intermezzo più sostenibile, e tutti insieme ne verremo fuori”. 


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TAGS fiat mirafiori marchionne

02/02/2012 19:06

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1
forza ragazzi ..vi arrivi il conforto di saperci tutti con voi!!! l'11 ci saremo a san giovanni e vedrete che anche quelli che sotto ricatto hanno votato si fra un po'si renderanno conto dell'errore commesso e soprattutto chiuderanno il conto con le organizzazioni firmatarie.quando verra' quel giorno........

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