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Lavoro, i 46 contratti d'Italia / SCHEDA

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C’è un universo lavorativo, in Italia, che è totalmente o quasi escluso dal sistema di ammortizzatori sociali e da qualsiasi rete di protezione in caso di perdita del posto di lavoro. Un universo che coincide con quello della precarietà sempre più diffusa nel nostro paese, cresciuta a dismisura negli ultimi trent’anni. Una precarietà che non implica solo la mancata sicurezza della conservazione del proprio posto di lavoro (e che si traduce in poche certezze per la costruzione di un progetto di vita), ma che in molti casi si rivela priva, appunto, delle tutele garantite dagli ammortizzatori sociali o comunque da quelle ipotizzabili in un equo sistema di welfare.

Un recente studio del dipartimento del Mercato del lavoro della Cgil ha effettuato un censimento che ha individuato ben 46 diverse modalità contrattuali. I dati forniti dall’Ocse la scorsa settimana e i risultati di questo studio dimostrano che la flessibilità in Italia – sia in entrata che in uscita – è già molto alta, senza peraltro aver prodotto i risultati da molti attesi, in termini di quantità e qualità dell’occupazione.

Le 46 forme individuate dallo studio di Corso Italia sono così ripartite: 26 per i rapporti di lavoro subordinato, 4 per i parasubordinati, 5 per i rapporti di lavoro autonomo e 11 per i rapporti speciali. Con alcuni casi clamorosi: sono ben 6, ad esempio, le tipologie dei rapporti di lavoro part-time. Se è possibile, poi, fare una classifica, si può individuare nel lavoro a chiamata e nello staff leasing le tipologie che rappresentano la maggior fonte di precarietà strutturale. Se le collaborazioni occasionali e le partite Iva sono generalmente trucchi per pagare meno e per avere più flessibilità, il culmine di questo sistema “elusivo” è rappresentato dagli associati in partecipazione: apparentemente lavoratori autonomi che dovrebbero dividere con i loro associanti i frutti dell’impresa, ma, in realtà, il più delle volte, lavoratori subordinati costretti spesso a pagare le perdite, come accade nel commercio, dove se ne fa largo uso.

Per la Cgil, queste 46 tipologie contrattuali devono ridursi a 5: • il lavoro a tempo indeterminato (la forma comune dei rapporti di lavoro); • l’apprendistato (lo strumento principale di ingresso per i giovani nel mercato del lavoro); • il contratto di inserimento o reinserimento (per includere nel mercato del lavoro chi ne è stato escluso); • un tipo di rapporto a termine (per le fluttuazioni dell’organizzazione del lavoro; • il part-time.

Nella tabella, le 46 forme contrattuali vigenti. 


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TAGS mercato del lavoro contratti cgil flessibilità

07/02/2012 16:49

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