Le operaie Omsa e i cassintegrati Wagon Lits protestano sui social network. Sempre più numerose in Italia le mobilitazioni a colpi di clic: quasi tutti i 230 tavoli di crisi al ministero dello Sviluppo sono rappresentati online DI SARA PICARDO
Le lotte passano sempre più spesso per l’
online. Lo hanno dimostrato, nel corso dell’anno che si è da poco concluso, i giovani del Maghreb e di Gaza, mobilitati nelle piazze tramite i
social network, i dissidenti cinesi e quelli iraniani, i blogger di mezzo mondo che attraverso Internet hanno mostrato a tutti la repressione di cui sono vittime i loro paesi. In Italia gli ultimi esempi delle potenzialità della Rete sono venuti dalle lavoratrici della Omsa, dai cassintegrati della Vinyls e della Jabil, da quelli dell’ex Wagon Lits e dalle migliaia di precari della distribuzione, della scuola e dei call center.
L’uso della Rete nelle lotte per il lavoro è stato negli ultimi tempi così forte e capillare da far nascere delle vere e proprie tecniche di “guerriglia” on line, come quella di bombardare la pagina Facebook della società per cui si lavora con proteste talmente pesanti da costringere i responsabili della “bacheca” virtuale alla chiusura. Senza dimenticare l’efficacia delle “catene di sant’Antonio” di mail finalizzate a inondare le caselle di posta dei dirigenti aziendali o del boicottaggio di un prodotto o di una serie di prodotti. E, visto che il
brand è tutto, creare un
picbadge con logo alternativo e chiedere a tutti gli utenti del social network di condividerlo, può essere un’altra tecnica vincente (molti ricorderanno la battaglia per l’acqua pubblica e i profili di quanti su Facebook hanno sponsorizzato il sì).
Il 2012 è stato festeggiato a suon di boicottaggi e di proteste in Rete e a colpi di clic, più che di auguri. Tema dominante, come per il vecchio 2011, il lavoro: o, per meglio dire, la sua mancanza, la paura di perderlo o di vederselo ridurre e la voglia di lottare per farlo tornare un diritto inalienabile. Il tam tam è cominciato con un fax natalizio inviato alle sedi territoriali dei sindacati di categoria dalla proprietà della Omsa di Faenza, azienda produttrice di collant del gruppo Golden Lady. Destinatarie le 239 lavoratrici della fabbrica in cassa integrazione straordinaria da quasi un anno: tutte licenziate e tanti auguri di buone feste.
Il patron Nerino Grassi ha deciso di delocalizzare in Serbia la produzione dello storico marchio, approfittando del minor costo del lavoro. La sua “letterina” di fine anno ha vanificato di fatto ogni tentativo di riconversione del sito messa in piedi alla vigilia delle feste. Ma se la speranza di un buon esito del negoziato al tavolo ministeriale se ne è andata, la Rete non ha rinunciato a far sentire la propria voce: così su Facebook è ripartito l’appello al boicottaggio della calze del gruppo Golden Lady. “Un impegno concreto per il 2012: mai più comprerò Omsa”, è quanto si legge in un messaggio on line. E subito gli fa eco, passieme a tanta solidarietà, qualche proposta: “Nessun dipendente dell’Omsa ha mai pensato di rimettere in piedi la fabbrica costituendo una cooperativa? In fondo la Omsa siete voi, sono le operaie, non certamente i proprietari”.
E se c’è chi boicotta, c’è anche chi si sente boicottato. È il caso degli 800 lavoratori della Wagon Lits, che si occupavano fino all’11 dicembre scorso del servizio notturno di assistenza sui treni a lunga percorrenza. Trenitalia ha deciso di tagliare per il nuovo anno le cuccette sulle tratte nazionali perché poco remunerative, mentre ha affidato alla francese Veolia la gestione dei servizi sui treni notturni internazionali. La parola d’ordine dell’azienda è stata (ed è) risparmio, ma i lavoratori la pensano diversamente e così hanno avviato una petizione on line: “Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia – scrivono i licenziati – il Gruppo Ferrovie dello Stato divide l’Italia in due. I treni notturni che collegano il Nord e il Sud, per Trenitalia non sono più utili al paese”.
Una protesta di tipo virtuale, a cui si è accompagnata – in omaggio alle forme di lotta più tradizionali – l’occupazione messa in atto da tre ex dipendenti della multinazionale, a partire dallo scorso 8 dicembre, della torre del binario 21 della stazione Centrale di Milano. Quello che la distanza reale divide, la vicinanza virtuale unisce. Così i lavoratori dell’Isola dei cassintegrati – ovvero gli ex dipendenti della Vinyls di Porto Torres, che a marzo di due anni fa avevano occupato l’ex carcere dell’Asinara, dando vita a una protesta
online capace di battere per numero di ascolti l’Isola dei Famosi –, dopo aver perso la battaglia per il lavoro, hanno deciso di continuare a lottare sul loro blog ponendosi come cassa di risonanza per le centinaia di altre vertenze aperte.
La lettura dei loro auguri, inviati in occasione delle recenti feste di Natale, ha permesso di stilare la mappa delle realtà italiane in lotta, approdate per convinzione o per disperazione sulla Rete. Sono i lavoratori e le lavoratrici dell’ex Agile Eutelia, circa mille ingegneri e informatici altamente specializzati senza più un posto dove andare a lavorare, che del virtuale hanno fatto il loro campo di battaglia.
Oppure le 29 donne della Tacconi Sud, che hanno presidiato anche il giorno di Natale i capannoni della loro fabbrica pieni di macchine da cucire per fabbricare tende per la Protezione civile, con l’intento di non far portare via i macchinari dalla proprietà, in attesa della sentenza che dichiarerà il fallimento e permetterà a chi lo voglia di acquistare gli impianti. Mentre loro occupavano realmente, gli internauti l’hanno fatto idealmente, regalandogli solidarietà in Rete e un’attenzione che ha suscitato anche l’interesse dei grandi media. Ma l’elenco potrebbe continuare ancora: si va dagli operai della Fiat agli autori del presidio della Jabil, ai lavoratori della Fincantieri, ai licenziati dalla Cantinieri Navali di Trapani, ai dipendenti Aiazzone, ai lavoratori Teleperformance, Phonemedia, Basell, Eurallumina, Saras, Thyssen, Electa e così via.
I 230 tavoli aziendali aperti presso il ministero dello Sviluppo economico in questo inizio 2012 (per circa 300.000 lavoratori coinvolti e 40.000 a rischio licenziamento immediato), sulle Rete sono, chi più chi meno, rappresentati quasi tutti. Ma quello che sfugge ai numeri “ufficiali” del ministero non scappa al grande occhio di Internet. Così ecco i precari della scuola che con l’innalzamento dell’età pensionabile non passeranno di ruolo. O i giornalisti free lance che si sono uniti attraverso i social network per non finire “polverizzati” a causa dell’ennesimo taglio all’editoria.
O ancora le centinaia di migliaia di giovani (e meno giovani) delle varie Occupy del mondo, che si oppongono alle logiche di un’economia subalterna alla speculazione finanziaria: persone in carne e ossa che, attraverso la Rete, hanno deciso di autorappresentarsi per sfuggire alla censura e di denunciare la drammatica assenza di un’occupazione.
*Sara Picardo è autrice del libro Net@Work. Storie di lotte di uomini e donne in rete, appena pubblicato per la casa editrice Ediesse (la scheda).