Intervista al professor Michele Raitano, ricercatore di Politica economica alla Sapienza. "Troppi dipendenti oggi fluttuano tra stati di fragilità. Un mercato 'liquido' più che dualisitico". I falsi miti sull'art.18 DI ENRICO GALANTINI
Un mercato del lavoro "liquido", più che dualistico o segmentato. Nel quale la cassa integrazione assolve i propri compiti e tutela i lavoratori più di quanto probabilmente succederebbe se questo strumento venisse sostituito con un’indennità di disoccupazione, seppur riformata. Queste sono le immagini forti che escono dall’intervista che abbiamo realizzato con il professor Michele Raitano, ricercatore di Politica economica alla Sapienza di Roma, tra gli autori di una ricerca innovativa, presentata qualche giorno fa (il 26 gennaio per l’esattezza) in un convegno presso il ministero dell’Economia, e promossa dallo stesso ministero e dalla Fondazione Giacomo Brodolini. La ricerca, mettendo assieme dati Istat e dati Inps e di altri archivi amministrativi, ha permesso per la prima volta di esaminare le dinamiche di lungo periodo dei lavoratori italiani: non una fotografia statica dei dati in un preciso momento, ma le dinamiche di carriera, i percorsi di vita considerati in un periodo fino a 10 anni. E proprio dal convegno siamo partiti nella nostra intervista.
Rassegna Professor Raitano, quali sono i dati salienti emersi dalla ricerca?
Raitano Da una parte si confermano alcuni timori sulla situazione dei lavoratori più deboli, soprattutto i precari, ma non solo. Dall’altra, emerge un quadro di vulnerabilità e di criticità più diffuso di quanto si potesse immaginare, non concentrato solo sui più deboli, ma più pervasivo. Nel mercato del lavoro si conferma la presenza di moltissime diseguaglianze, sia dal punto di vista del welfare sia da quello del salario. Il problema è che però non possiamo leggere queste diseguaglianze attraverso una chiave di lettura omogenea per macrogruppi – giovani contro anziani, garantiti contro non garantiti, laureati contro non laureati –. Il quadro è molto più trasversale, la sua lettura è molto più complicata e richiede probabilmente un intervento molto più strutturale. Magari bastasse cambiare aspetti regolamentativi come la struttura contrattuale o l’articolo 18. Questi, in realtà, sono problemi di secondo ordine.
Rassegna A proposito di articolo 18, che cosa emerge?
Raitano Andando a vedere le prospettive dei lavoratori per dimensione d’impresa, non c’è assolutamente nessun salto, quando si passa da sotto a sopra i 15 dipendenti. Ma, anzi, anche i lavoratori della grande impresa in gran numero rischiano di perdere il lavoro a tempo indeterminato mentre d’altra parte le imprese al di sopra della soglia dei 15 sono quelle che stabilizzano di più i lavoratori a tempo determinato. Molti falsi miti vengono contraddetti dall’osservazione dei dati.
Rassegna Qual è la realtà, allora, al di là dei falsi miti?
Raitano Il mercato del lavoro, più che dualistico o segmentato, termini un po’ abusati, potrebbe essere definito “liquido”. Molti lavoratori, la maggioranza probabilmente, fluttuano tra stati di fragilità. Stanno un anno con contratto a tempo indeterminato, poi un anno con uno a tempo determinato, che poi si stabilizza, poi magari si perde il lavoro e si esce dalle forze lavoro regolari o ci si trova in disoccupazione, senza ricevere sussidi. Pensare per compartimenti stagni è riduttivo e ci fa anche sbagliare il tipo di policy con cui dovremmo intervenire. Il mercato del lavoro non è rigido, è mobile. Il problema è che è mobile verso uno stato di criticità per tantissimi lavoratori.
Rassegna C’è chi sostiene che con il contratto unico si metterebbero un po’ a posto le cose…
Raitano Da questo punto di vista la stessa idea del contratto unico, se è vero che avrebbe il pregio di omogeneizzare le tutele tra i lavoratori, a che livello lo farebbe? E poi, il problema non è solo l’ingresso. Tanta gente entra con il contratto a tempo indeterminato ma lo perde nel giro di un anno: molti di questi sono apprendisti, ma moltissimi sono anche persone con basse qualifiche. Oggi del resto è più facile arrivare a un contratto a tempo indeterminato provenendo dalla non occupazione che da un contratto a tempo determinato. Il quadro è più complesso di come ce lo rappresentiamo e richiederebbe strategie complesse che riguardano la struttura produttiva, il tipo di domanda di lavoro, che cosa si va a produrre, che tipo di competitività. Continuare a credere che bastino solo interventi regolamentativi è una risposta assolutamente inadeguata.
Rassegna Il mercato del lavoro insomma è già molto flessibile…
Raitano La flessibilità è assai elevata. Lo è in entrata. Un dato soltanto: dal 1998 al 2008 il numero di primi contratti a tempo indeterminato si è ridotto dal 55 al 40 per cento. Un trend di riduzione costante anche prima della crisi. Lo è anche in uscita. La flessibilità esiste di fatto. È diffusissima nelle piccole e piccolissime imprese: ma non per la mancanza dell’articolo 18, quanto perché questa tipologia ha una nati-mortalità elevatissima. Ma lo è anche nelle imprese medio-grandi. Non so da dove venga l’immagine di rigidità del mercato del lavoro. Probabilmente dal fatto che ci si concentra su alcune tipologie di lavoratori delle grandi imprese o del pubblico impiego. Ma anche nel pubblico impiego le cose non sono più quelle di un tempo e crescono le disuguaglianze. Abbiamo moltissimi contratti precari, tant’è vero che durante la crisi le disuguaglianze si riducono solo perché i lavoratori più deboli vengono espulsi. Sono cresciute moltissimo anche le retribuzioni dei top manager: quando si dice che nel pubblico impiego le retribuzioni sono salite più che nel settore privato, questo incremento è dovuto quasi interamente al 5 per cento più ricco dei dipendenti pubblici.
Rassegna La realtà è assai complessa. Ma a breve si può fare qualcosa? E che cosa?
Raitano Innanzitutto si deve eliminare qualunque tipo di incentivo a utilizzare contratti instabili per risparmiare sul costo del lavoro. Ho visto che nel documento del ministro Fornero c’era qualche indicazione su questo. Se serve la flessibilità, e la flessibilità serve, non deve essere una scusa per risparmiare. Anzi, al rischio maggiore deve corrispondere un maggiore rendimento.
Rassegna E per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali?
Raitano Il nostro sistema di ammortizzatori sociali non copre il rischio di disoccupazione, copre il rischio di licenziamento per chi è attivo già da un po’ di tempo. È un sistema a requisiti contributivi e quindi esclude quelli che sono entrati da poco o ancora debbono entrare nel mercato del lavoro. In più, non prevede nessun sussidio per i disoccupati di lunga durata. Il grafico dimostra come sia l’indennità ordinaria di disoccupazione sia quella a requisiti ridotti escludono proprio i lavoratori più giovani e quindi più fragili. Oltre a rendere universale il sistema, bisogna pensare anche a qualche intervento che, in aggiunta, non in sostituzione degli ammortizzatori attuali, preveda sussidi per i giovani in cerca d’ingresso, per chi non riesce ad accedere ai requisiti contributivi, per chi ha ricevuto un’indennità, ma il tempo è scaduto senza che riuscisse a ritrovare lavoro. Su questo, io credo si debba intervenire con una misura di reddito minimo, ma non in alternativa agli ammortizzatori sociali. L’Italia, assieme a Grecia e Ungheria, è l’unico stato d’Europa in cui non esiste una forma di reddito minimo a cui può accedere universalmente tutta la popolazione.
Rassegna C’è chi sostiene, tra questi anche esponenti del governo, che bisognerebbe sostituire la cassa integrazione con la disoccupazione. Lei che ne pensa?
Raitano La cassa integrazione non è un sussidio di disoccupazione tout court. È uno strumento ibrido: serve a tutelare i lavoratori, che comunque mantengono il rapporto di lavoro e una prospettiva; e serve a tutelare le imprese, che non perdono forza lavoro e, quindi, poi non devono eventualmente sostenere nuovamente costi di assunzione e di formazione della manodopera. Dal punto di vista macroeconomico, ci si può chiedere se sia meglio assistere le imprese o se, invece, non sia meglio lasciare spazio alla forza di distruzione creatrice del capitale. I dati ci possono aiutare: le tabelle dimostrano che non è vero che la cig sia una specie di anticamera del licenziamento. Certo, quei dati non possono essere letti in termini causali, perché gli strumenti hanno caratteristiche diverse, e i lavoratori che vi accedono anch’essi hanno caratteristiche diverse. Ma l’evidenza macroscopica è che la cig sembra rispondere bene al suo obiettivo di tutelare la sospensione: dopo dodici mesi la grande maggioranza (l’80 per cento) lavora di nuovo. Mentre la disoccupazione si conferma uno strumento di breve periodo, che non prevede nessun percorso di ricollocazione: solo il 50 per cento di chi è stato nell’anno precedente in disoccupazione o in mobilità ha ritrovato lavoro; e una grossa quota è fuori da tutto. Se a bocce ferme eliminassimo la cassa integrazione sostituendola con l’indennità ordinaria per tutti, magari allungata di un po’, indipendentemente dagli aspetti macro di sistema (sui quali pure bisognerebbe ragionare) si genererebbe una perdita netta per i lavoratori, che avrebbero uno strumento di minore durata, minore generosità e con minori tutele. Fare questo, in un momento di crisi, non mi sembra una grande idea.