"Non rappresenta un cappio al collo per le imprese"
"Dire che l'articolo 18 rappresenta un cappio al collo per le imprese è insostenibile". Lo sostiene Paolo Burli, segretario generale della Cgil del Trentino.
"Ricordiamo che l'obbligo della reintegrazione del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo riguarda solo le aziende fino a 15 dipendenti. Gran parte delle imprese e una larga fetta dell'occupazione a livello provinciale non è coperta da questa norma che è, e resta, in primo luogo, un deterrente ad un uso scriteriato e appunto immotivato del licenziamento. Non vale l'assunto che modificare l'articolo 18 garantirebbe immediatamente maggiori e migliori occasioni di impiego per i giovani e per i lavoratori. Infatti, nelle aziende cui non si applica, è normalmente più alto il tasso di contratti a termine, atipici e precari, dentro i quali i giovani rischiano di rimanere intrappolati. Lo stesso dicasi per l'aumento dimensionale delle imprese, considerato che non è rilevabile un addensamento delle imprese intorno alla soglia dimensionale delle 15 unità di addetti. L'articolo 18, quindi, non riduce la propensione delle aziende a crescere".
"L'obiettivo del Trentino – conclude Burli – deve rimanere quello di adattare alle sue peculiarità i sistemi di regolazione del mercato del lavoro, propri del Nord Europa, e assumere come prioritari gli obiettivi indicati dall'Unione europea. Caratteristiche principali di questi sistemi sono efficaci politiche di contesto, tese a sostenere la crescita economica, uno stretto rapporto tra istruzione e mondo del lavoro, estesi strumenti di formazione continua e incentivi alla riattivazione dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro. Per provare a realizzare tutto questo in Trentino, è fondamentale che sia attivata la prevista delega di funzioni dallo Stato alla Provincia autonoma in materia di ammortizzatori sociali e, al contempo, che venga sostenuto in maniera coerente l'apprendistato, quale forma di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro".