L'azienda tessile di Praia a Mare è accusata di aver usato coloranti nocivi, provocando malattie e tumori tra gli operai. Almeno 80 morti sospette negli anni. Sono 13 le persone a giudizio, ma il processo potrebbe interrompersi DI GRAZIA MANTELLA
Il
processo Marlane rischia di slittare pericolosamente verso la prescrizione. A più di un anno dal
rinvio a giudizio di 13 persone e dopo cinque udienze preliminari, l’ultima del 30 dicembre scorso, l’avvio del dibattimento davanti al
tribunale di Paola (Cosenza) non è ancora formalmente iniziato. Vizi procedurali messi in evidenza dai legali della difesa (gli imputati sono dirigenti del gruppo Marzotto ed ex responsabili, tra cui l’attuale sindaco di Praia a Mare, dello stabilimento tessile calabrese dismesso nel 2005) hanno determinato l’ulteriore rinvio al 24 febbraio prossimo.
La procura sta facendo del suo meglio per accelerare l’iter, però nella complessa macchina procedurale che si mette in moto nella fase preliminare di un dibattimento un ruolo determinante lo giocano gli
avvocati della difesa, i quali sanno fin troppo bene che allontanando la data d’inizio del processo si avvicina quella dell’
estinzione del reato. Ma omicidio colposo plurimo e disastro ambientale sono accuse pesanti, difficili da smuovere con espedienti procedurali, tanto che gli operai ammalatisi di cancro e i familiari di quelli che ne sono morti, oltre alle organizzazioni che si sono costituite parte civile, si sono mobilitati per chiedere l’accelerazione dei tempi e l’avvio del processo.
E mentre il
tam tam telematico fa il suo corso (la lista delle adesioni all’appello on line,
appellomarlane@gmail.com, con in cima il nome di
Margherita Hack, continua ad allungarsi), si preparano iniziative di sensibilizzazione, tra cui quella prevista per la prima decade di febbraio dalla Cgil territoriale, costituitasi parte civile insieme agli organismi regionale e nazionale. “C’è il rischio che il processo sfumi, perciò vogliamo appellarci al senso di responsabilità della procura di Paola affinché vengano attivate tutte le procedure burocratiche per evitare un ulteriore slittamento”, è la richiesta di
Angelo Sposato, segretario generale della
Camera del lavoro comprensoriale Pollino-Sibari-Tirreno.
“È necessario che i lavoratori e le loro famiglie abbiano
giustizia, non è tollerabile – prosegue il sindacalista – che a distanza di così tanto tempo non si faccia chiarezza su una
vicenda scabrosa che ha riguardato un numero così alto di lavoratori”.
Almeno 80 sarebbero i decessi riconducibili alle malsane condizioni di lavoro nella fabbrica tessile, prima di proprietà dell’Eni-Lanerossi, che l’aveva rilevata nel 1969 col marchio Lanificio di Maratea, poi acquistata dal gruppo guidato da
Pietro Marzotto (anche lui tra gli imputati) nell’87 per 168 miliardi di lire.
I
coloranti usati nel reparto tintoria, secondo i magistrati,
contenevano ammine aromatiche, alcune delle quali nocive (il tumore alla vescica sarebbe una delle patologie riscontrate tra gli ex operai). L’azienda, secondo l’accusa, non ha tenuto in considerazione le necessarie misure di sicurezza da adottare a salvaguardia della manodopera, esposta perciò alla
tossicità degli agenti chimici usati nel processo di lavorazione e all’amianto presente nei freni dei vecchi telai utilizzati prima della ristrutturazione dello stabilimento avviata nel ’96, quasi dieci anni dopo il passaggio di proprietà dall’Eni.
Il colosso chimico, prima di mollare il tessile e il marchio
Lanerossi, ha tenuto la fabbrica di Praia a Mare per quasi un ventennio e, dato che le indagini coprono un periodo che va dagli anni settanta alla fine dei novanta, quando sono cominciati i decessi e sono partite le prime denunce, qualche domanda sulla salute dei lavoratori avrebbe potuto porsela e forse oggi qualche spiegazione avrebbe dovuto darla. “Non si può escludere, per onestà intellettuale, che le condizioni di rischio ci fossero prima del passaggio a Marzotto e che ci siano responsabilità anche dell’Eni”, ammette il segretario della Filctem comprensoriale
Franco Mazza.
Ma oggi alla sbarra c’è solo il gruppo veneto e il processo dovrà accertare se c’è un nesso di causalità tra le condizioni di lavoro e
l’insorgenza di tumori fra gli operai e stabilire il grado di consapevolezza dei vertici aziendali. “Dobbiamo evitare la prescrizione – rimarca Mazza –, sia per rispetto dei morti e dei loro congiunti, che dei lavoratori e delle lavoratrici di quell’azienda. Sarebbe una sconfitta non solo per le parti offese, ma per la giustizia. Vogliamo arrivare alla verità e all’accertamento delle responsabilità di chi in questi anni ha sottaciuto
condizioni rischiose che pure il sindacato aveva evidenziato”.
Parlare di standard di sicurezza 30 anni fa forse era troppo ardito, ma anche dare un
cartone di latte a fine giornata agli operai per disintossicarsi forse era troppo poco. Una fabbrica che ha lasciato il segno dentro e fuori le sue mura. L’intera area circostante, dal 17 novembre scorso posta
sotto sequestro probatorio (ma la procura aveva già da tempo messo i sigilli al reparto tintoria), è inquinata per le concentrazioni elevate di cromo esavalente, zinco, rame e piombo. Negli anni in cui è stato in attività il sito produttivo,
sostanze tossiche sarebbero state interrate intorno allo stabilimento. Da qui la pesante accusa di disastro ambientale.
“Bisognerà partire immediatamente con la
bonifica e predisporre tutte le operazioni necessarie per mettere in sicurezza l’area e garantire
la salute dei cittadini residenti nelle zone circostanti”, avverte Sposato. “Poi, e su questo nei giorni scorsi abbiamo avviato con gli industriali un tavolo a livello unitario, sarà necessario avviare un ragionamento complessivo sul futuro del tessile in questo territorio e sulle politiche attive del lavoro, per verificare se è possibile riparlare della localizzazione di attività industriali in un settore che per tanti anni ha rappresentato l’economia locale e
garantito posti di lavoro”.