Nella capitale un patto fra le organizzazioni criminali del Sud per spartire le attività illecite. L’eliminazione, di conseguenza, di boss emergenti e residui della Magliana S.GULISANO , P.ORSATTI
Trentasei omicidi in tredici mesi. In una capitale europea. Di cui almeno un terzo ricollegabili direttamente a conflitti fra organizzazioni mafiose. Gli altri, per pudore, continuano a essere considerati omicidi di serie b, ma gli stessi investigatori, a microfoni spenti, non li considerano più tali. Questo il dato più visibile ed eclatante di quella che è, a tutti gli effetti, una guerra di mafia in corso a Roma per il controllo delle attività illecite.
La penetrazione – si dice ancora così per mitigare i dati da città ad alta densità mafiosa – non è in atto solo da oggi a Roma. Già negli anni 50 Cosa nostra gestiva i primi colossali traffici di eroina verso gli Stati Uniti, facendo base in una serie di alberghi di lusso. Come del resto l’aeroporto di Fiumicino e il porto di Civitavecchia sono stati per decenni punti di interscambio delle rotte degli stupefacenti. Basta andarsi a rileggere la relazione della commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte, del novembre 1991.
E oggi si valuta che da Roma e dal Lazio transiti circa un quinto della cocaina destinata all’intero mercato europeo, cioè un giro d’affari di un miliardo di euro l’anno sui cinque complessivi del traffico continentale. Quindi la necessità della spartizione del controllo del territorio o, come sembra trasparire ora, delle attività. “È il caso Primavalle a farci capire che c’è un’alleanza più complessa – spiega Gianni Ciotti, segretario romano del Silp Cgil –. Si pensava che il traffico della cocaina fosse completamente in mano alla ’ndrangheta, ma ci si è resi conto, da alcuni sequestri, che la coca in vendita in quel quartiere ha la stessa confezione di quella di Napoli, quindi distribuita dalla camorra. E senza un accordo ciò non sarebbe stato possibile”.
Per investigatori e inquirenti è certo che gli omicidi di mafia nella capitale siano da attribuire a questo patto fra le organizzazioni criminali del Sud che stanno eliminando, nelle varie borgate, i boss emergenti che tentano di mettersi in proprio e i residui dell’ex Banda della Magliana che alzano la testa: “L’assenza di reazione la dice lunga sul tipo di conflitto – chiarisce un investigatore –, dice che non c’è nessuna nuova Banda della Magliana e che la paura impedisce qualsiasi reazione. Se ci fosse un’organizzazione romana forte e strutturata, come negli anni 80, la reazione ci sarebbe poiché altrimenti ne sarebbe minata la credibilità, il prestigio”.
Quinta mafia? Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, ha definito il patto criminale su Roma “Quinta mafia”, ma di fatto è uno scenario presente da decenni e, comunque, aperto all’apporto di soggetti romani, come emerge da numerose inchieste. “Solo il clan dei Casamonica, l’unica cosca romana a cui sia stato applicato il 416 bis, il reato di associazione mafiosa, continua ad avere un solido radicamento nella zona sud della città – ci dice un investigatore – e a fare affari, unendo l’usura (Roma ne è da sempre la capitale, ndr) al traffico di cocaina, utilizzato come grimaldello per entrare in nuovi circuiti, soprattutto di professionisti”.
“I clan dei nomadi hanno ormai fatto un salto di qualità e non mi stupirei se presto venisse fuori che gestiscono grosse attività commerciali”, profetizza. “Mafia ’ndrangheta e camorra hanno la necessità di espandersi, di uscire dai territori tradizionali e Roma – sottolinea Gianni Ciotti – è un luogo strategico, sia per i traffici illeciti sia per quelli leciti, per le attività legali da usare come paravento per il riciclaggio, situati in luoghi centrali, vicini ai centri del potere istituzionale”.
Istituzioni. E politica. “Quello che lascia sconcertati – sottolinea Cosmo Bianchini, segretario regionale del Silp Cgil – è che davanti a numeri e dati che non sono pubblici solo da oggi e a un allarme che venne lanciato già nella relazione Chiaromonte del 1991, non si sia fatto ciò che si poteva e doveva fare. Anzi: troppo spesso interi settori politici hanno cercato di negare pubblicamente l’evidenza. Se uno confronta la mappa disegnata dalla relazione del ’91 con l’attualità si scontrerà con una continuità impressionante di nomi, territori, famiglie”.
Fondi, un caso nazionale E il caso Fondi? Anche quello ha consentito l’attuale escalation a Roma? “È evidente che il tipo di alleanze fra sodalizi mafiosi si sia riproposto anche a Roma – prosegue Bianchini –. A Fondi si è giocata una partita nazionale: il governo Berlusconi ha impedito lo scioglimento del comune richiesto dal prefetto Frattasi e successivamente lo ha trasferito”. Era in gioco, all’epoca, il rinnovo del consiglio regionale e Renata Polverini, grazie anche all’appoggio del potentissimo esponente pontino del Pdl Claudio Fazzone, aveva nella provincia di Latina uno dei suoi maggiori bacini elettorali.
“Da due anni, e per ben dodici volte, abbiamo richiesto un incontro alla presidente della Regione per discutere di sicurezza – conclude Bianchini –. Ma non ci ha mai ricevuto. Mentre a Roma e in tutto il Lazio si continua a pensare che fare sicurezza sia intervenire sulla microcriminalità e gli ‘ultimi’, i senzatetto, i migranti e così via, e non su traffico di stupefacenti, racket, riciclaggio e usura ad alti livelli”.
Non solo Roma, dunque, terreno di affari delle mafie. Viterbo, Cassino, Frosinone, Civitavecchia hanno visto negli anni crescere la presenza di camorra e ’ndrangheta. E si delinea una mappa precisa: nell’area sud di Frosinone regnano i clan Canosa-Muzzone, i Casamonica, il clan Di Silvio.
A Fondi la ’ndrangheta della famiglia Tripodo e il clan dei Casalesi in relazione, com’è emerso, con famiglie catanesi. Ad Aprilia le ’ndrine Alvaro e Strangio. Latina è dominata dai clan camorristici Ciarelli, Baldascini e Di Silvio. Ancora i Casalesi insieme alla famiglia Bardellino a Formia e Minturno. E emerge il dato che oltre a traffici e racket investano in imprese e, soprattutto, in beni immobiliari.
Per dare una dimensione del volume di affari basta fare l’esempio della mole di beni sequestrati. Nel 2011 solo nella provincia di Latina sono stati confiscati lo scorso anno 42 tra palazzi e costruzioni di altro tipo. Nel Lazio sono circa 400 i beni sequestrati (per un valore di svariati miliardi di euro), un dato simile a quello lombardo e superiore alle regioni meridionali. Soldi, quindi, e affari non solo derivati dai traffici illeciti. La droga e il racket producono fiumi di denaro reinvestiti in tutta la regione, soprattutto nella capitale. Nel tessuto produttivo sano, che appena penetrato cambia connotazione. Dalla grande distribuzione agroalimentare agli appalti alle grandi opere. Sempre più interesse, infine, ricopre il nuovo “oro”, lo smaltimento dei rifiuti.
(Da
Rassegna Sindacale, n. 1, gennaio 2012)