Tre buone notizie giungono dalla
Birmania, paese oppresso fino a un anno fa da una feroce giunta militare. La prima è che il
Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi ha presentato la sua candidatura alle elezioni legislative parziali che si terranno il 1 aprile in Birmania come leader della
Lega Nazionale della Democrazia, (Lnd), il principale partito di opposizione. Il prossimo appuntamento elettorale è considerato dagli occidentali un test chiave per verificare l’effettiva volontà di transizione democratica del regime militare.
La seconda è la liberazione di 651 prigionieri politici di primo piano, tra cui monaci, leader studenteschi ed esponenti dell’opposizione politica. Il provvedimento, che Aung San Suu Kyi considera un “segnale positivo”, è l’ultimo di una serie di amnistie decise dal nuovo governo “civile” in carica da poco meno di un anno, che mira a rientrare a pieno titolo in seno alla comunità internazionale, ottenere la cancellazione delle sanzioni del blocco occidentale – Stati Uniti e Unione europea – e conquistare la presidenza dell’Asean, l’associazione che riunisce 10 nazioni del Sud-est asiatico, per il 2014.
Stando alle informazioni filtrate, ancora frammentarie e confuse, fra i detenuti liberati vi sarebbe l’ex premier e capo dell’intelligence
Khin Nyunt – che nel 2003 aveva promosso un primo “progetto in 7 punti” di “riforme democratiche”, ma era finito agli arresti l’anno successivo per ordine del generalissimo Than Shwe, capo della precedente giunta militare –,
Min Ko Naing, uno dei leader di 88 Generation Students Group, e
Shin Gambiera, uno dei promotori della rivolta del monaci del settembre 2007, ribattezzata la Rivoluzione zafferano.
La terza notizia è la firma di uno
storico cessate il fuoco tra il governo birmano e il movimento armato
Karen National Union (Knu). L’accordo dovrebbe riportare la pace nello Stato Karen nell’est del paese (capitale Hpa-an). Rimane invece critica la situazione nello Stato settentrionale Kachin, dove continuano gli scontri fra milizie ribelli ed esercito regolare e si fa sempre più drammatica la situazione di centinaia di migliaia di profughi.