La tragedia che ha travolto Zhou e Joy ha innescato una politicizzazione del dibattito su Roma, la sua criminalità e le sue periferie. I problemi c'erano anche prima di Alemanno. E la convivenza va oltre i facili allarmismi DI STEFANO IUCCI
Da cinque anni abito a Torpignattara. I cinque anni prima li ho passati al Pigneto e i primi 30 della mia vita nel quartiere Appio Latino, vicino al Parco della Caffarella, dove da piccolo andavo a giocare a pallone, con gli adulti che mi dicevano di “fare attenzione agli zingari” (che erano all’epoca gli unici “cattivi”: ora sono in compagnia di tanti altri).
Insomma: ho sempre abitato zone di un confine che – complice la
gentrification in atto da tempo nella Capitale – si è progressivamente spostato più in là (o in qua, a seconda dei punti di vista). Oggi, per dire, alla Caffarella l’acquisto di una casa è quasi impossibile, visti i costi. E il Pigneto si sta incamminando sulla stessa strada.
La tragedia che ha travolto Zhou e Joy mi tocca da vicino, perché abito a poche centinaia di metri da dove l’orrore si è abbattuto con ferocia su una bambina e un ragazzo (non lo dice nessuno ma il padre era un ragazzo e ragazza pure la madre, almeno secondo i nostri standard di paternità e maternità) colpevoli di nulla: perché nessuno può meritare una morte simile, anche se in un’edizione pomeridiana del Gr2 si diceva che “come è noto” intorno agli esercizi di Money Transfer (presso uno dei quali lavorava Zhou) gravitano attività illegali, operando così un collegamento direi “morale” deontologicamente assai discutibile tra questo aspetto (in ogni caso da dimostrare per il caso che ci riguarda) e il duplice assassinio.
A Torpignattara, a dispetto di tanti allarmismi fatui, la convivenza tra le diverse etnie, e soprattutto tra italiani e cinesi,
resiste assai bene. In maniera improvvisata e autoregolata, certo, ma regge. Ovviamente qualche malumore si coglie. Il mio fornaio, per esempio, dice che i cinesi non portano niente al territorio perché esclusivamente chiusi nei loro giri: “comprano tutto nei loro negozi”. A me, qualche volta, verrebbe da chiedere, al fornaio, cosa c’è poi di così strano visto che anche lui, come dichiara apertamente, non compra nulla nei negozi gestiti da cinesi.
Però si sta abbastanza bene, insieme, a Torpignattara. La scuola Pisacane e, un po’ più lontano, la Iqbal Masih, nonostante gli attacchi politici che ricevono costantemente, sono un modello all’avanguardia di progettualità e integrazione. Non lo dico perché “si dice negli ambienti di sinistra”, ma perché ne ho diretta esperienza in quanto genitore. La Iqbal Masih, in particolare, negli ultimi anni è stata punto di riferimento imprescindibile per tutti i movimenti che si sono opposti alla riforma Moratti, prima, e poi a quella della Gemini in favore di una scuola democratica e inclusiva.
Di questo star bene insieme testimoniano, in questi giorni,
le processioni di cittadini di tutte le etnie a via Giovannoli, per deporre fiori o lumini sul luogo dell’orrore. I lumini, nella tradizione cinese, sono importanti, ed esprimono tante cose, non solo il dolore, ma anche la poesia e la speranza: lo ha spiegato sul Paese Sera online Andrea Segre, che abita a Tor Pignattara, e che con “Io sono Li” ha girato uno dei film italiani sull’immigrazione più belli degli ultimi anni, visto troppo poco nelle nostre sale.
I
n dieci anni vissuti tra Pigneto e Torpignattara non ho mai avvertito sensazioni particolari di pericolo: quasi tutte le strade sono ribollenti di persone, negozietti aperti a tutte le ore. Mia moglie spesso torna a casa in tarda serata: e non ha mai avuto problemi. Attenzione non sto dicendo che non ci siano problemi, droga e degrado. Dico solo che questo ormai avviene in quasi tutta Roma e che i commenti sufficienti sulle periferie e i loro abitanti che si continuano a leggere talvolta in queste ore, se uno avesse solo sfogliato Il Contagio di Walter Siti non dovrebbe nemmeno abbozzarli (In soldoni: Siti spiega che Roma ormai è tutta incarognita, perché i coatti hanno corrotto la borghesia ma insieme la borghesia ha corrotto i coatti). Carlo Bonini, per esempio, ha recentemente scritto su Repubblica del “nulla in fondo alla Casilina”. Ecco, si rassicuri Bonini: al Pigneto e a Torpignattara caso mai c’è il troppo, non il nulla.
Se il quartiere ha reagito bene, con composta solidarietà, non altrettanto si può dire abbiano sempre fatto, appunto, i media. Sui social media, in particolare – dove l’indignazione facile va spesso di pari passo con una superficialità non sempre attribuibile alla sinteticità del mezzo – è
tutto un tripudio di “È solo colpa di Alemanno”. Ora, senza ovviamente voler sottrarre nulla alle pesantissime responsabilità che il nostro primo cittadino ha maturato in questi anni (non ultima quella di avere proprio sul tema della sicurezza e della paura impostato la propria campagna elettorale del 2008) si tratta di una lettura davvero superficiale che certo non aiuta a trovare soluzioni.
Perché allora, se si vuole affrontare il tema dal lato politico, occorrerà dire che in tanti anni di governo il centro-sinistra a Roma ha fatto molto poco per le nostre periferie. E se a via Giovannoli i lampioni non funzionano, state tranquilli che lì o poco più in là non funzionavano neanche quando Alemanno non c’era. E nelle nostre strade mancano da sempre centri di aggregazione sociali, che non siano sale giochi e muretti sgarrupati e le vie sono tradizionalmente sporche e i vecchi cinema chiusi da tempi immemorabili. Insomma non facciamo anche “noi” quello che fece Alemanno nel 2008 contro Veltroni. Non trasformiamo la nostra vita in un’eterna campagna elettorale.
Soprattutto non politicizziamo sempre ciò che accade, perché i fenomeni di marginalità sociale, disperazione folle e senza futuro (perché quale futuro anche personale può avere uno che spara a una bimba di nove mesi?) hanno radici e cause complesse su cui la politica certo può e deve agire ma che vanno analizzate in profondità.
Ecco, la politica. Da tempo si dice che Torpignattara si salderà al centro come ulteriore luogo della scena trendy e alternativa romana. A questo proposito, un compito per la politica io ce lo avrei: provare a interrompere quel percorso, che sembra fatale ma non lo è, per cui dal degrado si passa al fashion trendy. Dalla Banda della Magliana alla teoria di pub fighetti, per capirci.
Il Pigneto, come è già accaduto con San Lorenzo e in parte con la Garbatella, è diventato proprio questo:
un ricettacolo di locali tutti alternativi ma tutti uguali. Sull’Isola Pedonale se ne contano ormai una decina. E quando questo avveniva Alemanno davvero non c’era. Il risultato di questo processo – anche speculativo – è che i vecchi abitanti vengono espulsi dai quartieri, e i negozi tradizionali spariscono progressivamente (50 anni fa è accaduto anche a Trastevere). La notte, però, fuori dai lussuosi ristoranti alla moda e sprezzanti, africani, maghrebini, asiatici dormono spesso ubriachi per strada o vagano alla ricerca di occasioni non sempre oneste. Su questo la politica ha il dovere di intervenire. Ed è proprio questo che non deve diventare Torpignattara, perché non è interesse di nessuno: italiani, cinesi, maghrebini.