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Un anno di proteste

Le rivolte senza leader del 2011

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Dal Maghreb agli indignati europei o israeliani, dalla Cina a Occupy Wall Street. E’ ancora presto per dire cosa ne sarà di questi movimenti. Si può però cominciare a discutere di cosa è successo e di cosa è cambiato DI MATTIA TOALDO

di Mattia Toaldo

Le rivolte senza leader del 2011
Il settimanale americano Time ha dichiarato il “dimostrante” uomo dell’anno per il 2011. In copertina, come nota il blogger Lorenzo Declich, la foto ritoccata di una ragazza americana che protestava a Los Angeles ma presentata con un fazzoletto a coprire metà del viso, quasi fosse una donna araba con il velo: l’immagine più stereotipata di quella regione che circola ancora sui mezzi di comunicazione occidentali.

L’anno che si sta concludendo è stato effettivamente un periodo di proteste e sollevazioni globali: dagli studenti cileni agli occupanti delle piazze americane, dalle rivolte del Maghreb e del Medio Oriente agli indignati europei o israeliani per arrivare al mondo più composito dell’insofferenza sociale cinese o alle recenti dimostrazioni in molte città della Russia contro le elezioni truccate da Putin.

E’ ancora presto per dire cosa ne sarà di queste rivolte e di questi movimenti, si può però cominciare a discutere cosa è successo e cosa è già cambiato. In primo luogo, il 2011 è stato un movimento globale sotto molti aspetti: c’è stato quasi sempre un elemento generazionale perché le proteste sono state portate avanti dalla parte più giovane della società (spesso la più istruita e globalizzata) che è esclusa dal patto sociale attuale; sono state il frutto della “globalizzazione delle idee” che sono circolate altrettanto incontrollatamente e velocemente dei capitali finanziari; si trattava in gran parte di movimenti indipendenti, cioè non troppo legati alle vecchie organizzazioni partitiche o associative.

Ci sono poi due caratteri molto importanti e altrettanto comuni. In primo luogo, come dice lo stesso Time, i dimostranti avevano “molta più pelle in gioco” rispetto a quelli del 1968: protestavano cioè a partire dalle proprie condizioni di vita e puntavano a coinvolgere la “maggioranza silenziosa” della popolazione, riuscendo in gran parte a sollevarla o quanto meno a sensibilizzarla. In secondo luogo, in maniera diversa, molti dei movimenti avevano a che fare con la natura della democrazia: in alcuni Paesi perché era del tutto assente, nel mitico “Occidente” perché veniva svuotata di senso dallo strapotere della finanza e dalle politiche “anti-crisi”.

Detto ciò, questi movimenti sono stati molto diversi gli uni dagli altri. Anzi, si può dire che il loro successo è dipeso in gran parte dalla loro capacità di inserirsi nella storia nazionale, di fare riferimento implicito od esplicito alla tradizione politica locale, di rivendicare la titolarità della nazione: il grido non era “facciamo come gli altri” ma “siamo noi il nostro Paese”. Insomma, non un nuovo internazionalismo ma la capacità di declinare in chiave locale una spinta internazionale al movimento.

E così “Occupy Wall Street” ha avuto successo anche perché ha saputo inserirsi nella tradizione americana del populismo contro l’establishment economico che in America ha una storia di più di un secolo. Sempre nella seconda metà dell’Ottocento bisogna andare a trovare la ragione per cui, tra i primi Paesi del Medio Oriente a ribellarsi, ci sono stati Egitto e Tunisia dove c’era una tradizione di costituzioni, partiti e organizzazioni politiche, società civili attive e repressione.

Molto diverso da paese a paese è anche il bilancio, cioè quello che i diversi movimenti hanno ottenuto. Con tutte le difficoltà della transizione tunisina, ci sono state elezioni regolari e democratiche e c’è oggi un processo costituzionale condiviso. Come diceva di recente un ex-esule, oggi all’arrivo all’aeroporto ci si deve preoccupare di recuperare il bagaglio, non di essere torturati o arrestati dalle “forze di sicurezza”. Situazione molto meno rosea altrove nella regione: in alcuni Paesi la situazione dell’islam politico “moderato” sarà certamente migliore nel 2012 di quanto non lo sia stata nei decenni precedenti, in pochi altri migliorerà anche la situazione per i giovani che hanno iniziato le rivolte.

La ribellione degli indignati israeliani ha molti più elementi in comune, sia negli obiettivi che nei risultati, con quelle italiane, spagnole o britanniche. Chi ha promosso questi movimenti si ritroverà a fare una vita più dura nel 2012 rispetto a quella che faceva ad inizio 2011: si aggravano non solo le condizioni economiche (si pensi solo all’aumento delle rette universitarie e degli affitti e al contemporaneo smantellamento del welfare studentesco) ma è lecito dubitare anche che sia cambiato l’equilibrio tra poteri finanziari e governi democraticamente eletti. Paradossalmente, la questione sociale e generazionale viene anzi usata per legittimare politiche di austerità e di impoverimento di una parte della popolazione.

Negli Stati Uniti il bilancio è più complesso. Il movimento partito da Zuccotti Park ha contagiato una parte notevole dell’opinione pubblica ed è già diventato un mercato elettorale che alcuni ritengono equivalga a quello dei Tea Party. E’ cambiata in parte l’agenda del discorso pubblico: basti citare al piano per il lavoro dell’amministrazione Obama oppure alla fine dell’automatismo tra investimenti dei grandi Fondi e valutazioni delle agenzie di rating. Potenzialmente, la paura del disordine sociale generata da questo movimento e l’impopolarità del settore finanziario che questo ha aumentato, potrebbero essere la spinta per politiche più coraggiose nei prossimi anni. Molto, come al solito, dipenderà dalle elezioni presidenziali e congressuali del 2012.

Infine, l’Italia. In gran parte si può applicare qui quello che si è detto a proposito dell’Europa ma con una notevole differenza rispetto al resto del mondo: questo è forse uno dei pochi Paesi dove il movimento del 2011 ha già avuto un impatto sulla politica e sulla rappresentanza. Basti vedere questo grafico dei consensi al governo Berlusconi e confrontarlo con lo sviluppo del movimento delle donne, oppure basti guardare ai risultati delle amministrative oppure a quello dei referendum. In entrambi i casi ha vinto un certo modo di fare campagna elettorale, orizzontale e indipendente proprio come il movimento 2011.

Qui come altrove, però, la protesta è stata una “leaderless revolution (una rivoluzione senza leader) come lo ha definito Anne Marie Slaughter, ex cervello del Dipartimento di Stato sotto la Clinton: proprio per la loro natura orizzontale e legata alla Rete questi movimenti non riescono spesso a darsi dei “capi” o anche solo delle persone simbolo. Sarebbe stato difficile immaginare l’indipendenza indiana senza Gandhi oppure la fine dell’Apartheid senza Mandela. Ma il bello è che la storia indica l’origine delle cose, quasi mai il destino.


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TAGS indignati occupy wall street rivolte arabe rivolte

30/12/2011 09:00

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