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Una storia italiana

Pasta Nera, i bambini strappati alla miseria

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Nel dopoguerra 70.000 bambini in condizioni disperate vennero ospitati per lunghi periodi – talvolta per una vita intera – da famiglie italiane del centro-nord. Lo racconta un documentario di Alessandro Piva DI STEFANO IUCCI

di Stefano Iucci

Pasta Nera, i bambini strappati alla miseria
Dal 1945 al 1952 70.000 bambini in condizioni critiche, se non disperate, vennero ospitati per lunghi periodi – talvolta per una vita intera – da famiglie italiane del centro-nord che riuscirono così a strapparli alla fame e alla miseria più nera. Erano figli della guerra e delle sue distruzioni. Ma anche delle lotte agrarie e libertarie successive al conflitto: gli anni delle stragi di Portella della Ginestra, Melissa, Montescaglioso, San Ferdinando di Puglia. Questa storia – di quelle che l’Italia per un istinto che tende sempre a “smorzare” i suoi momenti migliori ha dimenticato per tanti anni, coltivandola semmai in una memoria privata e domestica – tuttavia è una di quelle storie dormienti, che pare aspettino solo chi venga a risvegliarle per riprendere vita. Proprio questo è accaduto negli ultimi due anni con un libro e un film.

Del libro – I treni della felicità, di Giovanni Rinaldi (Ediesse, 2009) – si è già parlato su Rassegna al momento dell’uscita. La novità degli ultimi mesi è il film documentario – Pasta Nera (Seminal Film, Cinecittà Luce, 2011) – che da questa vicenda ha tratto Alessandro Piva (La capagira, Mio cognato) e che è stato presentato con un certo successo all’ultimo festival cinematografico di Venezia. Non si tratta di due operazioni separate: Giovanni e Alessandro hanno lavorato spesso insieme, con uno scambio assai efficace. Blocco notes, registratore e cinepresa sono serviti a tutti e due: uno ci ha scritto un libro, l’altro ha girato un film denso e toccante. Ma lo scambio è stato forte: perché nel libro l’aspetto “visivo” è assai notevole, mentre il film è molto efficace proprio nella sua capacità di farsi racconto.

Lo scorso 13 dicembre ho partecipato a una serata bella e intensa al cinema Rosebud di Reggio Emilia organizzata dall’Istituto Alcide Cervi. A godere delle immagini asciutte e intense di Pasta Nera – in cui interviste con i protagonisti dell’epoca ripescati oggi in giro per l’Italia si alternano a immagini di repertorio dell’Italia che era e di quella che sarebbe stata, di lì a pochi anni proiettata verso la ricostruzione – c’erano anche alcuni di coloro che in quel decennio eroico hanno ospitato o sono stati ospitati. Qualcuno alla fine della proiezione s’è alzato e ha raccontato la sua di storia: una storia che non stava nel film e nel libro, perché i bambini erano tantissimi. Piva ascoltava con attenzione e insieme abbiamo commentato che il racconto di questa piccola epopea potrebbe non finire mai.

Il primo treno della felicità carico di bimbi da salvare non partì dal Sud, ma dalla Milano martoriata del ’45 ed era diretto in Emilia grazie all’iniziativa di una donna notevole, Teresa Noce. A questo primo convoglio ne seguirono tanti altri, dal Mezzogorno, da Napoli, la Puglia, Roma e Ciociaria verso le città del Centro e Nord d’Italia. Fu una grande prova di solidarietà e di unità di un paese a lungo diviso dal fronte e dalle appartenenze politiche.

Tanti i protagonisti di queste vicenda. Le donne, innanzitutto: furono loro, le “compagne dell’Udi”, a organizzare quasi tutto. Più sagge degli uomini, come quasi sempre accade nei frangenti cruciali: perché gli uomini volevano che a essere ospitati fossero solo i figli delle famiglie comuniste e loro, le donne, si opposero, perché naturalmente era giusto così. Ma forse, subito dopo la sconfitta dei fascisti e la tragedia delle guerra, non era poi così facile ammetterlo. E poi era ben viva una classe politica e intellettuale che proprio in quegli anni andava costruendo la propria legittimazione a guidare la ricostruzione nel dopoguerra. Basti pensare che nel Comitato per la salvezza dei bimbi di Napoli c’erano personaggi del calibro di Giorgio Amendola (il presidente), Mario Alicata, Maurizio Valenzi e Luciana Viviani (figlia del grande Raffaele).

Ma i protagonisti dell’epopea di Pasta Nera rimangono naturalmente le famiglie. Le famiglie che ospitavano erano contadine e operaie, e generalmente avevano già altri figli. Tuttavia non si tiravano indietro, non “benché” povere anch’esse, ma, al contrario, “perché” povere. In un passo straordinario del libro di Rinaldi, alla domanda sul perché si fosse offerto per accogliere uno di questi bambini, Giorgio Bertusi risponde così: “Perché anche noi stavamo male, figuriamoci queste famiglie abbandonate”. Una consequenzialità logica davvero straordinaria.

E poi, specularmene, ci sono le altre di famiglie, quelle che “si affidavano” alla solidarietà degli altri. Ogni volta si ripeteva la stessa scena straniante, ben visibile nelle immagini di repertorio reperite da Piva: mamme e padri che lasciano i propri bimbi piccolissimi (anche quattro anni), sospese tra la speranza di straparli alla fame e il terrore di non vederli o almeno sentirli a lungo. Nei volti invecchiati dei testimoni intervistati da Piva passano cinquant’anni di storia personale, incisi dagli strascichi dolorosi e dai pungoli che quel viaggio ha depositato nei cuori. Qualcuno ha deciso di rimanere al Nord, di non tornare più dalla propria famiglia. Qualcun altro ha invece rifatto il cammino inverso. Alcuni negli anni si sono poi rivisti, altri no. In tutti i casi è facile immaginare quante lacerazioni, quanti sensi di colpa mai sopiti fino in fondo e sentimenti sospesi e malinconie hanno continuato a persistere nelle vite di queste persone.

Infine, una riflessione. La storia di queste treni, con tutta la fiducia negli altri che trasmette è forse la più efficace confutazione, o almeno messa in discussione, della tesi contenuta in un celebre libro che Edward C. Banfield scrisse poco dopo, nel 1958 (ma che in Italia fu tradotto solo nel 1976), Le basi morali di una società arretrata, che teorizza il familismo come freno allo sviluppo di una società coesa e solidale in cui il bene comune assuma un valore preminente. Quelle di Piva e Rinaldi sono storie che mostrano come la famiglia può allargare gli orizzonti, anziché restringerli e che può essere il nucleo originario di una società più ampia e propensa allo scambio e alla condivisione dei propri affetti.

In una delle interviste più intense del film di Piva, una signora dice più o meno questo: “Quando arrivarono questi bambini ci rendemmo conto che erano uguali a noi. Prima pensavamo, anche se la cosa è molto brutta da dirsi, che il Sud fosse molto diverso dal Nord”. Capite? Questa signora, negli anni del leghismo più becero, pensa e dice che è molto brutto dire “semplicemente” che il Sud è diverso dal Nord. Da meditare con attenzione.



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TAGS i treni della felicità alessandro piva infanzia pasta nera

16/12/2011 17:47

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L'articolo riporta l'esistenza di un documentario sicuramente emozionante e che induce alla riflessione. Certamente riprende questioni raccontate da Giovanni Rinaldi con " I treni della felicità " Libro che ho letto ed apprezzato. Nello stesso tempo vorrei invitare tutti a lavorare a rete, a mettere a confronto i lavori realizzati attorno a questo tema. Esiste in circolazione un libro scritto da Lucia Fabi e Angelino Loffredi " L'infanzia salvata/Nord sud un cuore solo " poco conosciuto ma utile
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Toccante , tutti lo dovrebbero leggere per poter riflettere sul valore della solidarietà, più facile da trovarsi là, dove meno ci sono le possibilità economiche.Leggerò il libro e vedrò il documentario,la conoscenza di ciò che è stato, ci dà il coraggio di affrontare il presente ed il futuro.

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