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Emergenza al pronto soccorso

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E' pesantissimo lo stress psicofisico degli operatori sanitari, medici e infermieri, che operano in prima linea. Eppure non viene riconosciuto come lavoro usurante. Una risposta? Rafforzare le cure primarie sul territorio DI PAOLA SIMONETTI

di Paola Simonetti

Emergenza al pronto soccorso (foto Attilio Cristini) (immagini di Attilio Cristini)
E’ un ingranaggio che può arrivare a stritolare, mettere a dura prova la fibra psicologica e fisica di un individuo. Il lavoro di medici e infermieri di pronto soccorso è uno dei più a rischio stress correlato di tutto il comparto sanitario. Se svolto per anni senza recuperi adeguati, può trasformarsi in un pericolo per pazienti e operatori. Questi i tratti cruciali di un bilancio sul disagio dei lavoratori nell’area di emergenza-urgenza operato da un’indagine promossa da Acemc (Emergency medicine and care academy). “Oggi più che mai emerge nella categoria un disagio crescente – osserva Nicolò Gentiloni Silveri, direttore del dipartimento di emergenza e accettazione del Policlinico Gemelli di Roma – e i motivi sono facilmente individuabili: metà della popolazione italiana, che invecchia rapidamente, si rivolge al pronto soccorso per problemi di tipo ambulatoriale, che sarebbero risolvibili anche in altre sedi.

Gli accessi sono superiori ai 20 milioni l’anno: questo significa, per chi opera nel settore, una grande fatica prolungata nel tempo”. Il sovraccarico di lavoro, la pressione dei pazienti, la comunicazione con i familiari, la paura di commettere errori con il rischio di denunce, i turni di guardia pesanti sono, secondo il rapporto, le cause frequenti di un pesantissimo stress psicofisico. L’indagine mette in luce come fra medici e infermieri in oltre il 70 per cento dei casi si percepisca un disagio mentale ed emotivo-relazione e per quasi la metà una fatica fisica.

Pesi psicologici che si traducono soprattutto in stati d’ansia e depressivi, con una buona percentuale anche nella denuncia di stati di rabbia e di confusione. Multitasking e overcrowding sono i due termini anglosassoni in grado didescrivere le caratteristiche della professione sanitaria d’emergenza: ovvero la necessità di eseguire più attività contemporaneamente e il sovraffollamento nelle sale d’attesa delle persone che aspettano di essere visitate. “Trasferito nell’ambito dell’emergenza-urgenza significa – afferma Gentiloni Silveri – che ogni operatore deve dedicarsi prioritariamente a chi è in pericolo di vita, mentre ne soccorre contemporaneamente altri in un flusso ininterrotto che non diminuisce nel corso della giornata”. I dati emersi dallo studio rivelano che nelle ore di punta, mentre un medico di reparto visita un paziente durante il giro visite, un medico di pronto soccorso ne ha già presi in consegna 7 e di questi ne tiene in trattamento la metà.

Al pronto soccorso del Gemelli,
solo per fare un esempio, ne vengono accolti 80.000 l’anno, pari a più di 200 al giorno. “Ogni contatto con il paziente – precisa il direttore del dipartimento di emergenza e accettazione dell’ospedale romano – è di 8 minuti. Un tempo troppo ridotto per un’attività che necessiterebbe al contrario di margini di approfondimento”. Lo stato depressivo del medico è denominato burnout, cioè un lento logoramento psicofisico dovuto alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato.

“Il burnout – prosegue Gentiloni Silveri –
può generare disamore per un’attività che invece è di grande interesse e gratifica per il medico che l’ha scelta, se svolta in condizioni di maggiore serenità”. Ma il vero problema non è l’attività convulsa, precisa il professore, “quanto l’essere consapevoli che il 60-70 per cento del flusso quotidiano, pari a 200-220 pazienti, è interessato da problemi che potrebbero essere risolti dai medici di famiglia, che però sono disponibili per poche ore al giorno”.

Senza contare che, ad appesantire il lavoro,
concorre anche il non trascurabile nodo del personale ospedaliero spesso sottorganico. “Mentre un radiologo ha a disposizione il dosimetro per capire quante radiazioni giornaliere ha assunto – commenta Gentiloni Silveri –, noi medici non abbiamo un metro di misura per lo stress. Per questo chiediamo di riposare di più, di avere tempi di recupero maggiori. Ed è per gli stessi motivi che chiediamo per i professionisti che operano in pronto soccorso la mansione usurante, non per il numero di notti lavorative, ma perché in condizioni di tempo ridotto al minimo il medico di pronto soccorso è sottoposto a un’usura che può costituire pericolo per sé e per le persone che deve soccorrere”.

La battaglia per il riconoscimento della mansione usurante
per la categoria viene portata avanti dal sindacato da circa 20 anni. “Vedo difficile – sottolinea Massimo Cozza, segretario della Fp medici – una modifica legislativa in tempi rapidi. È questo il motivo per cui la nostra lotta su questo versante prosegue. Parallelamente, però, ci si deve concentrare su altre questioni. A cominciare dal cambiamento delle condizioni di lavoro in pronto soccorso e nei dipartimenti d’emergenza, dove è imperante il precariato perché i medici tendono a farsi trasferire nei reparti per non essere soggetti a così grande stress”.

Una delle ricette della Fp medici è lo sblocco del turn over: “Chi va in pensione a oggi non può essere sostituito. Noi chiediamo invece che si possano avere organici adeguati per rispondere alle esigenze dei lavoratori del settore. Anche questa – aggiunge Cozza – è una questione complessa in un contesto di tagli e mancanza d risorse, ma sulla quale occorre aprire un tavolo di contrattazione aziendale e regionale”. Accanto si pone il già citato nodo del sovraccarico di afflussi in pronto soccorso: “Riteniamo che il problema non sia solo legato alla questione della disponibilità d’orario dei medici base. Dovrebbe esserci un potenziamento delle cure primarie sul territorio, con una rete adeguatamente strutturata. Di questo molto si parla, ma di fatto nulla si è ancora concretizzato”.

In campo, secondo la proposta della Fp,
c’è la necessità della presenza di una nuova figura di medico di base, “che agisca non da sola, ma in rete, che sia in grado di dare risposte sui codici bianchi e verdi. Il che significa – conclude Cozza – avere delle strutture aperte sul territorio 24 ore su 24. A questo potrebbe sopperire la riconversione dei piccoli ospedali, inutili e considerati pericolosi, in presidi per le emergenze minori, in cui dovrebbero operare medici di base, guardie mediche, specialisti presenti nelle 24 ore e a cui i cittadini potrebbero fare riferimento, scongiurando il collasso dei pronto soccorso” .



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TAGS sanità infermieri pronto soccorso medici

14/12/2011 16:09

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