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La strada del lavoro

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Tre cittadini reporter a caccia di storie di italiani che svolgono il proprio lavoro con passione, orgoglio e dignità. È questa la strada di una possibile rinascita del Bel Paese DI CINZIA MASSA

di Cinzia Massa

La strada del lavoro (foto di sigilbo, da flickr) (immagini di (foto di sigilbo, da flickr))
Storie di italiani che fanno il loro lavoro con dignità, passione, dedizione. Storie di persone normali, perché “il buon lavoro fatto con arte, sapienza e perizia non richiede capacità eccezionali ma capacità che si trovano in misura presso ché pari nella grande maggioranza degli esseri umani”, come scrive Richard Sennett nel suo L’uomo artigiano. Valore del lavoro. Cittadinanza consapevole. La rinascita italiana potrebbe partire da qui, dal riconoscimento sociale del sapere e del fare. Benvenuti a Castel San Giorgio, Salerno, da cui parte “Le vie del lavoro”, un’inchiesta partecipata promossa da Fondazione <ahref e Fondazione Di Vittorio (www.timu.it).

Largo al factotum della città
Rasoi e pettini, lancette e forbici: tutti al suo comando. Gennaro Cibelli, barbiere, parrucchiere, hair stylist, ditelo come vi pare, è l’attuale priore dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione. Soprattutto, è una persona con uno spiccato senso civico, promotore di iniziative volte alla valorizzazione del territorio, delle sue intelligenze, del suo patrimonio culturale e sociale. Dopo un “preludio” nella bottega di Gennaro, dove Vincenzo Moretti, Alessio Strazzullo e io arriviamo con le nostre borse da cittadini-reporter, il primo incontro è con Giovanni Guadagno, artista extraspaziale, come ama definirsi, che ci mostra oggetti da lui creati, attraverso l’esplosione di oli e vernici, che producono una dimensione a suo dire fino ad oggi nascosta in pittura, la terza dimensione, lo spessore. Una commistione di fisica e magia che diventa materia che si plasma e assume forme strabilianti. Siamo affascinati dalle sue creazioni e dalla sua eloquenza. Ma è Gennaro a riportarci alla realtà, è già tardi e ci aspettano al pastificio.

Pastificio Vicidomini
Mario e Luigi, i fratelli Vicidomini, ci raccontano di una storia lunga duecento anni, di un pastificio che si identifica con una famiglia. Entriamo nell’ampio locale affacciato sulla strada; sugli scaffali l’allegria trasparente delle confezioni di pasta, alle pareti le foto talvolta ingiallite dal tempo, ritratti di famiglia dal sapore antico, testimonianze di una tradizione che viene dal lontano 1812. Sei generazioni di pastai, una storia fatta di qualità, lavorazione artigianale, materie prime selezionate: tutti fattori che costituiscono il segreto del successo di quest’azienda. È Mario a guidarci nel laboratorio, fino al suo cuore: l’impastatrice. Ci mostra orgoglioso la semola di grano duro, la fa scivolare tra le mani, sembra accarezzarla, ci fa vedere come viene impastata con la sola acqua e poi trafilata. Sembra non sentire il rumore dei macchinari mentre ci spiega che è la cura per la qualità che ha sempre contraddistinto la famiglia Vicidomini. “Ci saremmo potuti spostare da qui, ingrandirci, utilizzare capannoni industriali – racconta –, ma non l’abbiamo fatto: avremmo guadagnato di più, ma non saremmo stati più noi. È in questa soddisfazione che per quanto mi riguarda ho trovato la forza per sentirmi realizzato. Sono orgoglioso di portare avanti i valori che mi ha trasmesso mio padre, e di trasmetterli a mia volta ai miei nipoti, i figli di Luigi, che stanno cominciando a lavorare con noi e rappresentano la sesta generazione di casa Vicidomini”.

Professione ebanista
Abbiamo quasi due ore di ritardo, eppure Antonio Zambrano, 89 anni, ebanista, ci accoglie con un sorriso. Mi credete se vi dico che la bottega di Mastro Geppetto doveva essere proprio come questa di Mastro Antonio, un posto dove il legno non rimane legno, ma viene scelto, tagliato, piallato, lucidato, si trasforma, prende anima? Fatelo, perché è la verità. Con la sua voce soffusa ma ferma Mastro Antonio ci racconta che lavora da quando aveva 16 anni, ma che già da bambino quello che faceva lo appassionava. Che, insomma, il suo è un amore che dura da sempre e che ancora oggi lo porta ad alzarsi alle 5 del mattino, a prepararsi e scendere in bottega dove lavora fino a mezzogiorno. E poi, dopo una pausa fino alle 14,30, a chiudere la giornata intorno alle 17.
Nonostante i suoi anni mastro Antonio si muove così velocemente tra i banchi che Alessio fa fatica a stargli dietro con la telecamera. Ci mostra un pezzo di legno, un disegno, un intarsio, una cornice, un pezzo finito e poi un altro e un altro ancora e i suoi occhi sempre più luminosi trasudano passione, entusiasmo, amore. “Scelgo personalmente il legno, faccio tutto a mano – ci dice orgoglioso –, creo da me le cose che faccio, non copio dai disegni degli altri”.

Poscia più che il calor poté il profumo

La tappa successiva è il panificio Sellitto, dove ci accoglie Antonio, il giovane titolare. Ebbene sì, il pane si fa nel forno, e il caldo che troviamo nel laboratorio è difficile da gestire, ma il profumo del pane appena sfornato è una meraviglia. Anche Antonio parla di cultura, storia e tradizione familiare. Dice che quando ha iniziato a lavorare in panificio non è stato tanto per sua scelta quanto perché si sentiva in dovere di continuare l’attività di suo padre; aggiunge che con il tempo ha imparato a vederne la bellezza, ad apprezzarne i vantaggi, al punto che oggi affronta il suo lavoro come se fosse un hobby, nel senso che lo svolge con gioia, lo diverte. Se fosse soltanto un lavoro, non potrebbe svegliarsi ogni giorno alle 4.30 di mattina e lavorare di sana lena fino alle 8 o alle 9 di sera. Se gli chiedi se ha rimpianti, ti fa di no con la testa e ti dice che sarà sempre grato al papà che con il suo lavoro gli ha lasciato questa grande attività.

A righe e a quadretti
No, non stiamo tornando a scuola, stiamo andando su per la stradina in forte pendio che finisce dritta sulle scale che conducono al laboratorio di Salvatore Rescigno, professione sarto, non per vocazione ma per necessità. Nato da una famiglia di sarti, lui in realtà vorrebbe fare l’elettricista, ma a 15 anni si ritrova a svolgere lo stesso lavoro del padre e del fratello. Tuttavia con il tempo anche Salvatore si appassiona. Dovreste sentirlo mentre ci dice che il lavoro o lo si fa con amore o non lo si fa; che lui ha cominciato imparando con il maestro del fratello, ma che poi se ne è cercati di suoi, di maestri, perché questo è un mestiere dove non si finisce mai di imparare e si deve sempre stare al passo con i tempi. Salvatore ha sempre studiato. Già da ragazzo comprava libri e li leggeva di notte, per apprendere nuove tecniche e modalità di lavoro. Ma anche per crearsi uno stile personale, per sviluppare la sua creatività e così la mattina, quando andava dal “maestro”, cercava di applicare ciò che aveva imparato. Poi Salvatore è diventato a sua volta maestro, ha insegnato a tanti giovani, non solo nella sua sartoria, ma soprattutto a scuola, dove è stato insegnante nei corsi professionali per trent’anni.
Mentre parla prende un taglio di stoffa e ci spiega che prima di qualsiasi lavorazione la stoffa va bagnata, fatta asciugare e stirata. Solo dopo si comincia a lavorare. La maestria del sarto, ci svela, sta nel cucire le giacche a quadro, perché i quadrati devono coincidere tutti, lato per lato, sul taschino, sulle pattine, sulle maniche. Solo un bravo sarto sa far corrispondere perfettamente righe orizzontali e verticali. Sospira, sottolinea che i sacrifici sono tanti, ma aggiunge subito che le soddisfazioni non mancano, come quando passeggi per il corso, incontri un cliente, guardi la sua giacca perfetta e ti dici: sì, questa l’ho fatta io.

Il ricamatore e l’ingegnere liutaio
Carmine Brucale, 34 anni, restauratore e ricamatore in oro di paramenti sacri, la sua arte l’ha imparata da bambino: un bimbo inquieto, “costretto” per questo dalla mamma a ricamare, un’attività che richiede pazienza, accuratezza. Il filo d’oro no, quello è entrato nella sua vita con la scomparsa della mamma, è stato un atto d’amore, un atto che da più di dieci anni è diventato il suo lavoro. Carmine ci mostra il filo, prepara il telaio con zelo, predispone la tela su cui ricamerà per noi. Dovreste vederlo, punto dopo punto, mentre la tela si anima e si svela nella sua straordinaria bellezza. Ce lo dice con orgoglio, ma un orgoglio senza presunzione, che la differenza tra lui e un pittore è che il pittore dipinge con il pennello e lui con l’ago.

Liutaio per passione, ingegnere per professione: Rocco Amendola si presenta così. Ci racconta del suo amore per la chitarra che suona per diletto, della curiosità che lo spinge a comprendere l’essenza dello strumento, della voglia di costruire con le proprie mani cominciando con il mandolino. Ci fa vedere, appunto, un mandolino milanese, riproduzione storica di un esemplare del 1870. Ci spiega che i suoi strumenti nascono in laboratorio seguendo il metodo di Leonardo da Vinci, nel quale tecnica progettuale e tecnica della musica si fondono e la manualità fa il resto. “Nella mani si cela qualcosa che la macchina non è in grado di dare – ci dice Vincenzo Viscardi, l’amico trombonista che lavora insieme a lui – perché quello del liutaio è un mestiere d’arte, non di artigianato”. Certo, poi c’è anche la tecnica, ma prima vengono le mani.

Finito il racconto ci fanno ascoltare qualche accordo, un arpeggio, e sulle note di una musica senza tempo finisce il nostro “viaggio”. Finisce, ma dietro ci portiamo facce e rughe prima sconosciute, mani che dicono una vita, storie nelle quali ci auguriamo ciascuno possa trovare qualcosa da conservare. Comunque noi continuiamo: l’Italia è piena di voglia di fare bene. Bisogna solo tornare a raccontarlo.



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TAGS giornalismo partecipativo lavoro

13/12/2011 09:56

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