Il dl Monti uccide centinaia di testate. Se non ci sarà un ravvedimento, accadrà qualcosa che costerà moltissimo alle casse dello Stato, con l’enorme perdita di entrate contributive e fiscali, e alla società italiana DI TARCISIO TARQUINI
Incalzato dalle proteste per la cancellazione del fondo dell’editoria (dall'1 gennaio 2014), decisa con l’articolo 29 del decreto “salva Italia”, il sottosegretario delegato all’informazione, Carlo Malinconico (fino a ieri l’altro presidente della Fieg), ha protestato a sua volta contro un’interpretazione giudicata arbitraria ma ha tuttavia spiegato che si dovrà procedere a “una riclassificazione” delle testate ammesse a contributo scegliendo e tutelando quelle rappresentative di idee e opinioni e lasciando a se stesse tutte le altre.
Credo che tutti si stiano interrogando sul significato del termine “riclassificazione” e, soprattutto, se ciò avverrà con il preannunciato nuovo regolamento che dovrebbe restringere i criteri di ammissione e procurare risparmi da reinvestire, nei prossimi due anni, in processi di ammodernamento e riorganizzazione del settore che, da come è scritto il testo del provvedimento, riguarderanno non solo i giornali oggi destinatari di finanziamento pubblico ma anche gli altri. Non c’è da sorprendersi, perché questa è esattamente la tesi che Malinconico ha sostenuto nella sua veste di alfiere dei grandi editori e che ora tradurrebbe in pratica grazie alla posizione assunta nel governo tecnico (tra l’altro, senza che la designazione abbia suscitato il minimo imbarazzo).
In attesa di chiarimenti (se ne attendono dalla commissione Cultura della Camera), c’è solo da ribadire che se il governo ha deciso di mettere sul serio le mani nel pantano di abusi e sprechi che sono cresciuti all’ombra del fondo dell’editoria noi, al pari di tutta l’editoria cooperativa, non possiamo che dichiararci d’accordo visto che da anni denunciamo il marcio che c’è nel settore e segnaliamo le regole opache (e le chiare complicità) che lo rendono possibile.
Il consenso, però, finisce qui. Nessuna opera di revisione, bonifica, “riclassificazione” è credibile e possibile se non si provvede già da questo anno a ricostituire con risorse adeguate il fondo dell’editoria, a trovare quegli ulteriori 140 milioni di euro circa che permetterebbero (uniti alla dotazione già fissata) di rispondere alla richiesta legittima di aiuto delle cooperative di giornalisti e della quasi totalità delle testate locali.
Mediacoop ha proposto una legge “a scadenza” che, provvista di un finanziamento adeguato (vi è indicato dove prelevarlo), provveda già nell’immediato a stabilire criteri più severi (con l’auspicio di conseguenti e tempestivi controlli amministrativi) e si dissolva, esaurita la sua funzione ponte, nella riforma generale dell’editoria che dovrà sostituire la legge di dieci anni fa, rivelatasi ormai incapace di governare il mondo dell’informazione di oggi e domani. Si darebbe così un minimo di certezza e stabilità alle piccole imprese editoriali e giornalistiche accompagnandole in quel processo di riorganizzazione e rinnovamento che diversamente, in un contesto come quello determinato dall’articolo 29 del decreto Monti, si risolverebbe in tanti più o meno eclatanti (ma tutti drammatici) atti di chiusura.
Siamo arrivati a un passo solo dal precipizio. Se non ci sarà un ravvedimento dell’ultima ora, accadrà qualcosa che costerà moltissimo alle casse dello stato, con l’enorme perdita di entrate contributive e fiscali e con ingenti uscite per gli ammortizzatori sociali; costerà moltissimo a un indotto industriale (tipografie, cartiere, distribuzione in edicola e postale) che è già soffocato dalla crisi. Ma, soprattutto, costerà in misura inestimabile alla società italiana che di un colpo solo si vedrà privata di tante voci libere che assicurano il pluralismo delle idee e dei punti di vista e sono l’insostituibile trama della sua democrazia.