A Motta San Giovanni tutti hanno almeno un minatore in famiglia. Tutti hanno dovuto fare i conti con la silicosi. I racconti si somigliano tutti: i maschi che emigrano e le mogli che, quasi sempre, diventano vedove DI ANGELO MASTRANDREA
È raro che la sorte possa farsi beffe di qualcuno più di quanto ebbe a fare la sera del 5 dicembre del 1950 nei confronti di tredici tra tecnici e operai impegnati nella costruzione di una diga a Troina, in provincia di Enna. A ricostruirla per sommi capi, la vicenda si svolse grosso modo così: il capo finestra Gino Lorenzoni e gli operai Armando Giannotti e Gildo Castelli furono investiti da una tremenda esplosione di grisù nel momento in cui accesero una lampada di acetilene per incendiare il metano che aveva saturato l’aria nella galleria lunga 353 metri che passava sotto le teste degli abitanti di Troina per poi sbucare alla diga di Ancipa. Purtroppo per loro, il lavoro era fermo da due giorni a causa di uno sciopero (finalizzato, ironia della sorte, a ottenere migliori condizioni e maggiore sicurezza) e della festa di Santa Barbara, patrona del paesino e protettrice dei minatori.
Qualifica, quest’ultima, che non le impedì, tuttavia, di permettere l’accumulazione di una quantità eccessiva di metano nelle gallerie e di realizzare il miracolo che quella santabarbara, è proprio il caso di chiamarla così, non esplodesse riducendo letteralmente a brandelli i corpi dei due malcapitati, al punto che i poveri resti si confusero tra le macerie del crollo della galleria.
L’ingegner Giulio Panini, direttore dei lavori, che era in paese, appena sentì l’esplosione e un piccolo terremoto sotto i suoi piedi, si rese conto che qualcosa di terribile doveva essere accaduto. Si precipitò così sul posto e non esitò a lanciarsi nella galleria per soccorrere gli operai. Ma anche lui non aveva calcolato la potenza del gas e dopo appena un centinaio di metri stramazzò al suolo asfissiato. Non vedendolo uscire, il tecnico Vito Colarossi entrò a sua volta per provare a riportarlo fuori, ma le esalazioni erano così intense che anche lui finì soffocato. Toccò allora ad Amabile Colarossi gettarsi all’interno, e la sua famiglia si ritrovò a piangere due fratelli in un colpo solo. Così finirono uno dietro l’altro, implacabilmente, altri sette operai, e ancora ne sarebbero morti se l’ingegner Hoffmann, avendo intuito che la lotta era impari e soprattutto suicida, non fosse intervenuto a spezzare la catena di morte impedendo a chiunque in maniera energica l’accesso alla galleria.
Carmelo Verducci fu tra le tredici persone che persero la vita in quella tragica giornata che seguì lo sciopero e la festa di Santa Barbara. Le cronache dell’epoca lo descrivono come un quarantaduenne padre di nove figli (il più grande di diciotto anni, la più piccola di due) e tutti gli anni la singolare coincidenza di date fa sì che i compaesani, portando in processione la protettrice dei minatori, venerano la santa e si ricordano di lui, simbolo delle migliaia di minatori che Motta San Giovanni ha disseminato in tutto il mondo ricevendone in cambio un relativo benessere economico, un’etica del lavoro e una cultura operaia che la rendono una comunità coesa e solidale, e una certa tendenza ad ammalarsi di una malattia poco conosciuta ai non addetti ai lavori.
Lontano dall’Aspromonte
E spostiamoci allora dalla Sicilia profonda di Troina degli anni cinquanta alla Motta San Giovanni, sopra Reggio Calabria, del 2011.
Siamo ancora lontani dall’Aspromonte, si sale tra distese di fichi d’india e terra bruciata dal sole e si può ammirare lo Ionio da un lato e lo Stretto di Messina dall’altro. Di fronte, l’imponenza dell’Etna avvicina la Sicilia al continente. Nella Spoon River dei caduti di Motta San Giovanni, ricordati nel parco che il paese ha loro dedicato, quella di Carmelo Verducci è l’unica morte assurta ai ranghi della grande cronaca, rimasta impressa nella memoria collettiva e onorata con una medaglia d’oro al merito civile. Se ogni popolo ha bisogno dei suoi miti e dei suoi eroi, qui non si poteva fare altrimenti perché la stragrande maggioranza delle vittime non hanno avuto una fine degna di essere romanzata, le loro storie sono state relegate in una corsia d’ospedale e affidate a un killer silenzioso e devastante: la silicosi. Non un trapasso tragico e improvviso, ma lento e defaticante, di quelli che non producono un dolore acuto e travolgente, ma piuttosto inducono a una progressiva, fatale, rassegnazione.
Qui tutti in famiglia hanno almeno un minatore o discendono da generazioni di “musi neri”, come venivano spregiativamente definiti i lavoratori nelle miniere; tutti hanno dovuto fare i conti con la temibile “malattia dei minatori”, causata dalle polveri di metalli respirate per anni in galleria, spesso senza protezione alcuna. La parola silicosi è menzionata per la prima volta nel Registro delle cause di morte a Motta San Giovanni nel 1952, ma semplicemente perché questa malattia, che colpisce a distanza di anni e aggredisce i polmoni, prima di allora non veniva diagnosticata e i decessi erano rubricati con la diagnosi generica di enfisema polmonare, tubercolosi o scompenso cardiocircolatorio: tutte cause immediate della morte ma pene accessorie al male principale che covava nell’ombra.
Dal Nord a cercare braccia
Venivano fin qui dal Nord a reclutare braccia, le imprese minerarie. Vi trovavano un enorme serbatoio di forza lavoro, radunato in piazza ad aspettare la chiamata, pronto a partire da un momento all’altro lasciando al paese effetti e affetti, allo stesso modo dei caporali che in altri luoghi del Sud passavano a reclutare le “paranze” di stagionali per la mietitura del grano o la raccolta dei pomodori, delle fragole o dei mandarini nella piana del Sele come in Capitanata o nella Piana di Sibari. Le trovavano, queste braccia, a Motta San Giovanni nel reggino, a Colosimi e San Giovanni in Fiore nel Cosentino, a Petilia Policastro nel Crotonese, dove su 1.400 abitanti ancora oggi l’associazione locale dei minatori conta settecento iscritti, cinquecento dei quali ancora in attività, un quarto abbondante dei duemila minatori calabresi tuttora impegnati a proseguire la tradizione dei padri e dei nonni, a costruire oggi soprattutto le gallerie dell’alta velocità ferroviaria. Una tradizione che comincia alla metà del 700 nelle decine di miniere che si potevano contare in Calabria (ne sono state registrate ben sessanta chiuse dal 1870 a oggi) e con i “cavatori” ottocenteschi delle saline che Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat vollero impiegare nelle Serre e sull’Aspromonte dopo la chiusura delle cave di salgemma cosentine.
Andavano ovunque, i minatori calabresi, non solo nel Nord ma in tutto il mondo. E morivano: delle 138 vittime italiane della strage di Marcinelle, in Belgio, l’8 agosto del 1956, la maggior parte provenivano dalla Calabria. Anche dei 171 cadaveri di nostri connazionali identificati nell’esplosione della miniera di carbone di Monongah, in Virginia, il 6 dicembre del 1907 (anche qui a causa di un accumulo di metano dopo due giorni di chiusura per uno sciopero, come a Troina quarant’anni dopo), una quarantina erano calabresi.
Un’epopea del sottosuolo
Oggi a Motta San Giovanni è ancora molto presente il ricordo di quell’epopea che fa ormai parte del Dna cittadino e dell’arredo urbano: la statua, il parco con le lapidi dei “caduti di silicosi” e due simboliche gallerie con all’interno i nomi dei morti sul lavoro (se ne contano trentacinque) e le foto che li ritraggono in miniera o in altri momenti della loro vita; e ancora il premio “Minatore d’oro” che si assegna da nove anni e quest’anno è stato aggiudicato a Stefano Massei, un ingegnere italiano che si è impegnato nel salvataggio dei trentatré minatori cileni rimasti intrappolati per più di due mesi nella miniera di San Josè lo scorso anno. A parlare con la gente del luogo i racconti si somigliano tutti e sono fatti di maschi che emigravano e di mogli rimaste a casa e nel frattempo diventate vedove.
Uomini morti prematuramente che ancora oggi reggono, anche a vent’anni dalla loro scomparsa, l’economia familiare grazie alle pensioni di reversibilità.
“Zio Ciccio” Calabrò era uno di questi, e la figlia Margherita lo ricorda così in una testimonianza inviata all’associazione dei minatori mottesi:
“La condizione sociale del paese era disastrosa e l’unica risorsa era il lavoro in galleria. L’emigrazione era una condizione necessaria alla sopravvivenza delle famiglie, di quei figli considerati orfani e delle mogli paragonate a vedove bianche. Si andava in giro per l'Italia, dal Piemonte alla Sicilia, in Sardegna, Lombardia, Calabria, Basilicata e spesso anche all'estero, Francia, Germania, con un unico obiettivo: il lavoro, senza badare a quali erano le condizioni di vita, spesso disumane, senza alcuna considerazione per la vita, oltre che per le condizioni igienico-sanitarie precarie e, per quanto riguarda la sicurezza, pressoché inesistenti. Noi sapevamo che mio padre tornava per le feste, Pasqua e Natale, e quando scriveva le lettere diceva sempre che non vedeva l'ora di riabbracciarci tutti e di stare insieme alla sua famiglia.
Si faceva veramente festa quando lui arrivava, i mesi di assenza erano stati tanti, e noi, seduti sulle sue gambe, gli chiedevamo di tutto sul suo lavoro. Lui prontamente raccontava con dettagli minuziosi la vita della miniera, narrandola come una meravigliosa fiaba, spesso evitando tutto ciò che noi quasi sempre venivamo a sapere dagli altri e cioè dei suoi compagni infortunati o morti sul lavoro o qualche altro episodio un po’ inquietante, tutto ciò per non far pesare l'enorme sacrificio che faceva per noi.
Poi, quando arrivava l'ora della partenza, ricominciava il calvario, in attesa del nuovo ritorno. Ricordo, inoltre, che mio padre diceva sempre: ‘non voglio che i miei figli facciano il lavoro che ho fatto io’, e per questo raccomandava ai miei fratelli di studiare. Noi all’epoca non capivamo cosa volesse dire perché eravamo troppo piccoli. Man mano che sono cresciuta però ho capito perfettamente i rischi derivanti dal lavoro in galleria.
Ripensandoci mi viene l'angoscia, poiché ero consapevole del fatto che la vita di mio padre non sarebbe durata a lungo. Infatti ebbe i primi problemi respiratori a 56 anni e dopo dieci anni di sofferenze atroci, con il respiro che si faceva ogni giorno sempre più lento, cessò di vivere”.
Via dalla famiglia
È andata più o meno così per tutti: anni di lavoro lontano dalla famiglia, il ritorno al paese per le feste, poi la malattia, di solito tra i cinquanta e i sessanta anni di età, e la lenta fine.
Ogni 4 dicembre a Motta San Giovanni si celebra Santa Barbara e si fa l’appello dei caduti in piazza, davanti alla statua del minatore la cui epigrafe, opera del dottore (e poeta a tempo perso) Benedetto Mallamaci recita: “Impasto di prestanza, miniera d’altruismo, agonizzando vive i suoi vent’anni senza futuro”. A oggi i morti sono 399, i nomi si possono leggere in ordine alfabetico sulle lapidi loro dedicate in questa Spoon River mineraria calabrese che meriterebbe di essere raccontata più diffusamente.