Ma l’austerità è equa? Mi veniva questo dubbio leggendo tra le righe delle imposizioni drastiche che si cercano di comminare ai paesi afflitti da debito a rischio di insolvenza... DI S.I.
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L’idea che minaccia di passare, in questi mesi, è quella che la crisi del debito sia stata prodotta da popoli e stati, che hanno consumato di tutto e di più senza ritegno e misura, in una sorta di Bisanzio agli ultimi giorni della propria esistenza. Qualche tempo fa Giuliano Amato dalle colonne del
Sole 24 Ore ricordava che in tedesco esiste una sola parola per indicare debito e colpa: Schuld.
Ma siamo sicuri che sia così? Gli Usa, da cui è partita la bolla, e poi i “casi” europei – Irlanda, Islanda, Portogallo, Grecia, Italia, Spagna – mostrano che le cose stanno in maniera diversa. E cioè che negli ultimi trent’anni in questi paesi si sono accentuate la distanze tra le classi sociali, che
i soldi e le “merci” si sono lentamente spostati verso il vertice della piramide e che ai più “poveri”, per mantenersi al passo, è stato tuttalpiù concesso di indebitarsi, ma per comprarsi una casa e una macchina, mica molto altro.
Sul piano dei debiti sovrani è la stessa cosa: il richiamo al risparmio, agli “inevitabili sacrifici” e alle “misure impopolari” (ma impopolari per chi?), ripetuto da tecnici nominati e che – come spiega Nadia Urbinati nella nostra intervista – non rendono pubblici (e dunque discutibili) i dati e gli elementi con cui comminano ricette, ecco, questi richiami toccano pensioni, salari, diritti dei lavoratori e dei cittadini.
Su questo, dunque, autorità non elette ci dicono di tagliare e risparmiare. Ma questo tipo di austerità non sarebbe affatto equa: perché di sanità e scuole pubbliche efficienti, stipendi dignitosi e condizioni di lavoro adeguate non hanno certo bisogno i membri della parte alta della società. Per i quali l’austerità, se arriva, significa davvero poco.