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L'Europa che non c'è

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Il nuovo modello di governance varato dall'Ue punta solo, sbagliando, sul rigore. Ma in questo modo si rischia di fare del mercato del lavoro e dei salari le uniche variabili di aggiustamento alla mondializzazione DI WALTER CERFEDA

di Walter Cerfeda

L'Europa che non c'è (foto di Fredonino, da flickr)
Il nuovo modello di governance che l’Unione europea ha varato alla conclusione del vertice dei capi di Stato e di governo nel mese di marzo di quest’anno entrerà in vigore dal prossimo 1° gennaio, ovvero da qui a poche settimane. Questo nuovo modello è la risposta europea alla crisi economica in atto e, ancora di più, all’attacco dei mercati finanziari ai debiti sovrani e alla moneta unica. Il Consiglio europeo e la Commissione hanno capito bene che il cambiamento di scenario non poteva essere affrontato con le regole precedenti. Ovvero: il Patto di stabilità non era più sufficiente perché non abbastanza stringente e vincolante rispetto alle scelte economiche in atto nei singoli Stati membri. Da qui la scelta di obiettivi europei più chiari e di una procedura i cui meccanismi fossero tali da obbligare a un rispetto rigoroso delle politiche nazionali.

La procedura prevede, infatti, che a partire appunto dal prossimo anno sarà prerogativa del governo europeo definire gli obiettivi economici per tutta l’Ue e il compito dei singoli Stati, una volta approvati nel Vertice di marzo di ogni anno, sarà quello di predisporre i piani nazionali per attuarli. La novità che viene introdotta è che qualora vi fosse uno scostamento tra le linee guide europee e i piani nazionali, scatterebbero sanzioni pesanti per gli Stati incoerenti.

Il pronunciamento del sindacato europeo e di quelli nazionali su questo modello è stato positivo e non avrebbe potuto essere altrimenti: da sempre infatti ci siamo battuti affinché ci fosse una maggiore integrazione economica e fiscale a livello europeo. E il varo di procedure tese a evitare distonie tra indirizzi europei e comportamenti nazionali non poteva che rappresentare un passo importante nella giusta direzione. Tutto bene dunque? No. Proprio per niente. Perché? Perché una cosa sono le procedure, altro i contenuti. E sono proprio questi ad essere, a nostro avviso, limitati e sbagliati. Infatti, il modello di politica economica messo al centro della nuova proposta di governance rappresenta una risposta inefficace se non dannosa per risolvere la crisi in corso. Gli indirizzi economici sono tutti finalizzati a una politica di rigore e di risanamento dei conti pubblici. In sostanza, l’Ue ha varato un modello sulla base della convinzione che per uscire dalla crisi andavano corretti spietatamente i comportamenti viziosi di quei paesi che avevano avuto una finanza allegra e fuori controllo.

L’Ue ha cioè scambiato la crisi in atto come una crisi nell’euro e non dell’euro. Dunque l’intera impalcatura politica del modello di governance è finalizzata a una più stretta e vincolante politica tesa alla stabilità finanziaria. Purtroppo, l’evoluzione della crisi indica in maniera assolutamente inequivocabile che l’attacco in atto non riguarda solo le economie deboli dell’Europa, ma sempre di più tutta l’Ue. Quando la speculazione aggredisce, dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, anche la Francia, l’Olanda e l’Austria è del tutto evidente che in discussione non ci sono solo quei paesi poco virtuosi che hanno realizzato politiche lassive, ma tutta l’Europa e l’euro.

In realtà i mercati stanno sanzionando impietosamente tutte le contraddizioni della politica comunitaria e una moneta unica gestita però con diciassette politiche economiche diverse. Stanno sanzionando che non ha senso una Banca centrale se ad essa non vengono affidati i compiti naturali in tutto il mondo di tutte le banche centrali, ovvero di essere i garanti di ultima istanza dei debiti dei paesi che rappresenta. Stanno punendo la miopia di una politica contro la crisi incentrata solo sul rigore senza nessun sostegno alla crescita. E, infine, la risposta esclusivamente finanziaria data dall’Ue con la costituzione di un fondo di salvataggio riccamente dotato di quasi 1.000 miliardi contro la speculazione, senza però aver stanziato un solo euro per la crescita e per la difesa dell’emergenza sociale. Ma di tutto questo il modello di governance non parla. Anzi, come detto, si muove soltanto lungo indirizzi vincolanti di comportamenti di rigore finanziario.

Ma questo tema non lo possiamo proprio sottovalutare. Non solo perché risulta sempre più evidente che il rigore senza politiche di crescita non porta da nessuna parte e che, anzi, rischia di trascinare tutte le economie europee verso la deflazione e la recessione, ma ancora di più perché l’intero modello rischia di caderci addosso e di far pagare solo al sociale i costi della crisi. Non ci vuole molto a capire che se la ricetta europea è solo quella del rigore e se ad essa aggiungiamo la constatazione che in Europa circola l’unica moneta non svalutabile al mondo, l’euro, è del tutto evidente che si finisce per scaricare sul lavoro tutto il deficit di competitività sul mercato globale.

Si rischia cioè di fare del mercato del lavoro e dei salari le uniche variabili di aggiustamento alla mondializzazione. D’altronde, come non vedere che il modello di governance si muove coerentemente proprio in questa direzione? Per la prima volta nella storia europea viene dedicato un capitolo apposito alle politiche del lavoro con annessi indicatori e sanzioni. Un capitolo in cui l’Ue dice che le politiche salariali devono essere esclusivamente correlate alla produttività e non più all’inflazione (pianificando in questo modo la perdita secca del potere d’acquisto) e che, essendo la produttività l’unico riferimento per il salario, anche la struttura contrattuale deve essere rivista mettendo al centro il solo livello aziendale a detrimento di quello del contratto collettivo. Ce n’è abbastanza per capire che non è questo certo un tema da prendere sottogamba, cosa che infatti non ha fatto la Cgil, sia in Italia che a Bruxelles.

Tuttavia tutte le nostre iniziative, sia propositive che di mobilitazione, correlate a quelle della Ces non sono ancora riuscite a spostare i punti cardine della propost
a. Ma non per questo possiamo né recedere né rassegnarci. Per altro ogni giorno l’evoluzione della crisi conferma tutte le nostre ragioni e mostra la pochezza di quello che finora si è realizzato. E dunque, anche rivendicando un ruolo diverso e attivo del nuovo governo in sede europea, dobbiamo mantenerle, quelle ragioni, come una delle priorità decisive della nostra piattaforma per uscire fuori dal tunnel della crisi.



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TAGS europa crisi ces

12/12/2011 11:58

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