Una donna che lavora è un moltiplicatore di attività e, quindi, un volano per la crescita e lo sviluppo. Ma nel 2010 il tasso di occupazione femminile ha superato di poco il 46%. 12 punti sotto la media europea DI MARTINA TOTI
Presentando le priorità del suo governo al Parlamento, il neopresidente del Consiglio Mario Monti ha esaminato i nei dell’economia italiana: primo fra tutti il difficile rapporto tra donne e mercato del lavoro. “Le riforme − ha chiarito Monti − dovranno tener conto dell’impatto non solo sui più poveri, ma su donne e giovani. (…) Per rendere meno ingessata l’economia bisognerà aiutare la nascita di nuove imprese, migliorare l’efficienza dei servizi pubblici e favorire l’occupazione femminile e giovanile”. L’attenzione a queste fasce sociali non è sfuggita al mondo sindacale che, da anni, denuncia un mercato sfavorevole, se non ostile, alle lavoratrici.
Basta fare un po’ di conti per scoprire che nel 2010 il tasso di occupazione femminile ha superato di poco il 46 per cento, attestandosi al 12 per cento in meno rispetto alla media europea. Peggio va al Sud dove lavorano soltanto tre donne su dieci. Ad allarmare è soprattutto il tasso di inattività, vale a dire la percentuale di quante non hanno un’occupazione ma neppure ne sono alla ricerca: quasi la metà delle italiane.
Secondo Giovanna Altieri, direttrice dell’Istituto di ricerche economiche e sociali, “è proprio questo il dato peggiore: restando fermi gli elementi di criticità, l’aumento del tasso di inattività e l’esclusione delle donne meridionali dal mercato del lavoro (64 per cento nei primi sei mesi del 2010) sono gli elementi più pericolosi che emergono da questa fotografia”.
Il quadro è aggravato dalla crisi economico-finanziaria i cui effetti si sono fatti sentire sul mercato del lavoro fin dal 2008. “La crisi – prosegue Altieri – ha investito l’economia reale riproponendo il problema della disoccupazione dopo il minimo storico (6,1 per cento) che si era registrato nel 2007. Nel Mezzogiorno scoraggiamento ed erosione della forza lavoro, sia maschile che femminile, hanno esposto le famiglie al rischio povertà. In un contesto in cui la stragrande maggioranza delle donne non ha un impiego né lo cerca e gli uomini perdono l’occupazione o ne hanno una discontinua e precaria, i nuclei familiari monoreddito diventano sempre più fragili. In buona sostanza si rischia di consolidare la frattura tra Nord e Sud. Nelle regioni meridionali, infatti, in assenza di nuove politiche di sviluppo, potrebbero consolidarsi fenomeni regressivi che vedono oggi tante italiane costrette all’anacronistico ruolo di casalinghe” .
Non aiutano le politiche adottate finora: i tagli lineari imposti dall’ultimo governo Berlusconi hanno inasprito le disuguaglianze e il mercato del lavoro è diventato ancora più impari. L’esempio evidente è dato dalle sforbiciate agli enti locali, ai servizi e al sistema di welfare che, dal 2007 a oggi, ha perso l’82 per cento dei fondi. Ne è convinta Rosanna Rosi, responsabile pari opportunità della Cgil: “Tagliare significa colpire due volte le donne: da un lato come lavoratrici che usufruiscono dei servizi, dall’altro come operatrici, perché sappiamo che sono proprio loro le più occupate nelle attività di assistenza e di cura. Lo stesso vale per il pubblico impiego e le scuole, a partire dagli asili. Le riduzioni di spesa fatte ai danni degli enti locali si sono pertanto riversate proprio sull’occupazione femminile”.
Al contrario, se si vuole rendere il mercato del lavoro più attento alla questione di genere, occorre potenziare l’offerta dei servizi. “Gli ultimi dati dell’Istat – ricorda Rosi – ci dicono che 800 mila madri hanno abbandonato il lavoro per la difficoltà di conciliare maternità e occupazione, oltre che per la disastrosa pratica delle dimissioni in bianco attraverso cui molti datori di lavoro spingono le donne fuori da fabbriche e uffici all’insorgere della gravidanza. Quello che va compreso è che una donna che lavora è un moltiplicatore di attività e, quindi, un volano per la crescita e lo sviluppo”.
Un’idea decisamente lontana dalle politiche dell’ultimo esecutivo come sottolinea Rosanna Dettori, segretario generale della Funzione pubblica Cgil: “La forte diminuzione del part-time, le restrizioni sulle leggi a sostegno dell’handicap, l’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici pubbliche, le nuove rigidità nell’organizzazione del lavoro, fino all’abbassamento repentino del livello di protezione sociale per anziani e non autosufficienti, sono politiche solo in apparenza ‘pacifiche’”.
Così come pacifica non è la precarizzazione del mercato del lavoro. “Se è vero che la crisi ha colpito al cuore le nuove generazioni, prime vittime della disoccupazione e della precarietà con quasi il 30 per cento degli under 24 senza impiego, – ci spiega ancora Giovanna Altieri –, per le donne è cresciuto il part-time involontario e la nuova domanda, ancorché limitata, si è spinta verso le formule più flessibili e a relativo basso costo del lavoro. In altre parole, alle lavoratrici sono andati impieghi instabili, discontinui e poco remunerati.” Una situazione desolante che ha giustamente spinto il presidente del Consiglio Mario Monti a definire le donne “una grande risorsa sprecata”.
Dopo tre anni di governo di centrodestra e di mobilitazione la Cgil ha accolto positivamente l’apertura al confronto da parte del nuovo esecutivo e, riunendo delegati e delegate a
Roma il 3 dicembre, è pronta a rilanciare le proprie proposte per la ricostruzione e lo sviluppo del paese. Il segretario generale Susanna Camusso ha chiesto di rinnovare il patto di cittadinanza attraverso misure eque che non pesino su chi ha già pagato per la crisi.
Non c’è manovra che tenga: per crescere il nostro paese ha bisogno del lavoro femminile e di migliorarne la qualità. In proposito il sindacato di Corso d’Italia ha le idee chiare: “Tanto per cominciare − ci dice Rosanna Rosi − occorre ripristinare e incrementare i servizi: da quelli alla persona all’assistenza agli anziani, sviluppare un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile attraverso incentivi e agevolazioni e porre fine alla pratica delle dimissioni in bianco ripristinando la legge 188/2007”. Un obiettivo, questo, condiviso da tanti. Non a caso nei giorni scorsi quattordici donne − intellettuali, giornaliste, sindacaliste di Cgil, Cisl e Uil, comprese le due relatrici di quel testo di legge − hanno indirizzato un appello al ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Foriero, proprio per chiederne il ripristino. In virtù dell’impegno assunto dal professor Monti di valorizzare giovani e donne come condizione per il futuro del paese le firmatarie ritengono che quello sia un atto simbolico e concreto da cui partire per ristabilire la dignità e la civiltà del lavoro.
Come ha sostenuto il presidente Monti la questione del lavoro femminile è “indifferibile”; per questa ragione bisogna rimettere in circolo politiche attive. Rosanna Dettori, ad esempio, auspica che si torni “velocemente a una pratica quotidiana, magari meno urlata e più concreta, per la quale il bilancio di genere per ogni legge o decreto in emanazione ritorni ad essere il primo dei filtri attorno ai quali la politica assolve il suo incarico”.
“I cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi – prosegue Rosi –, ma il mercato del lavoro non può più aspettare. Siamo stati ligi a rispondere alle sollecitazioni che venivano dall’Unione Europea quando si è trattato di innalzare l’età pensionabile eppure non siamo altrettanto celeri nell’applicare altre direttive che favorirebbero l’occupazione femminile, come quella sul congedo di paternità che darebbe un segnale di novità ma anche una possibilità in più per le madri di lavorare”.
Sulle pensioni delle donne, poi, il sindacato ha ribadito più volte che non si può né si deve fare cassa ma che alle lavoratrici va garantita una flessibilità di uscita, come previsto nella riforma Dini. Altri elementi che non vanno trascurati sono la scelta negativa del governo Berlusconi di cancellare pure i 40 milioni di euro del fondo di solidarietà derivato dall'innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche e il fatto che le pensioni femminili sono assai ridotte: “A fronte di lavori discontinui e precari – prosegue Rosi − le pensioni sono sempre più basse e le pensionate sempre più povere. Non solo: la discontinuità lavorativa, allontanando il traguardo di una pensione dignitosa, ritarda già l’uscita delle donne dal mercato del lavoro”.
Tutti elementi che il governo Monti, dovendo tener fede alla parola data, non potrà trascurare. Anche perché, a proposito di impegni, non esistono solo quelli imposti dalla Banca centrale europea: ben più cogenti dovrebbero essere quelli del Trattato di Lisbona che, per “condurre” il Vecchio continente nel XXI secolo, ha fissato per gli Stati membri l’obiettivo di un tasso di occupazione femminile pari al 60 per cento entro il 2020.