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Pensioni, adesso voltiamo pagina

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Berlusconi ha assunto misure senza dialogo, solo per fare cassa. Ora l'augurio è che si torni a parlare di garanzie per tutti, soprattutto per i giovani, che il nuovo governo pensi all'equità e alla coesione sociale DI LUIGINA DE SANTIS

di Luigina De Santis*

Pensioni, adesso voltiamo pagina
Le misure di Berlusconi sono state misure assunte senza dialogo sociale e scegliendo la strada di “far cassa sulle pensioni”; l’auspicio è che ora si torni a parlare di garanzie pensionistiche per tutti, in particolare per i giovani, e che si prospettino alle forze sociali interventi ispirati all’equità e alla coesione sociale.  Il governo Berlusconi ha ridotto i diritti dei lavoratori dipendenti e dei pensionati mantenendo sostanzialmente inalterate nicchie di privilegio inaccettabili; per questo lascia un’eredità pesante alla neoministra del Welfare, Elsa Fornero, che, da esperta del sistema pensionistico italiano e dei suoi squilibri, già nel primo incontro con i dirigenti del ministero del Lavoro ha voluto fare l’elenco ragionato dei problemi da risolvere, non tralasciando, ad esempio, l’esigenza di superare le nuove norme che impongono forti oneri a chi debba ricongiungere contribuzione versata in più casse pensionistiche.

In coerenza con la linea politica indicata dal premier Monti, la ministra ha manifestato la sua intenzione di voler tornare al confronto con le forze sociali. Questo è un elemento di qualità perché corrisponde all’esatto contrario di quanto avvenuto finora. Il governo precedente, infatti, si era dato come vera e propria missione quella di estromettere le forze sociali dalle decisioni in materia di previdenza arrivando a non dare attuazione a quanto previsto dalla legge 247/2007, scaturita dall’ultimo protocollo governo-sindacati sul welfare. Per questo non fu costituita la commissione mista di esperti che, senza oneri a carico dello Stato, avrebbe dovuto proporre, entro il 31 dicembre 2008, modifiche dei criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione e nuove forme di flessibilità in uscita verso il pensionamento. Tutto è stato annullato per ripristinare la vecchia logica che rintraccia nel rapporto tra spesa pensionistica italiana e prodotto interno lordo la principale causa del dissesto finanziario del paese.

Le scelte in materia di previdenza sono state effettuate direttamente dal ministero del Tesoro, con il sostanziale commissariamento del pur roboante ministro del Lavoro, ripetendo che il sistema pensionistico italiano è più generoso degli altri, che l’età pensionabile in Italia è più bassa; ma le cose non stanno così e, finalmente, lo dice anche il nuovo premier. Le riforme degli anni 90 e i successivi interventi dei governi, fino al 2007, hanno rinnovato il sistema pensionistico italiano e ne hanno reso più solide le basi e le prospettive finanziarie, come sottolineano i rapporti annuali sul welfare e sulle pensioni redatti dalla Commissione europea.

C’è ancora molto da fare, ma molto è stato fatto. Tra le partite aperte e da riprendere resta, lo sottolineava anche il protocollo governo-sindacati del 2007, la tutela previdenziale dei giovani e del lavoro discontinuo, la tutela dei migranti, la rivisitazione del sistema delle aliquote contributive, la semplificazione della totalizzazione gratuita dei contributi, ma prima e soprattutto il raggiungimento di una vera equità previdenziale, con il superamento dei privilegi pensionistici, inclusi quelli dei politici nazionali e regionali. L’ansia di ridurre la spesa pensionistica, insieme all’incapacità di promuovere lo sviluppo, si è tradotta in tagli meccanici “per i soliti noti”; ha accentuato le differenze, rendendole inaccettabili soprattutto per i giovani che, se va bene, hanno lavori precari, con retribuzioni basse, e con il sistema contributivo delle pensioni non avranno neanche la garanzia di un trattamento minimo.

Gli effetti delle tre manovre del governo
Berlusconi si sono fatte sentire anche su chi ha un lavoro stabile: l’allungamento del periodo di attesa fino a 12 mesi per le pensioni di vecchiaia e con 40 anni di contributi, l’attesa di 18 mesi per chi va in pensione “in totalizzazione” con soli contributi da lavoro dipendente, il restringimento a 5.000 lavoratori che potranno beneficiare del riconoscimento del lavoro usurante, l’introduzione di un tetto di 10.000 lavoratori che, in mobilità, potranno andare in pensione (e gli altri? Come si fa a vivere senza indennità di mobilità e senza pensione?). Senza confronto sociale si è proceduto anche nel fissare che l’età pensionabile aumenterà in modo automatico in parallelo con l’aumento della speranza di vita. La Commissione europea invitava i paesi a farlo; Tremonti contento annunciava di averlo già fatto, ma se in via di principio non si può essere contrari alla misura, le modalità con le quali è stata realizzata sono inique. I lavori, infatti, non sono tutti uguali; le differenze si riflettono anche sull’attesa di vita; un dato che non può essere negato.

Il lavoro della Commissione “mai nata”
sarebbe stato molto importante. Nel sistema retributivo gli anni lavorati dopo il quarantesimo non hanno rilevanza sull’importo di pensione: non è giusto, così come non lo è il fatto che se si va in pensione a 67 anni, quest’ultima verrà calcolata come se si avessero 65 anni, pur avendo un’attesa di vita inferiore. Si è tagliato generando ingiustizie e producendo nei lavoratori e nelle lavoratrici una totale incertezza sul proprio destino pensionistico, in un paese il cui il tasso di lavoro nero è uno dei più alti in Europa. Questa riflessione dedicata alle pensioni confuta il luogo comune che in Italia si va in pensione prima che negli altri paesi europei e si mette in luce che la soglia dei 67 anni di età per il pensionamento, richiesta dall’Unione europea, sarà ampiamente raggiunta già prima del 2026.

*collegio di presidenza Inca Cgil



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TAGS pensioni berlusconi monti

24/11/2011 18:35

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4
HO 59 ANNI, DOVEVO PENSIONARMI DOPO 34 A,6 M E 1 G, ORA NON MI BASTANO 40 ANNI DI CONTRIBUTI CON RISCATTO LAUREA E CONTR VOLONTARI FINO AL 31/12/2012.PAGATI CON L'INCENTIVO ALL'ESODO DI ENEL E CON IL TFR. RESTERò SENZA PNSIONE E DISOCCUPATO PER ALTRI 7 ANNI? SONO MONOREDDITO CON PROLE E MOGLIE A CARICO. BISOGNA SUICIDARSI PER GARANTIRE LA EVERSIBILITà,AMMESSO CHE PURE QUESTA NON VENGA RITOCCATA. VI SEMBRA UN PAESE CIVILE IL NOSTRO? I 40 DI CTR DEVONO RESTARE A PRESCINDERE DALL'ETA'.
3
tante persone come me hanno iniziato a lavorare a 14 anni adesso ho 39 anni di contributi, lascia perdere che ho 53 anni, l'anno prossimo avrò lavorato già 5 anni in più rispetto a chi fino a qualche anno fa andava in pensione con 35 anni di lavoro. Ora se passa questa manovra dovrò lavorare altri 7 anni. No, no, basta penso che sia abbastanza
2
Finalmente una fonte che anche solo accenna al "piccolo" problema che un sessantenne in mobilità a cui viene spostata l'età pensionabile e resta senza entrate andrà incontro a qualche problemino. La speranza è che vengano tutelati tutti: una perdita minima per lo stato per evitare una perdita ENORME per qualche decina di migliaia di persone.
1
ma perchè non si può introdurre una clausula per chi ha raggiunto i 40 anni di contributi avendo meno di 60 anni e cioè dargli la possibilità, volontariamente, di lavorare a part-time fino a 65 anni (il 50% di stipendio pagato dal datore di lavoro e 50% di pensione inps)quanti soldi potremmo risparmiare. grazie !!!!!

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