Il Psoe perde 4 milioni di voti in un paese con 5 milioni di disoccupati. L'analisi dei sindacati: pesa l'onda lunga delle riforme su lavoro e pensioni. Al nuovo governo chiederanno un patto per la coesione economica DI GUIDO IOCCA
“La sonora sconfitta subita dal governo si deve non soltanto alla crisi economica e finanziaria, ma anche al modo in cui la stessa crisi è stata gestita dal primo ministro Zapatero”.
Comisiones Obreras, la più rappresentativa delle confederazioni sindacali spagnole, commenta così, con uno scarno comunicato di poche righe, il risultato delle elezioni politiche nel paese iberico, che – dopo circa sette anni di esecutivi a guida Psoe – ha riportato al potere il centro-destra del Partido Popular.
“Un risultato annunciato – commenta Fernando Lezcano, della segreteria confederale di Ccoo –, e non perché lo dicevano ormai da diversi mesi i sondaggi, ma piuttosto a causa della scelta compiuta nel maggio 2010 dal presidente del governo di operare un salto di qualità nella strategia di politica economica fino ad allora da lui seguita, con il risultato di rompere con la tradizionale base elettorale del partito socialista e di provocare la netta presa di distanza dalla sua maggioranza dei sindacati”.
Il riferimento del sindacalista delle Comisiones Obreras è alla decisione, mediante
un decreto legge del 9 maggio dello scorso anno, di tagliare del 5 per cento gli stipendi dei funzionari pubblici, congelare le pensioni, togliere i vantaggi fiscali alle categorie sociali più deboli (a cominciare dall’abolizione dell’assegno da 2.500 euro per ogni nuovo nato).
Un punto di non ritorno nel rapporto (fino a quel momento quasi idilliaco) tra la gli elettori progressisti e Zapatero. E soprattutto un punto di rottura ormai insanabile nel governo delle relazioni sindacali (storicamente piuttosto turbolente) della Spagna. Una rottura che assumeva quasi i contorni della rissa quando, il 9 settembre del 2010, l’esecutivo socialista faceva approvare alle Cortes
la riforma del mercato del lavoro.
La risposta di Comisiones Obreras e Ugt (l’altra grande confederazione sindacale spagnola) nei confronti di tale riforma, così come contro le intenzioni rese note dal governo di modifica (in peius) del sistema pensionistico, fu la proclamazione unitaria di uno
sciopero generale il 29 settembre del 2010.
Un’iniziativa inevitabile di fronte a provvedimenti che, come disse a
Rassegna il leader delle Comisiones Ignacio Fernàndez Toxo, non facevano altro che “
facilitare i licenziamenti e rendere precaria la contrattazione a tutti i livelli, senza porre al contempo alcun freno alla temporaneità dei rapporti. Tutto questo mentre è aumentata la tendenza alla distruzione dei posti di lavoro, in un paese con 5 milioni di disoccupati, di cui ben il 40 per cento al di sotto dei 30 anni”.
Insomma, ce n’è abbastanza, a giudizio dei dirigenti di Ccoo, per giustificare
la perdita di quattro milioni di voti da parte del Psoe. Quanto al nuovo governo conservatore, che presumibilmente si insedierà al Palazzo della Moncloa il prossimo 20 dicembre, Lezcano ritiene che si debba attivare immediatamente per ottenere una maggiore integrazione europea della Spagna.
“Ma la priorità del più che probabile esecutivo Rajoy – conclude il dirigente delle Comisiones Obreras – dovrà essere la tutela dei cittadini e dei lavoratori di fronte alla crisi. Questo significa perseguire come obiettivi essenziali l’occupazione e l’estensione delle reti di protezione sociali. A questo preciso riguardo, presenteremo nei prossimi giorni a tutti i partiti politici la proposta di un importante
Patto per il lavoro e la coesione economica”.