Depositate ieri nella cancelleria della Corte d'Assise di Torino le quasi 500 pagine in cui si ricostruiscono le cause della morte dei sette operai dell'acciaieria e si motiva la condanna senza precedenti dell'ad a 16 anni per omicidio volontario
La storica sentenza per la strage della Thyssenkrupp è stata depositata ieri nella cancelleria della Corte d'Assise di Torino. Si tratta di
un "tomo" di quasi 500 pagine in cui si ricostruiscono le cause della morte dei sette operai dell'acciaieria, orrendamente bruciati nell'incendio divampato il 6 dicembre 2007 mentre lavoravano alla linea 5, e le ragioni della pena inflitta all'amministratore delegato della multinazionale, il tedesco Herald Espenhahn, che non ha precedenti nel panorama giudiziario italiano: sedici anni e sei mesi di carcere per omicidio volontario.
Avendo rinviato un investimento importante in materia di sicurezza, spiegano i giudici,
Espenhahn ha "accettato il rischio" di un disastro, decidendo di "non fare nulla" per la sicurezza e la prevenzione d'incendi. Se questa tesi verrà confermata in appello e in Cassazione, la maggior parte dei processi per gli incidenti sul lavoro e le morti bianche dovrà passare per una specie di rivoluzione copernicana.
Eppure,
secondo i giudici subalpini, di rivoluzione non si tratta. La sentenza si aggancia ai precedenti sanciti dalla Cassazione, sia pure per vicende completamente diverse, in materia di "dolo eventuale": e sono trenta le pronunce della Suprema Corte citate nel provvedimento. E la consapevolezza di avere compiuto una svolta, se c'è, è mascherata bene.
"Non troverete - conferma una fonte del tribunale di Torino, interpellata dall'Ansa, che ha visto le carte - frasi a effetto o considerazioni che intendono entrare nella storia.
E' una sentenza piena di tecnicismi e di riferimenti giurisprudenziali non solo sul 'dolo eventuale', ma anche su altri passaggi che dovranno passare al vaglio di altri giudici".
Le motivazioni hanno richiesto molto lavoro. Quello del giudice è un resoconto asciutto, racchiuso in cinquecento pagine di cui 38 destinate a questioni introduttive, dove ogni considerazione è legata a doppio filo al frammento di una testimonianza, al passaggio di una perizia.
Oltre a Espenhahn furono condannati, ma per omicidio colposo, cinque dirigenti: Marco Pucci (13 anni e mezzo), Gerald Priegnitz (13 anni e mezzo), Daniele Moroni (dieci anni e dieci mesi), Raffaele Salerno (13 anni e mezzo), Cosimo Cafueri (tredici anni e mezzo). Alle parti civili vennero riconosciuti indennizzi per nove milioni di euro.