Una ricerca di Ires e Cgil si addentra nell'universo dei professionisti: la metà non supera i 15mila euro di reddito l'anno, l'età media è 42 anni, l'80% è laureato. Per il sindacato è necessario allargare la rappresentanza a questa fetta di lavoratori
Sei milioni di 'capitalisti molecolari': sono l'esercito dei lavoratori autonomi, la cui metà non supera i 15mila euro di reddito l'anno. Soggetti spesso a forme di lavoro non regolate dai contratti nazionali e poco tutelate legislativamente, frutto di un processo partito circa 20 anni fa che, parallelamente alla riduzione delle tutele nel lavoro subordinato, produceva “una riduzione degli spazi di autonomia e di sicurezza economica che il lavoro autonomo e professionale aveva consolidato nei decenni precedenti”.
E' il quadro che emerge dal
libro 'I professionisti e il sindacato: tra scoperta e innovazione', a cura del responsabile delle professioni della Cgil, Davide Imola, presentato ieri nella sede del sindacato in corso d'Italia a Roma. Un testo di analisi del fenomeno, ma anche di proposta per allargare la rappresentanza del sindacato a questa fetta di lavoratori. Per la Cgil, infatti, “è cresciuta in questa parte del mondo del lavoro la necessita' di rappresentanza e, in assenza di un'iniziativa sindacale adeguata, sono proliferate le forme di auto organizzazione”. Da qui la nascita nel febbraio del 2009 della Consulta del lavoro professionale della Cgil, luogo di confronto con le realtà organizzate dei professionisti e dei lavoratori autonomi.
Il sindacato ha quindi aperto le porte di corso d'Italia ad
archeologi e architetti, avvocati e praticanti legali, redattori editoriali e restauratori, promotori finanziari e periti assicurativi, e tante altre figure professionali. Sono attualmente 62 le associazioni e i gruppi informali che hanno scelto di sostenere la Cgil in questo percorso di comprensione e confronto. Per avere un quadro condiviso da cui partire la Cgil, assieme all'Ires, ha promosso un'indagine conoscitiva del mondo dei professionisti.
E secondo la ricerca in Italia sono presenti 1 milione di società di capitale, 2.006.015 professionisti iscritti agli ordini, 1.879.180 artigiani e 2.082.987 iscritti all'Inps. Inoltre, sono 237.011 i professionisti iscritti alla gestione separata. Di tutte queste 7.205.193 posizioni di lavoro autonomo presenti nel sistema previdenziale, nel 2009 erano circa 6 milioni quelle realmente attive. Numeri che rilevano come “essere entrati, da almeno un paio di decenni, in una nuova era dell'economia non vuol dire che il lavoro dipendente sparirà”, ma sono comparsi da tempo, come spiega Aldo Bonomi di Aaster,
“sei milioni di capitalisti molecolari” necessari allo sviluppo economico del nostro paese.
La ricerca Cgil e Ires rileva come i professionisti non siano solo giovani:
hanno una media età di 42 anni e sono
in possesso di una laurea nel 79% dei casi. Si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, concentrati nei grandi centri, con una
prevalenza nel Nord (53,9%) e poi Centro (30,2%), rispetto al Sud (15,9%). Tra questi, la componente femminile è molto rilevante. Non sono tutti ovviamente dipendenti mascherati anche se i professionisti 'precari', quelli a cui è stato imposto di aprire partita Iva, sono l'8,3%, mentre quelli che ricorrono spesso a modalità di svolgimento della prestazione tipica del lavoro subordinato sono il 13,7% e si sentono lavoratori dipendenti non regolarizzati.
Ma anche i cosiddetti professionisti 'affermati' (17,8%), quelli che vantano modalità di svolgimento della professione e di soddisfazione economica migliori del resto dei professionisti, soffrono la
difficoltà di accedere a diritti di cittadinanza e, in particolare, a un maggior riconoscimento professionale.
Così come i professionisti a bassa tutela (68,5%), il gruppo più numeroso che pur rilevando una reale autonomia nello svolgimento della prestazione opera con pochi strumenti di governo, protezione sociale e, soprattutto, con
poche capacità di contrattazione con i propri committenti. Professionisti che soffrono l'erosione della sicurezza sociale e della mancanza di strumenti legislativi, professionali o contrattuali aggiornati e in grado di riequilibrare la perdita del potere contrattuale nei rapporti instaurati con i propri committenti.
Modificando gli equilibri sul mercato in favore dei committenti, secondo la Cgil,
la maggior parte dei professionisti ha ridotto il proprio reddito e di conseguenza le protezioni sociali che erano completamente demandate al maggior reddito disponibile dai professionisti. Nella media,
nel 2009 il reddito netto annuale è stato inferiore a 10.000 euro per il 23% dei professionisti, tra 10.000 e 15.000 per il 21,6%, tra 15.000 e 20.000 per il 17%, tra 20.000 e 30.000 il 18,5% e più di 30.000 il 17,2%. In generale, i redditi più bassi si registrano nelle professioni della cultura e spettacolo (il 64,5% ha meno di 15.000 euro netti annuali), nell'informazione ed editoria (59,6%), tra gli interpreti e traduttori (50,1%), i docenti ed educatori (67,8%), i ricercatori (52,6%), tra gli operai e gli artigiani (50%).
Il confronto con questo mondo ha dato alla Cgil, si legge nella nota, la possibilità "di condividere, con una parte considerevole del mondo dei professionisti, una
proposta di riforma delle professioni che accresca la concorrenza, aumenti la qualificazione e la trasparenza delle prestazioni professionali, restringa le attività riservate agli iscritti agli ordini procedendo al loro accorpamento, riorganizzazione e democratizzazione".
Per il sindacato,
"vanno modificati i principi dei criteri e dei vincoli che regolano l'accesso alle professioni con l'individuazione precisa di misure che agevolano l'accesso dei giovani e facilitano la concorrenza, anche attraverso l'abolizione delle tariffe minime obbligatorie, la previsione di lauree abilitanti e tirocini più brevi da svolgere durante i corsi di studio con compensi e regole definiti, la possibilità di realizzare società multiprofessionali e temporanee anche con soci di capitale purché non maggioritari e, non da ultimo, la regolamentazione delle associazioni professionali non ordinistiche utilizzando gli stessi criteri e principi”.