Facciamo parte dell'Europa e del Fmi, che ora ci "dettano" le ricette, ma abbiamo perso voce in capitolo. Anche perché il nostro ministero degli Esteri è stato trasformato in un'Agenzia di servizi a disposizione del padrone ILCOSMOPOLITA.IT
Nei giorni e nelle ore in cui appare concludersi il “quasi ventennio” berlusconiano con il suo lascito di regressione, divisione, impoverimento economico (del Paese e dei lavoratori, non certo il suo personale) la parola d’ordine – di buon senso prima che politica – è quella del “voltare pagina”, detto in altri termini non solo e non tanto sanare le piaghe dell’attuale emergenza quanto ricostruire quanto è stato distrutto e riprendere il processo di modernizzazione e di crescita in quelle condizioni di normalità costituzionale e civile così a lungo e duramente attaccate e svilite.
La Farnesina e la rete diplomatico-consolare non fanno eccezione ed anzi l’attuale Caporetto (di risorse, di progetto, di diritti, di funzionalità) si situa nel contesto di una evidente (ancorché negata) centralità del rapporto tra politica interna e politica estera: “l’Europa ci dice, il FMI ci controlla” quasi non facessimo parte di questi organismi e quasi qualcuno ritenesse davvero che la soluzione ai nostri problemi risiedesse nelle farneticazioni “padane” o si risolvesse in una riproposizione fuori tempo massimo delle tematiche della sovranità nazionale proprio quando questa svapora tra realtà globalizzata e opzioni cosmopolite (unico vero antidoto al ricorrente provincialismo italiano enfatizzato fino al ridicolo planetario dalla parentesi “brianzola”).
Dunque voltare pagina analizzando fino a che punto la diarchia che ha retto negli ultimi anni la diplomazia italiana ha trasformato una risorsa preziosa (diremmo storica, né più né meno della Banca d’Italia) per l’Italia in un’Agenzia di servizi a disposizione (più che altro mediatica) del “padrone del vapore” (che si è anche tolto il provinciale sfizio di dirigerla “ad interim” dopo averne estromesso il “tecnico” Renato Ruggiero).
La tappa finale di questo processo è stata l’attuale “riforma” dell’Amministrazione centrale, un vero e proprio (fallito) doppio salto mortale con cui i “Diarchi” hanno tentato di camuffare la cancellazione della riforma avviata nel 2000 dopo un quarto di secolo di elaborazione e confronto (incluso il progetto presentato negli anni ’70 del secolo scorso dall’allora deputato Giorgio Napolitano) e il dimezzamento della struttura centrale come una “modernizzazione”.
Così come lo zelo del Ministro degli Esteri non ha ridotto di un millimetro l’eclisse internazionale del nostro Paese (aggravata fino ai limiti del ridicolo dal patetico presenzialismo “fuori registro” del Presidente del Consiglio), allo stesso modo le aspirazioni “tecnocratiche” del Segretario Generale hanno soltanto accelerato l’asfissia che la Farnesina (come tutti i servizi pubblici nazionali aggrediti dalla rozzezza privatistica di leghisti e padroncini) ha dovuto subire nell’ultima decade.
Ed oggi mentre il Ministro uscente (?) lavora di bulino per ricostruirsi un’immagine “terza” (per i vari “fiaschi” quali quelli nord-africani si era già auto-assolto…), il Segretario Generale lo anticipa con preveggenza indirizzando a tutto il personale una “irrituale” (parole sue) missiva in cui traccia la via maestra del “buonsenso gradualità visione” (sic) e difende lo smantellamento da lui operato come l’unica risposta possibile alla imperatività dei tagli di bilancio. Enumera anche – con una qualche impudenza – logiche aziendali (privato è bello), “core business”, la necessità di evitare conflitti categoriali e generazionali: insomma nell’intento di uscire mondo dalla catastrofe declina egli stesso la propria incompatibilità con una struttura che già fu orgogliosamente al servizio del Paese.
Infine – manco a dirlo – né l’uno né l’altro spendono una parola sul fondo del problema ovvero lo squilibrio tra gli oneri dello strumento militare rispetto a quello diplomatico nell’azione (o inazione) internazionale dell’Italia. Questo squilibrio specchio vero di un arretramento (prima di tutto culturale) subìto dall’Italia con un’accelerazione che “fasti” come quello del Vertice dell’Aquila hanno in ultima analisi enfatizzato e non certo compensato. Dunque, voltare pagina. Ovvero dopo il bipolarismo mutuare dall’”amico americano” un sano e liberatorio “spoil system”, l’unico antidoto immaginabile allo stagnante continuismo italiano.
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