Le turbolenze dell’economia mondiale rendono sempre più difficili le previsioni e il lavoro degli istituti di ricerca. Di sicuro c'è solo che il prezzo più alto lo pagheranno le banche italiane DI NICOLA MAIOLINO
Arte più difficile che mai, quasi impossibile, quella della previsione. Le rapide variazioni dell’andamento dei mercati rendono difficilissimo fare previsioni anche per i più attendibili istituti di ricerca, i quali sono costretti a rettificare al ribasso, a distanza di appena 3 mesi, i giudizi espressi sulla prospettiva dei mercati finanziari.
Il contesto generale
Una rettifica di segno negativo dovuta ad andamenti più generali dell’economia:
• l’inasprimento delle tensioni sui debiti sovrani, a partire dalla Grecia per finire a Italia e Spagna;
• una crescita mondiale, e in particolare dell’area euro, più debole del previsto. E a ragioni peculiari dei mercati finanziari;
• la decisione della Bce e della Fed di mantenere bassi i tassi d’interesse;
• la difficoltà nella raccolta diretta a breve sia in termini di volumi che di costi; • il peggioramento dei mercati interbancari come fonte alternativa della provvista (ciò ha costretto la Bce a un ruolo di supplenza che continuerà anche nel 2012); • un rialzo del rendimento dei titoli di stato nei paesi soggetti a rischio default;
• i declassamenti delle agenzie di rating, che aumentano i costi di provvista per gli Stati, per le banche e per le imprese;
• una volatilità dei corsi di borsa che attacca duramente le banche, rendendo sterili gli aumenti di capitale già effettuati.
Il quadro prospettico europeo prevede un tasso di riferimento della Bce intorno all’1%, nell’intento di sostenere l’economia attraverso il basso costo del denaro (abbiamo già visto quanto questo sia rischioso per l’eccesso di liquidità che determina sui mercati e la speculazione finanziaria ad esso connessa), il rafforzamento del Fondo salvastati, l’acquisto dei Titoli pubblici dei paesi a rischio default. Manovre che hanno un costo economico e un prezzo politico sia per i paesi che aiutano (spinte nazionalistiche), che per quelli aiutati (commissariamenti di fatto delle politiche economiche). Le scelte di politica economica in Italia, interpretando al peggio le indicazioni europee, si caratterizzano per manovre recessive che impediscono la crescita e riducono la capacità d’acquisto delle classi medie e deboli, comprimendo la domanda interna. In questo scenario è ovvia una revisione al ribasso della crescita del Pil che non giunge nemmeno nel 2015 a superare l’unità di misura.
I tempi di un recupero della situazione pre-crisi si dilatano al punto da rendere avventata qualsiasi previsione. E, d’altro canto, le vicende più recenti della governance europea dei mercati finanziari non offrono elementi di valutazione positiva per i prossimi anni, sia dal punto di vista della crescita del Pil, sia da quello dello sviluppo dell’attività finanziaria. La riconferma dei parametri di Basilea 3 sul capitale disponibile, assieme alle nuove tasse nazionali sui prodotti finanziari, abbassa la possibilità di agganciare una nuova eventuale fase di ripresa. La scelta di chiamare le banche a rispondere direttamente dei debiti sovrani, con parametri peraltro discutibili da nazione a nazione, induce un nuovo carico da 90 sull’attività di intermediazione ordinaria, provocando una restrizione del credito disponibile per le imprese e la crescita, soprattutto nei paesi a rischio default.
Le banche italiane nel 2011
Nel settore bancario, considerato il campione dei 15 maggiori gruppi, per il 2011 si denota una revisione al ribasso dei valori previsionali indicati l’anno scorso. La redditività lorda appare in diminuzione, così come, salvo un caso, la redditività netta. Segno che nemmeno i recuperi d’imposta connessi a operazioni di vendita o fusione riescono ,come nel passato, a rettificare i risultati negativi dell’attività ordinaria. C’è una differenza rispetto al passato, un segnale che forse potrà avere ripercussioni su una nuova stagione di ristrutturazioni: i primi 5 grandi gruppi, contrariamente al passato, registrano una situazione migliore dei gruppi medi; il segno determinante è dato dalla dimensione positiva degli “altri ricavi”, nei quali stanno gli utili da negoziazione titoli. Una sorta di ritorno al passato.
Da notare il decremento dei fondi accantonati a rettifica con una diminuzione media del 14,6% rispetto al giugno 2010 In questo caso il peso delle rettifiche è maggiore per i gruppi di maggior dimensione. Infine i costi operativi registrano un andamento piatto, migliorando sia pur di misura, il cost/income dell’anno precedente. La diminuzione investe particolarmente il costo del personale, attraverso la riduzione dei lavoratori del settore e la parziale sostituzione dei lavoratori più anziani con giovani a salario più contenuto.
Vi è, pur nell’esiguità degli scompensi, un segnale di maggior efficienza operativa dei grandi gruppi, mentre i gruppi medi appaiono ancora alla ricerca di una migliore capacità d’intervento sui costi. Nella media del campione si riscontra una perdurante difficoltà a generare ricavi dall’attività tradizionale: il margine d’interesse diminuisce dello 0,3% e il debole recupero delle commissioni (2%) non sostiene la crescita del margine d’intermediazione Da registrare positivamente il rafforzamento patrimoniale in corso che fa registrare un Core Tier 1 medio dell’8,2%: le posizioni spaziano dall’11,8% di Intesa San Paolo al 6,3% di BpEtruria e Bpm (da ricordare che l’European banking authority chiede un Core Tier 1 del 9%).
Le previsioni per gli anni futuri (2012/2014)
Lo scenario generale a cui si è fatto riferimento nella prima parte e che peggiora di ora in ora è fortemente condizionante per la situazione delle banche perché il rischio default dei singoli paesi è strettamente collegato con il rischio delle banche. La situazione greca, ormai tragicamente esplosiva, ha già prodotto risultati drastici tagliando il valore dei crediti e imponendo alle banche un aumento di capitale aggiuntivo (per quelle italiane la valutazione è di circa 20 miliardi).
L’approvvigionamento di fondi rappresenta un costo in continuo aumento e la raccolta diretta non offre i volumi e i costi in grado di temperarlo. A ciò si aggiungono i costi derivanti dalle nuove norme di legge che istituiscono i bolli sui depositi titoli e la nuova disciplina di tassazione delle rendite finanziarie. Costi che in parte si riverseranno sulla clientela, ma che mettono a rischio la redditività delle banche italiane. La ripresa a livelli pre-crisi dell’attività di trading delle grandi banche multinazionali, in qualche modo tollerata o protetta dai relativi governi, non trova riscontro in Italia per le caratteristiche del mercato, per l’azione prudenziale della Banca d’Italia e anche, ove lo si volesse fare, per la scarsa protezione che un governo poco credibile come l’attuale potrebbe fornire agli istituti bancari.
Le direttrici d’intervento per tentare di fare fronte a questa situazione appaiono muoversi su tre direttrici:
• repricing del credito, ossia innalzamento selettivo dei tassi alla clientela e valutazione assai oculata nella concessione di crediti, con l’esito sostanziale di un credit crunch
• forte contenimento dei costi, che nella generale incertezza, appaiono l’unica voce dei conti economici ove può essere determinata con sicurezza una variazione positiva; ovviamente ciò include una diminuzione dell’occupazione e condizioni di lavoro assai più pesanti per il personale che rimane
• riduzione degli attivi, per limitare i collegati accantonamenti di capitale, soprattutto con la dismissione di attività ritenute non fondamentali.
Tutto questo sicuramente non sarà sufficiente ai ribaditi obblighi di Basilea 3 sulla quantità e qualità del capitale d’esercizio ed è prevedibile che le banche italiane avranno bisogno di nuove capitalizzazioni, dopo che le recenti ultime sono state rapidamente divorate dai corsi negativi dei mercati. Se analizziamo in maniera più specifica le varie componenti e i loro possibili sviluppi sui conti delle banche vediamo che:
• il quadro d’incertezza e in particolare il costo del funding e la sopportabilità dell’aumento dei tassi del credito a clienti si ripercuoteranno sul margine d’interesse che tenderà a ridursi;
• la minore tassazione, al 20%, indurrà uno spostamento della raccolta verso i depositi e la preferenza per la liquidità favorirà le scadenze a breve, ciò penalizzerà la raccolta obbligazionaria. Occorrerà, quindi, anche per rispettare l’omogeneità fra le scadenze raccomandata da Basilea 3, trovare nuovi strumenti di raccolta a medio-lungo termine;
• la dinamica degli impieghi presenta la stessa debolezza della raccolta: da un tasso di incremento del 3,5% del 2011 si avrà una lenta flessione negli anni successivi.
In questo contesto fermo e debole acquisterà particolare importanza la qualità del credito, che, per effetto della congiuntura generale, tenderà a peggiorare provocando un incremento degli accantonamenti a rettifiche. Rettifiche e partite anomale potranno assorbire fino al 40% del Risultato lordo di gestione con una tendenza a migliorare dal 2014. I ricavi da servizi aumenteranno nella media del triennio di circa il 3-4 %, ma la loro entità non sarà tale da compensare la riduzione del margine d’interesse.
Da queste previsioni scaturisce una tendenza alla contrazione del margine d’intermediazione complessivo che si situerà attorno a valori del 51-52 % del totale, inferiori a quelli registrati nel 2010. I costi operativi registreranno una lieve riduzione e un’altrettanto lieve risalita a fine periodo, tendendo a disporre il cost/income attorno a una media del 58% del totale. L’andamento di costi e ricavi influenza la redditività delle aziende che dovranno aspettare il 2013 prima di ritrovare una percentuale superiore al 10% del risultato lordo di gestione. Di conseguenza gli utili del sistema bancario tenderanno a ridursi, posizionandosi intorno ai 30 miliardi nel triennio 2012/2014, contro il doppio del periodo pre-crisi. Il Roe, che era stato l’idolo di quegli anni ruggenti con percentuali a due cifre, si stabilirà, da qui al 2014, su valori variabili fra il 2% e il 4%.
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Direttore ISRF-LAB