Il premier rinvia le dimissioni a dopo l'approvazione delle "riforme liberali" volute dall'Europa. E punta il dito contro l'opposizione: "Loro non si sono mai detti pronti a votarle". Poi lancia Alfano: "C'è lui in pole position in caso di elezioni"
E' già partito il contrattacco e la strategia appare di ora in ora più chiara. Dopo il
tonfo in Parlamento di ieri, Silvio Berlusconi ha intrapreso un percorso ben preciso, finalizzato prima di tutto a prendere tempo e poi a mettere in difficoltà il più possibile le opposizioni.
Il premier senza più una maggioranza alla Camera si dimetterà, infatti, solo dopo l'approvazione della legge di stabilità, i cui contenuti sono ancora tutti da scoprire visto il mistero che avvolge il maximemendamento non ancora presentato dal Governo al Senato.
Intato, già stamattina Berlusconi ha fatto ricorso alle sue tv per attaccare gli avversari politici: "L'opposizione - ha detto ai microfoni di Mattino 5 - mi chiede da mesi di fare un passo indietro e che il Governo si dimetta, non ha detto altro e non sa dire altro. Ma divisa com'è, succube di estremisti e dei sindacati di sinistra,
non si è mai dichiarata pronta a votare il programma di riforme liberali che l'Europa ci chiede. Anzi - ha proseguito il premier - nell'opposizione c'è chi giudica inaccettabili quelle riforme. Noi abbiamo intenzione di farle e porteremo all'approvazione del Parlamento le riforme previste nel maxi emendamento. Solo il nostro Governo e la nostra coalizione possono prendere questi provvedimenti che l'Europa ci chiede".
Eccola, dunque, la strategia: dato che molte delle misure "liberali" (come le chiama B.) annunciate nel maxiemendamento (liberalizzazione del mercato del lavoro, licenziamenti facili)
saranno assai difficili da votare per le forze di centrosinistra, Berlusconi tenterà di far passare come irresponsabili tutti coloro che si opporranno alle ricette indigeste che il suo Governo cadente tenterà di far passare sotto l'ombrello della Bce e del Fmi.
E poi? Le certezze al momento sono molto poche.
Le dimissioni, messe nero su bianco dal Presidente della Repubblica, sembrano difficili ormai da ritirare, ma molto difficile appare anche la strada gradita alla maggior parte dell'opposizione, ovvero quella di un governo tecnico, guidato da una figura affidabile per le istituzioni finanziarie internazionali, come Mario Monti.
Le alternative, sono quelle proposte dallo stesso Pdl, d'accordo con la Lega, ovvero un governo di centrodestra, ma con un altro premier (quello del siciliano Alfano è il nome indicato dai leghisti), oppure le
elezioni nel giro di due mesi, ovvero entro gennaio-febbraio. Soluzione, quest'ultima, gradita anche all'Idv.
Nel caso di elezioni, però, Berlusconi sembrerebbe intenzionato a cedere il passo. Almeno questo è quello che ha detto stamattina alla tv di famiglia: "Saranno le consultazioni tra il milione e duecentomila iscritti al Pdl a stabilire chi sarà il candidato - ha detto il presidente dimissionario - ma
io penso che in pole position ci sia Angelino Alfano e che questo comporterà un ricambio generazionale in tutta la politica. Io farò quello che il partito mi chiederà di fare nell'interesse del paese".
Ma in questa situazione quantomai nebbiosa c'è anche chi non si fida proprio: è il caso di
Antonio Di Pietro: "Non basta dire gatto per averlo nel sacco. Se non vedo non credo", dice stamattina il leader dell'Idv in una intervista a Repubblica, nella quale spiega anche che secondo lui "Berlusconi cercherà di tirare ancora un mese, un mese e mezzo" e "con queste sue dichiarazioni arriverà in Parlamento un'ondata di consenso falsificato di personaggi in cerca di autore che aspettavano la legge di stabilita' come motivazione nobile per fare ripartire il mercato delle vacche, come il 14 dicembre, trattando e contrattando".