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Gli operai cinesi nell'era dei robot

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Negli ultimi due anni un'ondata di scioperi ha portato alla ribalta una nuova generazione di lavoratori, giovani e combattivi. Il settore privato ha fatto passi da gigante. Ma i titoli sono sempre per Foxconn DI SIMONE PIERANNI

di Simone Pieranni, ChinaFiles

Gli operai cinesi nell'era dei robot (foto di www.kk9k.com) (immagini di www.kk9k.com)
Pechino - Il biennio 2010-2011 è stato un periodo molto importante per il mondo del lavoro in Cina: un'ondata di scioperi ha portato alla ribalta una nuova generazione di lavoratori, capaci di sfruttare una situazione economica particolare e ottenere anche dei successi. Un'onda lunga su cui si sono affacciate altre novità, come quella in casa Foxconn: l'azienda taiwanese nota per i suicidi dei propri dipendenti ha annunciato lo scorso agosto l'impiego di un milione di robot entro il 2013 - oggi sono circa 10mila – che saranno adibiti a operazioni quali la saldatura, la verniciatura e l'assemblaggio.

Secondo l'Economist, dopo l'esercito “la Foxconn potrebbe essere considerata il più grande singolo datore di lavoro della Cina, e certamente il suo più importante. Il produttore di elettronica, i cui prestigiosi clienti includono Apple (ma anche Nintendo, Sony, Nokia, Dell, Amazon, ndr), ha un organico di oltre un milione di persone, tra cui oltre 500mila nella sola fabbrica a Shenzhen”. Dall’annuncio di questa estate Foxconn non ha dato più notizia di sé. Ma quel che è certo è che la sfida del lavoro in Cina si prepara a una nuova stagione.

Sciopero!
20 marzo 2010: diverse centinaia di lavoratori sono scesi in sciopero presso lo stabilimento Canon a Zhuhai, dopo che la gestione aveva annunciato una diminuzione salariale; 9 giugno 2010: quasi 500 lavoratori sono scesi in sciopero presso lo stabilimento Flextronics a Zhuhai, dopo che la gestione ha comunicato che non avrebbe pagato gli straordinari; 7 settembre 2010: più di 100 lavoratori a Brother Industries (Shenzhen) sono scesi in sciopero due mesi dopo che il governo aveva alzato il salario minimo. I lavoratori lamentavano che il loro carico di lavoro era aumentato in modo significativo e che non erano stati adeguatamente compensati.

Cinque novembre 2010: diverse migliaia di lavoratori sono scesi in sciopero alla Foxconn di Foshan per protestare contro le misure per ridurre lo straordinario; 3 giugno 2010: i lavoratori della Jalon Elettronica a Xiamen hanno organizzato una serie di proteste contro l'aumento dell'orario di lavoro; 18 novembre 2010: oltre 100 lavoratori della fabbrica di gommapiuma Yifengfa a Shenzhen hanno scioperato e bloccato l'ingresso all'impianto dopo che la gestione aveva aumentato i carichi di lavoro diverse volte dopo l'aumento del salario minimo.

Si tratta di un elenco minimo di tutti gli scioperi occorsi in Cina nel 2010, seguiti nel 2011 dalle proteste nel mondo dei trasporti. Un'ondata di lotte che ha fatto urlare alla rivoluzione e a rivolte in grado di modificare l'assetto produttivo del paese. Media internazionali, “turisti intellettuali”, tutti hanno salutato l'ondata di scioperi come un segnale di una nuova stagione di coscienza politica in Cina, senza sottolineare però la nascita di una nuova generazione di lavoratori migranti, meno disposti ad affrontare i sacrifici che i loro padri avevano accettato pur di fare ripartire il paese e uscire dalla miseria più nera, più vivaci, ma nello stesso tempo figli della nuova Cina consumista e volta al progresso e alla ricerca di ricchezza costante.

Si tratta di un generale ottimismo che va – al solito - inserito in una balestra temporale più lunga, di cui va fatta la tara riguardo certe necessità economiche del gigante cinese (che infatti ha appoggiate le lotte, almeno mediaticamente, specie quelle all'interno di aziende straniere) e che si colora di tinte più varie nel momento in cui a parlare sono i lavoratori stessi o chi, come il China Labour Bullettin (CLB), una ONG di Hong Kong, se ne occupa quotidianamente.

Nel report pubblicato dalla ONG nell'ottobre del 2011, nel quale viene effettuata una panoramica delle lotte dei lavoratori cinesi, vengono messi in evidenza gli elementi che avrebbero creato una differenza con il passato, distinguendosi come le caratteristiche salienti del nuovo “movimento”. “I lavoratori stanno diventando sempre più proattivi: si tratta di prendere l'iniziativa e non aspettare che il governo o chiunque altro si muova per migliorare le loro condizioni salariali e lavorative”; il secondo elemento positivo delle ondate di scioperi recenti, risiederebbe nella capacità organizzativa: “un crescente senso di unità tra operai, combinato con l'uso di telefoni cellulari e strumenti di social networking, ha reso più facile per i lavoratori avviare, organizzare e sostenere le proteste”.

Le proteste dei lavoratori – inoltre – hanno sempre più successo: “recenti proteste hanno assicurato aumenti salariali consistenti, costretto le aziende ad abbandonare le gestioni pratiche di lavoro impopolare e di sfruttamento”. Infine la novità più sostanziosa nel panorama del mondo del lavoro cinese: “le proteste hanno creato un sistema embrionale di contrattazione collettiva”.

“Xinshengdai nongmingong” e sviluppo del settore privato
Le proteste, come sottolineato, hanno portato anche a risultati importanti, sfruttando una più generale situazione dell'economia cinese: la crisi in Europa ha portato ad una diminuzione delle esportazioni con un calo, sentito anche a fine 2011, dell'industria manifatturiera cinese. Un trend già nettamente riscontrabile nel corso del 2010, con il governo cinese alle prese con una nuova creazione, ovvero un mercato interno capace di creare una domanda in grado di bilanciare le perdite nelle esportazioni.

Ma più di tutto ha pesato l'arrivo sulla scena di una novità “sociale”: nell'estate del 2010 comincia a girare nel lessico popolare della Cina un nuovo termine: Xinshengdai nongmingong, ovvero la nuova generazione di lavoratori migranti, i nati dopo il 1980. Con i suicidi di giovani lavoratori alla Foxconn e l'ondata di scioperi in tutta la Cina il fenomeno, già conosciuto, ha trovato una ribalta internazionale.

“Si stima che circa due terzi dei lavoratori cinesi appartengano a questa nuova generazione – spiegano quelli del CLB - nel marzo 2010 secondo l'Ufficio nazionale erano il 61,6% del totale. Un'indagine effettuata dall'Acftu (All-China Federation of Trade Unions) su mille imprese e oltre 4mila lavoratori in 25 città in tutta la Cina, ha rivelato alcune delle principali differenze tra la nuova e la vecchia generazione: “i livelli di istruzione sono più alti”. Il 67,2% dei lavoratori di nuova generazione ha il diploma (si tratta del 18,2% in più rispetto alla precedente generazione); i nuovi migranti cambiato i datori di lavoro in media una volta ogni quattro anni (0,26 volte l'anno), mentre gli immigrati più anziani cambiavano lavoro una volta ogni dieci anni in media.

Un altro elemento che ha fatto da sfondo alle lotte è il fenomeno crescente dell'aumento del settore privato nell'economia cinese: da settembre 2010 vi erano 91,8 milioni di occupati nelle imprese private (settore privato), con un ulteriore 69,9 milioni nelle piccole imprese (imprese individuali), con un incremento del 57,7 per cento e 42,5 per cento dal 2005.



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TAGS operai cinesi foxconn cina operai

07/11/2011 14:32

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