Una ricerca presentata da Lsdi parla apertamente di una frattura tra lavoro subordinato e lavoro autonomo. La spaccatura cresce e frammenta la professione. Autonomi e parasubordinati superano i dipendenti DI ANTONIO FICO
di Antonio Fico
Un mestiere sempre più precario e mal pagato, con redazioni sempre più vecchie e ristrette, e un turn over inesistente. Fattori che messi insieme, contribuiscono a delineare un’altra caratteristica di una settore in profonda trasformazione: il divario crescente tra chi ha un contratto da dipendente e chi invece svolge questo lavoro da autonomo. Sono alcuni dei tratti più rilevanti della professione giornalistica in Italia che emergono da un aggiornamento della ricerca effettuata da Lsdi - Libertà di stampa, diritto all’informazione - sulla base dei dati relativi al 2010.
Secondo l’indagine, alla fine di quell’anno i giornalisti “visibili” effettivi, cioè con una posizione contributiva all’Inpgi attiva, erano 44.906: 19.895 (44,3 %) nel campo del lavoro subordinato e 25.011 (55,7) fra autonomi e parasubordinati. Un numero complessivo in crescita grazie sopratutto all’impennata dei precari, che ridisegna dall’interno il settore.
E’ infatti, calato sensibilmente il lavoro dipendente (- 3,85%), soprattutto nei periodici (-12,1%), nei quotidiani (- 4,6%) e nelle emittenti radiotelevisive locali (-3,6%). Mentre diviene sempre più difficile sperare in un contratto stabile nelle redazioni, per effetto del blocco del turn over: nel giro di un anno, i praticanti si sono ridotti di un terzo ( -31 %). Al contrario aumenta il lavoro autonomo (+7,7 %), ma in modo inversamente proporzionale ai compensi.
Fra i 25.000 autonomi e parasubordinati la percentuale di chi denuncia redditi inferiori al 5.000 euro lordi all’ anno è cresciuta nel 2010 dal 55,3 al 62%. Se si sale nella scala dei redditi, nel campo del lavoro autonomo solo 1 giornalista su 10 denuncia un reddito superiore ai 25.000 euro (10,4%). Per fare un raffronto, se il quadro fosse trasferito in Francia, oltre 16.000 giornalisti autonomi non potrebbero ottenere la Carte de Presse, il tesserino professionale, in quanto percepiscono un reddito inferiore ai 6.000 euro l’ anno. Il paragone è ancora più bruciante, se si parte dal presupposto che il salario minimo in Francia è pari a due volte la soglia minima per poter ottenere la Carta.
Completamente diversa la situazione per i dipendenti a tempo indeterminato: quelli che hanno un reddito superiore ai 30 mila euro lordi sono il 66,6%, oltre 6 giornalisti su 10, mentre diminuiscono dal 35,4 al 33,4 per cento i rapporti che producevano i redditi inferiori a quella soglia. Ma circa il 20 per cento guadagna più di 80 mila euro.
Sulla base di questi dati, la ricerca parla apertamente di una frattura tra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Una spaccatura che cresce e frammenta la professione. “Si tratta – si legge tra le pagine del rapporto - di un divario che il passare degli anni non riesce a colmare e che rappresenta probabilmente il problema più complesso che il sindacato dei giornalisti e lo stesso ente di previdenza, l’ Inpgi, si trova ad affrontare”. Con retribuzioni così basse, le pensioni si annunciano per gli autonomi molto magre. I dati sui primi pensionamenti nel 2010 (circa 1000), continuano ad essere poco rassicuranti, con il 60 per cento dei trattamenti al di sotto della soglia dei 500 euro lordi.
Al contrario, nel 2010 le pensioni da lavoro subordinato, per effetto dei redditi più corposi, sono salite a 6.992 (+7,65 %), e registravano emolumenti annui superiori ai 50 mila euro lordi nel 53 % dei casi. Con la “scomparsa” del turn over infine, le redazioni invecchiano rapidamente: nel 2010 – secondo l’ebook del Lsdi - un rapporto di lavoro su due faceva capo a giornalisti con un’ età fra i 36 e i 50 anni, il 27 per cento si collocava nella fascia d’età ai 51, e appena il 24 per cento nella fascia sotto i 36 anni.