Stipendi bloccati, atipici licenziati, liquidazioni rimandate, donne a riposo più tardi. Ecco tutti gli interventi
di Marco Togna
Stipendi, pensioni, trattamento di fine servizio, precariato: non c’è aspetto della vita dei lavoratori del pubblico impiego che non sia stato aggredito dal governo nelle ultime manovre economiche. Un accanimento mai visto, del tutto ideologico, teso a disarticolare lo Stato e a smantellare welfare e prestazioni pubbliche. Una tale quantità di interventi che richiederebbe una lunga elencazione: riportiamo, di seguito, i più significativi.
Contratti e salario accessorio
Il blocco della contrattazione fino al 2014 (emanato nel 2009, con effetti già nel 2010) è un vero salasso: il mancato rinnovo fa perdere 7.900 euro ai dipendenti dei ministeri, 8.100 di Regioni e autonomie locali, 8.600 del Servizio sanitario nazionale, 10 mila delle Agenzie fiscali e quasi 11 mila degli enti pubblici non economici. Ha anche effetti su pensione e trattamento di fine servizio (tfs): un ministeriale con 35 anni di contributi, ad esempio, perde sul tfs circa 4.500 euro, mentre sulla pensione 120- 140 euro mensili. Sulle retribuzioni va segnalata anche la norma (emanata nel 2010, con effetto dal 2011) che congela allo stipendio del 2010 quello degli anni a venire: dal 2011 al 2014 il trattamento economico complessivo di ogni lavoratore non può superare il valore del 2010. Il governo interviene anche sul salario accessorio: nel 2008 (con effetto nel 2009) decreta il congelamento e la riduzione (pari al 10 per cento) dei fondi destinati alla contrattazione integrativa; nel 2010 introduce un’altra norma che taglia ulteriormente i fondi in ragione di ogni persona che cessa dal servizio. Una perdita procapite in busta paga, secondo le stime fatte da Fp Cgil, da 450 a 650 euro l’anno (secondo i vari comparti). Blocco anche per le progressioni economiche e di carriera (con effetto dal 2011): ogni avanzamento di livello ha valore per la parte giuridica (ossia c’è il riconoscimento formale del grado superiore) ma non per quella economica, cioè si continua a percepire lo stipendio della qualifica precedente. Vi è infine il contributo di solidarietà (introdotto nel 2010 con effetti immediati): per i dipendenti pubblici la “tassa” è del 5 per cento per i redditi compresi tra 90 e 150 mila euro, e del 10 per cento dai 150 mila euro in avanti. Un esempio: un dirigente che percepisce 160 mila euro ha una decurtazione pari a 4 mila euro. È bene ricordare che questa norma vale solo per i lavoratori pubblici: i privati, infatti, hanno una decurtazione pari al 3 per cento, e solo per i redditi superiori ai 300 mila euro.
Trattamento di fine servizio
Cambiano anzitutto le norme riguardanti l’erogazione: per i pensionamenti di anzianità passa da sei mesi a due anni (cui vanno aggiunti ulteriori tre mesi per questioni tecniche dell’Inpdap), per i pensionamenti con 65 anni di età o 40 di anzianità contributiva passa da zero a sei mesi (con la possibile dilazione Inpdap di ulteriori tre mesi). Cambia anche il sistema di calcolo (introdotto nel 2010) per le anzianità contributive che si maturano dal 2011 in avanti: per un dipendente statale, ad esempio, la perdita del valore nominale annuo della propria indennità di buonuscita (secondo calcoli Fp Cgil) è pari al 17 per cento. Viene introdotta, infine, anche la rateizzazione del versamento (emanata nel 2010): tutti i dipendenti pubblici che cessano il servizio dal 2011 vedono l’erogazione in una sola rata se l’importo è inferiore ai 90 mila euro, in due rate se l’importo è compreso tra 90 e 150 mila euro, in tre rate se l’importo supera i 150 mila euro. Un esempio? Un dipendente delle Agenzie fiscali che, in termini di valore lordo (cioè al lordo delle ritenute), ha diritto a 100 mila euro di trattamento di fine servizio, riceve la somma in tre anni: la prima rata di 90 mila dopo due anni, la seconda rata di 10 mila dopo ancora un anno.
Pensioni
Tra le tante, forse la misura più odiosa (introdotta nel 2009), diretta contro le donne: le lavoratrici del pubblico impiego vedono, a partire dal 1 gennaio 2012, aumentare da 60 a 65 anni (in realtà è 66, come spieghiamo oltre) l’età anagrafica per raggiungere il pensionamento. Sui dipendenti pubblici, inoltre, ricadono anche le norme generali di tutti i lavoratori che prevedono l’abolizione del sistema delle “finestre” e l’introduzione di una sola finestra “mobile”, che provoca lo slittamento ulteriore di un anno: i dipendenti che maturano i requisiti (sia per vecchiaia sia per anzianità contributiva) a partire dal 2011 hanno un posticipo di 12 mesi per l’effettiva decorrenza del trattamento pensionistico (misura valida anche per le dipendenti pubbliche, che quindi passano da 60 a 66 anni). E non basta: chi matura i 40 anni di anzianità contributiva nel 2012 ha un ulteriore posticipo di un mese, chi matura nel 2013 di due mesi, chi nel 2014 di tre mesi. Sulla data della messa a riposo sia per vecchiaia sia per anzianità grava, infine, l’aggiornamento automatico per l’accesso alla pensione sulla base dell’incremento della speranza di vita (accertato dall’Istat), che troverà la sua prima applicazione nel 2013 e verrà aggiornato ogni tre anni: in sostanza, se l’Istituto certificherà un incremento della speranza di vita di sei mesi, i requisiti aumenteranno automaticamente di sei mesi (nel 2013 il “tetto” sarà di tre mesi, indipendentemente dall’incremento stabilito dall’Istat; dal 2016 questo tetto verrà abolito, quindi incremento Istat e requisiti per la pensione coincideranno).
Precari
Nella pubblica amministrazione i lavoratori precari sono quasi 190 mila (dati 2009 del ministero dell’Economia), così distribuiti: 94 mila a tempo determinato, 41 mila collaborazioni coordinate e continuative, 32 mila interinali e Lsu, 20 mila professori universitari a contratto e ricercatori assegnisti, 2 mila in formazione e lavoro. Per tutti questi lavoratori si è bloccato il meccanismo di stabilizzazione previsto dal governo Prodi con la legge finanziaria del 2007, che nel periodo 2007-2009 ha visto circa 50 mila assunzioni. Il governo Berlusconi, infatti, ha decretato che, in relazione all’utilizzo di contratti flessibili, a partire dal 2011 ogni singola amministrazione può spendere ogni anno soltanto il 50 per cento di quanto investito nell’anno precedente. In altre parole: una pubblica amministrazione che nel 2011 ha speso 10 mila euro potrà spendere nel 2012 solo 5 mila euro, nel 2013 solo 2.500 euro e così via; nell’arco di pochi anni, se non interverranno altre misure, tutto il personale flessibile verrà espulso.
Fisco
Sull’intero mondo del lavoro, e quindi anche sui dipendenti pubblici, graverà infine la “stretta” fiscale stabilita con il decreto legge 98/2011, che prevede la riduzione del 5 per cento nel 2012 e del 20 per cento a decorrere dal 2013 dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale. Gli effetti di queste norme si abbatteranno pesantemente sulle famiglie, riportiamo solo le voci più significative: 1.332 in meno di detrazioni per i redditi da lavoro dipendente o da pensione; 892 euro di detrazioni per i familiari (coniuge, figli) a carico; 387 euro di deduzioni per i contributi previdenziali obbligatori; 328 euro di detrazioni sugli interessi passivi sui mutui ipotecari; 166 euro di detrazioni per le spese sanitarie; 127 euro di deduzioni sulla prima casa.