Occorre rilegittimare il principio della tassazione. La libertà, infatti, come hanno scritto due grandi giuristi americani come Holmes e Susteim, dipende dalle tasse DI BENIAMINO LAPADULA
In letteratura sono stati evidenziati numerosi elementi che possono spiegare il grado di evasione fiscale di un paese. Tra questi si segnalano, per la loro particolare rilevanza, il senso civico e la cosiddetta “tax morale”. Se nei confronti di chi evade si registrano atteggiamenti di comprensione e di tolleranza invece che di riprovazione sociale, il livello di compliance generale si abbassa, aumenta, cioè, il numero di cittadini che tendono a emulare chi evade.
Rispetto a questa carenza di senso civico l’inasprimento dei controlli e delle sanzioni dà risultati modesti perché, come sostenuto dall’Ocse il 2010 nel documento
Understanding and influencing Taxpayers’ Compliance Behaviour,
la deterrenza è più efficace soltanto in presenza di norme di comportamento sociale corrette. È a tal proposito significativo un esperimento condotto nel Minnesota su alcuni gruppi di contribuenti sottoposti a diverse forme di convincimento. Sono state illustrate loro le finalità meritorie dell’uso delle imposte (istruzione, sicurezza, ecc.) e la gravità delle pene previste per gli evasori.
Queste sollecitazioni non hanno prodotto significativi miglioramenti della
compliance. Gli è stato infine comunicato che il 90 per cento dei contribuenti aveva già pagato fino all’ultimo centesimo le tasse. È stata questa informazione a produrre il miglioramento più rilevante della tax compliance, cioè dell’adempimento volontario da parte dei contribuenti.
L’Italia, come è noto, registra ancora tassi di evasione e di economia sommersa più vicini a quelli dei paesi dell’ex blocco sovietico che di quelli più avanzati. Per intervenire su questo aspetto bisogna sicuramente intensificare la lotta all’evasione a partire dall’utilizzazione integrata di tutte le informazioni che sono già in possesso dell’Amministrazione finanziaria, ma occorre, forse ancor prima,
una convinta battaglia culturale capace di fare i conti fino in fondo non solo con gli emuli italiani dei Tea Party statunitensi, ma con quel sentire diffuso che fa del calvario delle tasse uno dei più radicati elementi della nostra identità nazionale. Questi elementi venivano così riassunti nel 1924 da Piero Gobetti in
La rivoluzione liberale: “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipare alla vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non è un’esigenza, ma una formalità giuridica. Il contribuente italiano paga, bestemmiando, lo Stato, non ha la coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta”.
Per andare alle radici di questo perverso elemento fondativo della nostra identità nazionale bisogna tornare al Cinquecento e al Seicento, e alla politica mercantilistica delle grandi monarchie europee sulle finanze pubbliche degli Stati italiani. Gli Stati italiani, sia quelli formalmente indipendenti sia quelli dominati dagli spagnoli, non sfuggirono alle spinte mercantiliste verso l’incremento delle spese militari per aumentare la capacità “offensiva” e la potenza degli Stati.
Ma se nelle grandi monarchie europee la potenza militare in qualche modo contribuì a rafforzare lo sviluppo economico di quei paesi, negli Stati italiani l’adozione degli stessi indirizzi provocò solo nuovi, pesanti squilibri. Si aggravò la confusione fra imposte ordinarie e straordinarie e, in alcuni casi, venne meno anche la distinzione tra imposte dirette e imposte indirette con continui mutamenti delle forme di imposizione e di riscossione dei tributi. Quando il prelievo non bastò più si cominciò a ricorrere all’indebitamento che divenne sempre più gravoso.
Si pensi che alla vigilia dell’Unità d’Italia l’indebitamento degli staterelli in cui era suddiviso il Paese venne stimato in circa un miliardo e mezzo di lire correnti, pari a cinque volte l’ammontare complessivo delle entrate annue. Il giovane Stato unitario, appesantito da questo gravoso carico, si mosse in modo incerto, prima rinviando la perequazione tributaria e poi decidendo sgravi fiscali che spinsero di nuovo le finanze pubbliche verso il disavanzo.
Si arrivò così nel 1869 all’introduzione della pesante imposta sul macinato che provocò i tumulti e le rivolte descritte magistralmente da Bacchelli nel romanzo
Il mulino del Po. Il carattere antipopolare del nostro sistema fiscale si consolidò negli anni successivi, tanto da portare Giovanni Giolitti ad affermare in un articolo pubblicato nel 1900: “Noi deploriamo la lotta di classe, ma dobbiamo riconoscere che nel nostro paese l’hanno iniziata le classi dirigenti, applicando un sistema tributario profondamente ingiusto”.
Anche l’era Giolittiana, però, non lasciò segni significativi nel nostro sistema tributario, e soltanto nel biennio 1919-1929 si profilarono riforme innovative presto abbandonate dal fascismo che aumentò la pressione fiscale sui ceti popolari. Anche la riforma tributaria delineata dalla Costituzione repubblicana tardò a essere attuata.
Bisognerà attendere il 1971 per arrivare a una riforma ispirata, anche se in modo parziale, alla legislazione fiscale dei paesi più avanzati. Si arrivò così, con decenni di ritardo, a riprodurre modelli in parte già superati. Solo nella seconda metà degli anni 90, con l’approvazione della riforma Visco, si avrà un sistema tributario più equo ed efficace.
Questa riforma, tuttavia, subì immediatamente l’aggressione della destra populista di Berlusconi fattasi interprete di una visione dell’obbligazione fiscale nell’ottica dell’espropriazione.
Si è così diffuso nel sentire collettivo un luogo comune secondo cui l’individuo avrebbe un diritto naturale alle risorse che crea come proprio lavoro e che ogni somma pagata come tassa sia una somma indebitamente percepita dallo Stato. È proprio con questa ideologia, che ha legato per anni elementi proto-liberisti e pulsioni populiste, con la fine della stagione del berlusconismo, bisogna fare i conti.
Per rimuovere questo cumulo di macerie, figlie anche di una lunga storia nazionale, occorre una forte e risoluta battaglia culturale capace di rilegittimare la tassazione e con essa la democrazia. La libertà, infatti, come hanno scritto due grandi giuristi americani come Holmes e Susteim, dipende dalle tasse. Ed è grazie all’interferenza dello Stato che anche i diritti di proprietà diventano effettivi: essi esistono solo nell’ambito di un consorzio civile che non fiorisce spontaneamente, che non è un dono di natura, ma è figlio dell’azione pubblica.