Superare il “forte ritardo” tecnologico e dare centralità al futuro delle reti di Tlc come leva per la crescita, anche operando delle “forzature”, sugli investimenti e sulla loro remunerazione, per accelerare questo processo. A poco meno di un mese dalla chiusura dell'asta per le frequenze mobili di quarta generazione, e a pochi giorni dal taglio di 800 milioni per investimenti in Tlc con la legge di stabilità, la Cgil ragiona sul ruolo delle reti di nuova generazione per lo sviluppo e la crescita, nel corso di un'iniziativa promossa oggi per discutere dei piani del governo e il ruolo degli enti locali, dell'asta per le nuove frequenze e le decisioni Agcom per incentivare gli investimenti.
Alla presenza di esponenti di importanti aziende del settore, la Cgil e la Slc (la categoria che copre il settore delle Tlc) hanno esposto la loro ricetta per fare del mobile e del livello di competizione e liberalizzazione molto avanzato nel paese, “una leva importante per una politica di insieme per il settore”. Il tutto senza lesinare critiche al governo e “all'
inaccettabile decisione di cancellare i pochi investimenti pubblici, gli 800 milioni previsti dal 2008 e mai effettuati, e di regalare le frequenze ai maggiori operatori televisivi, nel momento in cui le aziende di telefonia mobile hanno consegnato nelle casse dello stato poco meno di quattro miliardi di euro per l'asta sulle frequenze”, come nota il segretario confederale, Fabrizio Solari.
La strategia della Cgil punta a
facilitare “la diffusione di reti di nuova generazione sia fissa che mobile; stimolare il prendere quelle decisioni necessarie per favorire investimenti, sia sul fisso che sul mobile a 4 G, per poter 'coprire' più territori possibili in termini anche di infrastruttura; aiutare la definizione di aree territoriali a successo di mercato e aree a valore intermedio, come noi proponiamo siano i distretti industriali, dove limitare obblighi asimmetrici su chi fa investimenti in fibra e conseguentemente indirizzare le prossime decisioni del Governo e dell’Agcom; favorire tali investimenti anche rimodulando possibili interventi sulle tariffe di terminazione a fronte di obblighi precisi di riduzione del digital divide e creazione reti Ngn”.
Un piano che impone però la centralità del tema, superando quindi i ritardi sulla diffusione della banda larga, e che preveda risorse e remunerazione degli investimenti, in un momento di scarsità delle risorse pubbliche. E che soprattutto si renda immediatamente operativo “
preso atto del fallimento del Tavolo Romani con l’uscita di Telecom, di Fiberco che nasce e muore sulla carta e con il fondo F2i di Gamberale che sembra riproporre in piccolo, e con i finanziamenti della Cassa depositi e prestiti tutti da verificare, un’azione limitata a sole quattro città”. Ecco quindi la necessità di “forzare” su alcune leve: sull'attività regolamentare, sull'intervento pubblico e legislativo, sulla domanda attuale e su quella potenziale, su di una nuova prospettiva che guardi al passaggio dalle Tlc all'Itc rilanciando una politica industriale di filiera.
Il regolatore “deve decidere rapidamente il sistema delle tariffe per consentire alle imprese di programmare gli investimenti nelle nuove reti” e bisogna quindi agire sulla leva regolamentare. La Cgil sostiene la necessità di “favorire il massimo rendimento dei potenziali investimenti privati” ma da compensare attraverso “l'accettazione da parte degli operatori di un'idea di pianificazione e di coordinamento per coprire più aree possibili e nel minor tempo possibile”. La proposta del sindacato, e che definisce essere “molto forte”, prevede “un abbassamento delle tariffe di terminazione sul mobile solo a fronte di un vincolo per gli operatori fissi di destinare una quota dei risparmi alla costruzione di reti Ngn in fibra”. Inoltre, secondo la Cgil, “si prevede di mantenere le attuali tariffe all’ingrosso sulla rete fissa, ma
Telecom deve accettare di destinare progressivamente l’eventuale delta rispetto ad un livellamento alla media europea, solo se accelera il piano di cablaggio delle 30 città e dei 70 principali distretti industriali, come da nomenclatura Ue”.
La stessa domanda di nuovi servizi va poi indirizzata e, di conseguenza, organizzata con un coordinamento e una regia nazionale, “anche chiedendo alle autonomie locali di metere a fattore comune le proprie competenze e responsabilità”.
Proposte concrete quindi, in un'ottica di sviluppo e crescita, da sostenere anche attraverso la creazione di un 'Forum per l'innovazione' che oltre la condivisione di informazioni si ponga, suggerisce il sindacato, “come strumento di monitoraggio sui principali temi in discussione e di proposta, magari interloquendo anche con la stessa Confindustria Digitale”.