Le pressioni di Lavitola su Bonaiuti mettono in imbarazzo chi usufruisce del fondo. Il sostegno pubblico va assegnato con criteri seri, procedure trasparenti e controlli certi, bisogna liberarsi dai faccendieri DI TARCISIO TARQUINI
Dalle intercettazioni telefoniche, pubblicate da
Repubblica, apprendiamo che Valter Lavitola, nella sua veste di editore (una delle tante che aggiungeva a quella ufficiale di pescivendolo), sollecita Paolo Bonaiuti (che lo definisce “amico e basta”), sottosegretario con delega, perchè trovi i 70 milioni di euro mancanti al fondo per l'editoria in modo da soddisfare tutte le domande di contributo, e quindi anche quella dell'
Avanti! e degli altri giornali di partito.
È inutile nascondere che proviamo (noi editori di un settimanale che fruisce del finanziamento pubblico) un certo imbarazzo nel leggere queste trascrizioni che pur non rivelando – questa parte almeno – atti illeciti precipitano, però, tutta la stampa che percepisce il contributo statale nel calderone disgustoso delle pressioni lobistiche, delle raccomandazioni personali, delle spinte politiche che nulla hanno a che vedere con la possibilità di esistenza di una informazione libera e pluralista che noi pensiamo di difendere con la nostra azione per il mantenimento del sostegno pubblico ai giornali delle cooperative di giornalisti.
Se la situazione è degradata fino a questo punto non è per caso. Difficoltà per i finanziamenti del fondo ci sono sempre stati e con qualunque governo. Molti di noi ricordano la proposta di un contributo calante negli anni fino all'estinzione avanzata dall'onorevole Levi, allora incaricato di riformare il sistema (suo compagno nell'impresa, è bene ricordarlo agli immemori, era Mauro Masi delle cui peripezie al dipartimento dell'editoria ci sarebbe parecchio da raccontare) che si infranse davanti a una selva di no lasciando sul campo una legge di settore che oggi sembra figlia di un'epoca giurassica.
Le difficoltà, però, trovavano un argine nella provvidenziale vigenza del cosiddetto diritto soggettivo, in base al quale
ai soggetti “meritevoli” veniva riconosciuto il finanziamento, nell'entità dettata dai criteri della norma, cui faceva seguito l'erogazione, con i tempi e le modalità condizionate dalle esigenze del tesoro. Poteva passare del tempo, si doveva tirare la cinghia, ma alla fine quello che era dovuto veniva dato, e questa certezza permetteva alle imprese di lavorare con un bilancio e programmi precisi. E senza ricorrere a tante raccomandazioni.
La vera svolta c'è stata due anni fa con la cancellazione, fatta da questo governo e da questa maggioranza, del diritto soggettivo; da quel momento il finanziamento dell'editoria è diventato incerto, non più l'effetto di un diritto ma la risultante di una discrezionalità dell'esecutivo, spesso camuffata dietro le ristrettezze della spesa pubblica, ma gestita con la sempre più evidente volontà di mettere sotto giogo una fetta importante della stampa italiana, particolarmente influente a livello locale; fu lo stesso presidente del Consiglio, del resto, a spiegare la presenza nelle liste del Popolo delle libertà di Giuseppe Ciarrapico perché in grado di assicurare, con la catena dei suoi giornali provinciali, un ampio consenso.
L'abolizione del diritto soggettivo ha costretto i giornali delle cooperative a dover contrattare, tramite i loro rappresentanti, ogni anno i “70 milioni mancanti” (sempre quelli) di cui si lamenta Lavitola con Bonaiuti, in un faticoso tira e molla che ha tolto alle imprese sicurezza e voglia di guardare al futuro.
Ma l'intercettazione ci dice ancora di più e rafforza le nostre denunce politiche di ieri e oggi; ci conferma che l'entità della
dotazione del fondo dell'editoria fa parte di un gioco di dispetti e ricatti politici i cui esiti sono determinati da ragioni che nulla hanno a che vedere con le esigenze del bilancio pubblico e meno che mai con quelle della correttezza e dell'equilibrio del sistema dell'informazione; dipendono dai rapporti tra il presidente del Consiglio e il suo ministro del Tesoro, dal fatto che questo vuole che l'integrazione delle risorse mancanti gli sia chiesta dall'altro, per far sentire il suo peso o magari acquisire qualche merito da spendere poi in qualche altra situazione.
Bisognerà tenerne conto, adesso che il tavolo per una nuova legge dell'editoria è stato aperto presso la sede ufficiale del dipartimento informazione della presidenza del consiglio. Il ritorno a un sistema di finanziamento certo (con entrate determinate e finalizzate, in modo da rendere evidente provenienza di fondi e legittimità del contributo), la individuazione di criteri seri per i soggetti ammessi (che non possono essere solo quelli che ci sono già, ma anche le nuove imprese e i nuovi media), la fissazione di procedure trasparenti e scadenze rigorose per decreti e erogazioni, l'attuazione di controlli severi già nella fase amministrativa, tutte queste sono misure indispensabili per diradare il velo opaco che da troppo tempo si è posato sui giornali di idee e delle cooperative. Ed è il modo più efficace per bonificare la palude che si è andata formando nel tempo liberandola dai grandi e piccoli faccendieri che con editoria, giornali, informazione non hanno nulla da spartire.