Tra 7 e 9mila operatori sociali sono a rischio, 21mila gli utenti che potrebbero perdere l'assistenza a causa dei tagli al welfare. Il pericolo dei poteri criminali: per loro la salute mentale è un business come la monnezza DI PIETRO ORSATTI
di Pietro Orsatti
Un disastro sociale. E un favore enorme all’economia sommersa, alla camorra in cerca di manovalanza fresca e disperata, al degrado e alla speculazione. Non è possibile definire altrimenti quello che sta avvenendo a Napoli e in tutta la regione. Con conseguenze dirette per i cittadini perfino più gravi e durature della crisi dei rifiuti in Campania. I numeri, e parliamo solo di Napoli, sono impressionanti. Un debito del Comune di 200 milioni nei confronti di cooperative e associazioni a fronte di un investimento di appena 56 milioni nella spesa sociale, anche a causa dei tagli da parte del governo nel corso degli anni e in particolare con le ultime manovre economiche. I ritardi di pagamento vanno oltre i due anni, in alcuni casi (Uneba) si arriva a superare i tre anni.
Contro ogni logica e ogni regola. Come se lo Stato avesse deciso di applicare arbitrariamente regole altre dalle leggi e dai bilanci. Numeri che fanno paura, in un territorio con una fragilità sociale di queste dimensioni. Sono circa 20mila gli utenti che rischiano di perdere l’assistenza; mentre il numero di operatori sociali che, nonostante la situazione, hanno continuato a lavorare anche senza percepire lo stipendio e il cui posto di lavoro è in pericolo si aggira tra i 7 e i 9mila.
Alcune strutture sono già state chiuse. Tra queste: la comunità per sieropositivi e malati di Aids Masseria Raucci gestita dalla cooperativa Il Millepiedi perché i fondi che dovrebbero essere vincolati a questo progetto sono stati invece bloccati dalle Asl. Aziende sanitarie locali, come vediamo più avanti, che spesso agiscono con un livello di autonomia sorprendente. E poi la presa in giro (come altrimenti definirla?) dello stanziamento regionale per la creazione di nuove associazioni (mentre altre chiudono e saltano o resistono rivolgendosi al settore priv to per erogare servizi che lo Stato non vuole o non può erogare ai cittadini). Associazioni, sarà un caso, direttamente collegate alla Curia di Napoli. E chi s’è visto s’è visto. “Cornuti e mazziati” i cittadini che perdono servizi mentre si finanziano progetti porporati per il restauro dei liuti e il ritorno della tradizione musicale napoletana. Mentre a Barra i cittadini in festa inneggiano al boss locale, chiedono lavoro e protezione.
LA NUOVA BALENA BIANCA
Nuovi potenti in Regione e nuovi favori da restituire, fondi da erogare, clientele da garantire. Anche se, ripetiamo, porporate? Viste le decisioni della giunta Caldoro cosa si potrebbe pensare? “Stanno sperimentando la nuova Balena bianca e sembra più vorace della prima”, si lascia sfuggire un operatore sociale che da anni è impegnato in prima linea per fare la differenza in terra di camorra. E un altro sembra ancora più realistico. “Non prendiamoci in giro, sanità e welfare sono in mano all’ex sottosegretario Cosentino. È lui l’uomo potente, quello che disfa e decide in Regione. Caldoro non conta nulla”.
Sì, proprio lui, il golden boy della politica da quel di Casal di Principe, eletto a soli 19 anni come consigliere nel suo comune natale, passando l’anno successivo alla provincia fino ad arrivare nel governo con Berlusconi e poi costretto a dimettersi dopo la richiesta di custodia cautelare nei suoi confronti giunta in parlamento per l’accusa di concorso esterno nei confronti della camorra. Dimesso, dal governo, tornato a casa a governare? Così si dice, così sembra. Anche se non con l’opposizione interna al suo schieramento, con chi in sua assenza ha occupato alcuni spazi. Come ci ricorda Ciccio Petraglia, segretario generale della Fp Cgil Campania, “il ruolo di Cosentino è forte ma la situazione è ancora fluida e non sono ancora nitidi gli schieramenti”.
“È tutto il sistema a essere entrato in crisi – prosegue – e la situazione peggiora di giorno in giorno. Le ricadute occupazionali, con le cooperative che chiudono e senza nessuna vera alternativa a prenderne il posto, sono drammatiche. E non parliamo di piccole cooperative senza controlli, ma di consorzi grandi e con controlli di qualità elevati. Dove, in qualche modo, è possibile intervenire per la tutela dei lavoratori. La situazione è grave lì, figuriamoci all’interno di piccole strutture in cui le tutele non ci sono e l’intermediazione è affidata solo ai titolari delle società”.
Ma c’è una risposta a questa crisi? Un tentativo di prendere misure capaci almeno di tamponare il crollo di un sistema che, pur davanti a alcuni nodi di clientelismo, aveva comunque retto? Lo sconforto del sindacalista è evidente. “Non sembra proprio, anche davanti all’evidenza della mancanza di controlli sulla qualità. Questo settore sta diventando residuale, ormai. Anzi lo è già”. Nel casertano, poi, la situazione diventa ancora più complessa davanti alla presenza del potere criminale assoluto dei casalesi che si somma a tagli, sperperi e alla “scomparsa” dei fondi destinati al welfare territoriale.
SE UN BENE E' CONFISCATO
“Ti racconto una cosa molto semplice ed evidente – spiega Peppe Pagano, presidente della cooperativa Agropoli di San Cipriano D’Aversa che si occupa di psichiatria sul modello basagliano –. Fino a quando non ci siamo avvicinati ai beni confiscati ai casalesi, e svolgevamo la nostra attività fuori da un contesto esplicito di ‘trasformazione simbolico sociale’, nessuno ci dava fastidio. Certo, i problemi immensi che si possono incontrare avendo a che fare con il sistema socio-sanitario di una regione come la Campania. Ma hanno cominciato a metterci davvero i bastoni fra le ruote, a tagliare progetti e finanziamenti (già difficilissimi), quando ci hanno affidato un bene confiscato”.
Perché la mafia, qui e ovunque operi, non può permettere che vengano toccati i simboli ‘fisici’ del propriopotere. E quindi si attacca il settore, si impone una scelta alle amministrazioni con cui si interloquisce quotidianamente (ce lo racconta la cronaca giudiziaria di ogni giorno) e “si liquida il sistema di welfare sociale e territoriale trasferendo tutto sul terreno dell’emergenza e del settore privato dove è molto più facile, per le aziende camorristiche, accedere a fondo e appalti”. Nella terra dei fuochi, dove anche la salute mentale è un business per la camorra come la monnezza che uccide un intero popolo.