Uno studio presentato alla Commissione Politiche del Lavoro e Sistemi Produttivi del Cnel: la differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia si attesta tra il 10 e il 18%. "Non è più possibile sprecare una forza lavoro qualificata e produttiva"
Il solito tetto di cristallo, immutabile, resistente, spesso poco evidente ma implacabile. E' quello che sul lavoro divide gli uomini dalle donne. A svelarlo, stavolta, è una ricerca curata dall'Isfol e presentata stamani (4 ottobre) al convegno della II Commissione Politiche del Lavoro e Sistemi Produttivi del Cnel.
Secondo lo studio, a parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia si attesta tra il 10 e il 18 per cento "ed è dovuta interamente a fenomeni di discriminazione".
Dalla ricerca, condotta su 10mila lavoratori e lavoratrici italiane, emerge che il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario dei soli lavoratori dipendenti è pari in media a 7,2 punti percentuali.
Il gap retributivo per le lavoratrici dipendenti risulta particolarmente elevato in alcuni ambiti: tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il 20 per cento e si mantiene oltre il 15 per cento per chi possiede la licenza media. Ne soffrono sia le giovanissime (8,3 per cento di penalizzazione rispetto ai coetanei) che le lavoratrici adulte (12,1 per cento), mentre è più contenuto nella fascia di età compresa tra 30 e 39 anni (3,2 per cento).
La forbice retributiva di genere appare meno pronunciata nel Sud mentre, in termini di caratteristiche dell'occupazione, si rileva una marcata differenza di genere nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6 per cento), degli impiegati (15,6 per cento), dei legislatori, dirigenti ed imprenditori (13,4 per cento).
Particolarmente elevata è anche la penalizzazione delle donne impiegate in professioni non qualificate rispetto ai loro omologhi di sesso maschile (17,5 per cento). In termini settoriali, si registra una forte differenza nelle retribuzioni medie orarie di uomini e donne impiegati nei servizi finanziari e quelli alle imprese (rispettivamente 22,4 per cento e 26,1 per cento), nell'Istruzione e nella Sanità (21,6 per cento), nella manifattura (18,4 per cento).
Per il Cnel "non è più possibile sprecare una forza lavoro qualificata e potenzialmente molto produttiva come quella femminile". "La mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa e limita le loro opportunità di carriera. Discriminazioni inaccettabili - conclude il Cnel - alla luce del fatto che le donne possiedono requisiti di formazione e di esperienza analoghi se non superiori a quelli degli uomini".