Edoardo Salvucci socchiude gli occhi. La tensione che gli irrigidisce il collo si allenta. Si abbandona al poggiatesta con un sospiro che non cancella le rughe verticali, tagli profondi, all’attaccatura delle sopracciglia DI MARIA PAOLA COLOMBO
...
Gli piace farsi fare le mani. Ascolta il respiro di Adele indaffarata a limare, curva sullo sgabellino. Se ora Edoardo aprisse gli occhi, le vedrebbe la scriminatura centrale, bianco pelle, che divide in due bande i capelli neri. Le vedrebbe il solco umido tra i grossi seni, che il respiro solleva e abbassa. Abbassa e solleva. Il ritmo del lavoro, concentrato ed esatto: le dita di Adele agili, inaspettatamente sottili per appartenere a quel corpo formoso.
Ogni tanto viene un rumore di plastica, di metallo: quando Adele ripone o piglia dal carrellino una lima, una forbicina, uno scovolino.
Edoardo Salvucci pensa che le mani siano importanti: un biglietto da visita. E non è dunque una civetteria la sua, una qualche concessione alla frivolezza femminile, ma una necessità relazionale. Le mani di Edoardo Salvucci sono due animali, possenti. Virili. Sul dorso abbronzato aggetta l’incisione di vene grosse, pulsanti. Sono mani da combattimento, capaci di districarsi dalla selva di altre mani protese, di suggellare con una stretta patti importanti, alleanze politiche, di arrampicare il futuro, roccia a roccia.
Con decisione, ed eleganza.
Ahi –
Mi scusi, dottore – .
Edoardo tiene la busta nella tasca della camicia, sopra il cuore. È un giorno di luglio asciutto, radioso. La porta di casa è aperta. È sempre aperta, anche di notte, se non è lui a passare per dare un giro di chiave.
Sua madre sta impastando, con le braccia fino ai gomiti nella bacinella di plastica del bucato. Lina, quando fa la pizza, la fa per tutta la palazzina.
Dov’è papà? –
Sua madre rovescia gli occhi al cielo, poi ride scoprendo la gola sudata. Chi lo sa dov’è suo marito. Magari al cinema dell’oratorio dove monta le pizze dei film, magari giù in garage ad aggiustare una bicicletta, magari a casa di qualcuno che ha un rubinetto che perde, o un muro da tirare sù o tirare giù. Il suo uomo ha un ballo di San Vito che non gli riesce di tenere ferme le mani.
Sempre deve fare qualcosa. Come non gli bastasse il turno alla fabbrica a sbullonare, avvitare, sollevare pesi. Soltanto la sera, all’ora di cena, quando i piatti sono svuotati, suo marito si ferma un istante. Dopo aver fumato una delle sue nazionali senza filtro.
Cinque minuti con le mani poggiate alla tovaglia, quella sinistra a cui manca una falange del medio masticata da un ingranaggio e quella destra: tutte e due quiete, addormentate, con il nero del lavoro tatuato nei calli, nelle pieghe, inespugnabile a qualsiasi sapone o sgrassatore.
Ho preso la paga – dice Edoardo.
Sua madre solleva le mani dal catino, da cui penzolano brandelli di impasto.
Vieni qua. Un uomo – la voce è gonfia di orgoglio, rotta di commozione. Ma non è che sia un fatto notevole: sua madre si emoziona per tutto. Piange per il bambino di una vicina che nasce, quando qualcuno si sposa, e ovviamente ai funerali, pure quelli degli sconosciuti – Un uomo: ecco cosa sei!
Lina avanza, le mani protese all’esterno perdono farina. Lo stesso lo vuole baciare.
Non mi chiedi quant’è? –
Quant’è? –
Centonovantamila lire –
No! –
Sì –
Ma ci deve essere un errore – sua madre scuote la testa, e spinge affondando nuovamente nell’impasto – È troppo.
Sua madre è quella che a casa tiene i conti, entrate e uscite. Edoardo pensa con orgoglio alla pagina su cui Lina annoterà il suo primo stipendio, con la calligrafia chiara e aguzza. Una pagina nuova per l’economia piccola della sua famiglia: due genitori operai, figli di contadini. E ora è la volta sua: ragioniere, diplomato. Contabile nella divisione alimentare di una multinazionale. Ed è solo l’inizio.
“That’s one small step for a man, one giant leap for mankind”, ha dichiarato Neil Armstrong in diretta mondiale, qualche sera prima. Edoardo scende i quattro piani di scale, saltando a tre a tre i gradini. Scende con la foga di chi sale.
Papà –
Edoardo ha ruotato in sù la testa. Il padre è arrampicato in cima alla scala, sta svitando una lampadina. Le braccia tese al soffitto, la canottiera incollata alla schiena magra.
Edoardo – il padre ha abbassato le braccia e lo sguardo –. Ma non hai caldo con la camicia?
Edoardo solleva le spalle. Sorride.
Scendi – dice al padre.
Un minuto e ho finito – da una tasca sfila la lampadina nuova, con i fili che tremano dentro la testa di vetro, intatti. L’avvita – Prova un po’.
Edoardo preme l’interruttore. La luce s’accende, senza enfasi, nella prima sera ancora colma di luce naturale. Sono le ultime giornate lunghe.
Fatto – Angelo Salvucci scende, chiude la scala e l’appoggia al muro della rimessa in uno spazio libero tra le scaffalature di ferro – È già ora di cena?
Questo è il suo regno. A volte si dimentica l’ora e la fame, e Lina lo manda a chiamare.
Non ancora – Edoardo sfila dal taschino della camicia la busta – Ho preso la paga.
Bravo –
Guarda –
Suo padre si passa le mani aperte sulle cosce, per levarsi il sudore e la polvere. Afferra il foglio tra pollice e indice. Strizza gli occhi.
Ma per un mese soltanto? – domanda.
Sì – Edoardo raddrizza la schiena, solleva il mento.
Angelo si stringe nelle spalle. La faccia si chiude come un pugno, si apre.
Suo figlio fa un lavoro di concetto. Un lavoro con la camicia. Per questo l’ha fatto studiare. Ne è orgoglioso, certo. Come potrebbe non esserlo? E allo stesso tempo travalica il limite della sua comprensione: come possa essere che alla prima paga prenda più di lui che è vent’anni che si spacca la schiena in reparto.
Edoardo –
Dimmi –
Ma mi dici bene cos’è che fai –
Lavoro nell’ufficio fornitori –
Sì, ma che lavoro è? – Angelo guarda le mani di suo figlio, due mani più grandi delle sue. Edoardo è più alto, di spalle più larghe. Come tanti figli di altri operai. Una generazione nuova, alimentata meglio.
Te l’ho già detto – dice suo figlio senza spazientirsi, con un sorriso –. Faccio più o meno quello che fa la mamma con i conti di casa.
Quindi scrivi numeri –
Più o meno –
Angelo continua a fissargli le mani: le mani di suo figlio così grandi, così bianche.
Allora gli tornano in mente le mani di suo padre, le dita come salsicce di muscolo, avvinghiate al manico del forcone di ferro. Al posto del forcone, a lui, Angelo, è toccato il peso alleggerito di una chiave a stella. E ora, a suo figlio, la levità di un lapis, di una biro. Che ne sarà dei suoi nipoti? Avranno mani immense per sostenere il nulla?
Mi raccomando – dice Angelo.
Edoardo lo guarda stupito, incerto.
Vieni qui – suo padre lo attira a sé, lo abbraccia con una forza radiante. Edoardo si lascia andare, petto contro petto. Stringe quella schiena magra. Gli sale un groppo nella gola, e non sa perché. Quell’uomo piccolo di statura, senza culo che se non mette la cintura non gli stanno su i calzoni, quell’uomo immenso di cuore: quello è suo padre. Ed Edoardo lo abbraccia, come potesse perderlo tra un istante. Come fosse già quel giorno. Invece mancano ancora cinque anni, e molte nazionali senza filtro.
Dottore – Cinzia ha bussato lievemente con le nocche, prima di socchiudere la porta.
Sono arrivati? –
Edoardo Salvucci ha sollevato lo sguardo dai fogli al telaio della porta, dove la sua segretaria personale lo attende, in piedi, stringendo al petto piatto un plico di documenti.
Sì, tutti –
Li ha fatti accomodare? –
Nella sala al quarto piano –
Bene –
Cinzia resta lì, lo fissa con gli occhi enormi, verdi e nudi di trucco, dietro la montatura nera in acetato di cellulosa. Ha venticinque anni. Potrebbe essere sua figlia. Ha stampato il documento in cinque copie, l’ha rilegato. Sa cosa contiene. Ne soffre. A vent’anni si soffre di queste cose.
C’è altro? – la interroga.
Mi dispiace – Cinzia l’ha detto. Ora guarda il suo capo.
Edoardo Salvucci fa un sospiro. S’alza. È un uomo carismatico. Cinzia non potrebbe dire che sia bello in senso stretto. Ma ha qualcosa nel modo di muoversi, di parlare, di usare le mani, un’energia densa, tangibile. L’onda di calore di lui che si avvicina, attraversando l’ufficio, le fa tremare le ciglia.
Anche a me – le dice, quando sono così vicini che lei sente le parole come uno spostamento d’aria sulla faccia –, andiamo.
Cinzia lo precede nel corridoio. Pigia il bottone dell’ascensore.
La salita è un vuoto pneumatico. Sul pianerottolo, da dietro la porta in cristallo, Edoardo Salvucci vede i quattro in giacca e cravatta che scartabellano un plico identico a quello che Cinzia stringe al petto. Sfogliano per ingannare l’attesa. Il contenuto è stato già ampiamente dibattuto. Questa di oggi è una pura formalità. Cinque firme, e un giro di champagne.
Edoardo Salvucci inspira, espira. Entra.
Mani. Strette. Sorrisi.
Procediamo –
Procediamo –
Milano, addì venti luglio duemila nove – Edoardo Salvucci scandisce nel silenzio che fruscia di fogli. Quarant’anni fa il primo uomo passeggiava sulla luna, annota mentalmente.
Il documento è costituito da una quindicina di pagine. Il dottor Salvucci lo legge tutto d’un fiato. Si ferma per bere un sorso d’acqua tra le prima sezione “Delocalizzazione unità produttiva”, e la seconda “Cassa integrazione straordinaria”.
È tutto chiaro? – domanda alla fine.
D’improvviso gli viene in mente suo padre. Come glielo spiegherebbe a lui? D’altronde non si può fare diversamente. Per rimanere competitivi. Non c’è alternativa alla chiusura dello stabilimento italiano. Che sono poi solo trecento dipendenti. Per il bene del gruppo, che è fatto di quasi duemila persone.
Salvucci – il plico ha fatto il giro del tavolo. Quattro firme a inchiostro nero. E lo spazio per la quinta: tocca a lui.
Salvucci impugna la MontBlanc che l’ingegner Lunati gli sta porgendo. La stringe tra pollice e indice. Trecento con il nero del lavoro tatuato nei calli.
Dottore – Cinzia gli poggia una mano sulla spalla – Dottore, sta sanguinando.
Edoardo Salvucci si guarda la mano. Da una pellicina sollevata alla base dell’ovale perfetto dell’unghia, si stacca un filo rosso che si fa sbafo di ruggine sulla carta.
Scusatemi –
Seicento mani, come quelle di suo padre.