L’altalena delle Borse fa spendere parole e titoli in abbondanza. E chi legge ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte a una forma di letteratura fantastica, la cui dolente conseguenza è che ha ricadute pesanti su ognuno di noi
L’altalena delle Borse fa spendere parole e titoli in abbondanza. E chi legge ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte a una forma di letteratura fantastica, la cui dolente conseguenza è che ha ricadute pesanti su ognuno di noi, nell’organizzazione della vita quotidiana e concreta. In più, si genera una specie di ansia esistenziale perché, da parte di chi subisce, non si ha alcun modo di controllare ciò che succede.
E chi subisce non è soltanto il giocatore di Borsa, ma chiunque abbia a che vedere con la credibilità dello stato delle cose: tutti noi.
Una democrazia stranita, in potere di speculatori e agenzie intorno ai quali si sprecano analisi e commenti e invettive che credono di sapere come stanno le cose ma sono smentiti in poche ore; e alcuni che forse sanno la verità della questione ma la proteggono dai molti, come i sacerdoti antichi tutelavano l’essenza delle divinità inventando apologhi a uso dei non iniziati senza mai farli partecipi di nulla.
C’è una frase semplice nell’intenso, bellissimo film che qualche anno fa (2004) Robert Guédiguian ha dedicato all’ultimo scorcio di vita di François Mitterrand,
Le Passeggiate al Campo di Marte. Con la lucidità e il distacco non immune da disprezzo di coloro che hanno vissuto il potere della politica con passione e compromissione e vanno distaccandosene per il correre del tempo e degli eventi (si veda anche il denso, problematico testo teatrale dedicato agli ultimi giorni di Craxi da Vitaliano Trevisan,
Una notte in Tunisia), a un certo punto Mitterrand osserva, come una constatazione piuttosto che come una previsione:
sta per arrivare il momento in cui pochi uomini in pochi minuti potranno distruggere il lavoro di molti anni di molti uomini.
La semplicità tocca con mano questa ingiustizia della storia. Soprattutto perché nulla autorizza che le cose debbano svolgersi in questo modo. Nella sofisticata e astratta civiltà che viviamo la legge della sopraffazione è tornata sotto forme invisibili ma non per questo meno selvagge, quali che ne siano le giustificazioni e le spiegazioni. Se ci fosse politica, rimediare a ciò – riportando la nobiltà del lavoro al posto giusto – sarebbe il primo compito.