Presto il giudice si esprime sulla richiesta di concordato preventivo. L'alternativa è il fallimento e la chiusura di un'esperienza industriale fondamentale per la provincia di Frosinone. Cgil: "Sbarrare strada a speculatori" DI TARCISIO TARQUINI
Il lungo silenzio estivo sulla sorte della VDC Technologies di Anagni sta per finire. Presto si dovrebbero conoscere le prime mosse del giudice che sta esaminando la richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo presentata dall’azienda al tribunale di Frosinone lo scorso 26 luglio. Non si tratterà di un esame semplice e probabilmente passerà ancora del tempo prima che le diverse fasi previste dall’iter possano completarsi. Il punto più delicato, da cui dipende se si andrà avanti o, invece, ci si dovrà fermare rendendo pressoché inevitabile la strada del fallimento, è quello riguardante la
quantificazione del debito riconosciuto dall’impresa, appartenente al gruppo multinazionale Videocon della famiglia indiana dei Dooth, ai suoi creditori e alla proposta di transazione che a essi verrà presentata.
Se la maggioranza di loro (sentiti formalmente in un’assemblea in cui ogni testa vale un voto) accetterà, il concordato preventivo sarà omologato;
se non andrà in questo modo resterà solo la strada della procedura fallimentare, con la parola fine a chiudere un’esperienza industriale e produttiva che ha caratterizzato per vari decenni l’economia e la vita sociale della provincia di Frosinone.
Sono comprensibili, perciò, il
clima di preoccupazione che si respira tra lavoratori e sindacati e le mille illazioni che si fanno sulla volontà reale dell’azienda di cercare una composizione ragionevole dei tanti contenziosi aperti. Il timore più diffuso è che la proposta di copertura dei debiti sia tale da non incontrare il favore dei creditori, rendendo per loro poco rilevante se si debba arrivare al concordato o al fallimento: un conto – si dice – sarebbe proporre un taglio del debito del cinquanta per cento e un conto sarebbe dichiararsi disposti ad accollarsene solo il cinque.
L’attesa non andrà per le lunghe. Le carte saranno presto scoperte. Il giudice dovrà formare, infatti, un comitato dei creditori ai quali comunicherà le proposte avanzate dal liquidatore dell’azienda, e di questo comitato (che è una sorta di consulente informale del magistrato) faranno sicuramente parte i rappresentanti dei lavoratori, chiamati a sorvegliare che i crediti da lavoro, che godono – come è noto – di una priorità garantita dalla legge, trovino una soddisfacente copertura.
Il debito complessivo viene stimato intorno ai 140 milioni di euro (più della metà di spettanza dei creditori chirografari), non si sa quanto sia disposta a coprirne l’azienda. E soprattutto quanto sia in grado sul serio di pagare. Una delle ipotesi che circola, per esempio, è che la passività costituita dal trattamento di fine rapporto sia assorbita dall’impresa che, nell’ambito del concordato, è previsto debba rilevare un ramo di attività con la conseguente assunzione, nell’arco di cinque anni, di gran parte dei lavoratori lasciati “liberi” dalla società cedente.
E qui, davvero, si arriva al nodo che interessa di più il sindacato. “Tutto questo – si chiede infatti, ragionando con rassegna.it, Silvio Campoli, il segretario della Filctem di Frosinone che è uno dei veterani di questa lunga e tesa vertenza – servirà per continuare l’attività produttiva? Perché la questione che a noi interessa non sono le eventuali furbizie della proprietà indiana per andarsene al minor costo possibile, ma le
prospettive positive o
negative che da questa fuga si possono aprire per i lavoratori e per tutto il sistema produttivo dell’area”.
Il gruppo che da tempo si è fatto avanti,
SSIM, è una società slovacca che da venti anni opera nel settore del commercio dell’acciaio e ha già acquisito, per conto di altri, siti dismessi.
Sembrerebbe, perciò, un soggetto interessato più a operazioni di compravendita che a investimenti produttivi. Il gruppo ha però presentato al ministero dello sviluppo, nel maggio del 2010 (quando ancora si riteneva che il passaggio dal vecchio al nuovo proprietario potesse attuarsi attraverso una semplice ristrutturazione del debito della VDC, in maniera più morbida, dunque, di quella determinata dalla procedura di concordato), un piano industriale assai ambizioso. Prevede, infatti, la costruzione di generatori eolici di medie dimensioni, la produzione di tegole fotovoltaiche e, da subito ma con una diminuzione progressiva di importanza legata al crescere dei primi due filoni di business, l’assemblaggio di televisori a cristalli liquidi.
L’impresa slovacca promette di rioccupare, alla fine del percorso, i due terzi degli attuali occupati. Il piano è stato riconfermato all’inizio di questa estate, quando VDC e SSIM hanno sottoscritto una sorta di preliminare di cessione, condizionato all’esito della richiesta di concordato preventivo, con il quale il gruppo candidato a subentrare si è impegnato, oltre che alla rilevazione dello stabilimento industriale e dei macchinari, a far fronte ad alcuni debiti, a cominciare da quelli verso i dipendenti.
Come si vede, tutto è appeso a questa vendita: la continuità industriale, il destino dei lavoratori, le spettanze dovute ai creditori. Non c’è dubbio che l’eolico e il fotovoltaico fatti in casa possano essere un’opportunità del futuro, ma, si preoccupa Campoli,
“si è perso troppo tempo, altri soggetti si fanno avanti e il momento buono potrebbe passare”. E, comunque, prima c’è da evitare che, nei meandri della lunga procedura che si è appena avviata, vada perso l’obiettivo di garantire una seria prospettiva industriale. Bisogna, perciò, impedire che si aprano spazi per chi continua a pensare a un uso diverso dell’area che, ricca dei suoi 170 mila metri quadrati di terreni di cui 70 mila coperti dallo stabilimento, situati a pochi minuti dall’uscita autostradale, può sempre tentare gli appetiti speculativi di chi in queste situazioni si cala con la spregiudicatezza del predone.