Hidroaysén, il complesso idroelettrico progettato da Enel Endesa insieme a Colbún, fortemente osteggiato per i danni che produrrebbe nell’ecosistema di una delle aree più belle della Patagonia DI SOLEDAD BRAVO
’Italia ha deciso due mesi fa, con un referendum, se affidare al pubblico o al privato la gestione dell’acqua. Questo “privilegio” democratico non era ovviamente possibile nel Cile della dittatura e negli anni di Pinochet la gestione dell’acqua è passata quasi del tutto al privato. In sintonia con una normativa rimasta in piedi anche dopo il ritorno alla democrazia, nel 2008 la transnazionale italiana Enel Endesa – insieme alla cilena Colbún – è stata autorizzata ad avviare i lavori di un grande complesso idroelettrico, Hidroaysén, dal nome della regione in cui dovrebbe vedere la luce, Aysén, uno dei luoghi più belli della Patagonia.
L’opera, che prevede la costruzione di cinque dighe – e cinque centrali – sui fiumi Pascua a Baker, costerà 3.200.000 dollari e avrà una potenza complessiva di 2.700 Mgw. Una volta realizzata, partirà dalle centrali la linea di trasmissione ad alta tensione più lunga del mondo, 2.300 Km, che passando per Santiago arriverà sino alle aree minerarie del nord e, si dice, dovrebbe essere possibile vendere anche energia all’estero.
Nel 2007, con la visita in Cile dell’allora presidente del consiglio Prodi, l’interesse del governo italiano e di molti rappresentanti del mondo imprenditoriale a realizzare investimenti energetici nelle regioni australi del Sud America era manifesto.
In Cile quest’interesse era diretto alla realizzazione d’indagini congiunte per lo sfruttamento del potenziale geotermico. I due paesi possiedono caratteristiche geologiche simili e questo sembrava aver reso attraenti le ricerche e gli investimenti intorno alla geotermia: l’inizio di una collaborazione della quale in quel periodo si parlò molto e bene, perché premessa di una politica energetica alternativa di cui, si pensava, sia l’Italia che il Cile avrebbero beneficiato.
Dopo quell’evento c’è stato invece Hidroaysén e, con questo progetto, la nascita di un movimento che ha messo in luce i danni derivanti dall’eventuale realizzazione delle centrali. Tre, essenzialmente, le ragioni contrarie all’opera.
La prima è che le centrali verrebbero localizzate in una regione in cui si concentra una delle riserve d’acqua più estese e pure del mondo, mettendola a rischio, e che minerebbero, insieme all’ecosistema e alla catena delle biodiversità esistenti, anche la sopravvivenza economica delle migliaia di agricoltori sparsi nel territorio. Come non bastasse, gli impianti sarebbero collegati ad alcuni progetti di sfruttamento minierario altamente inquinanti.
La seconda obiezione è che l’opera ritarderebbe diversi progetti di energia alternativa su cui, per ragioni ambientali ed economiche, sarebbe conveniente puntare (prodotti a cui peraltro Enel guarda con grande interesse).
Oltre a questa considerazione, recenti ricerche dimostrano che, malgrado la crescita conosciuta dal paese negli ultimi anni, in Cile la domanda energetica ha subito un rallentamento. C’è un divario, in realtà, tra i fabbisogni energetici cileni e gli interessi specifici della transnazionale energetica e delle aziende estrattive.
Il terzo motivo di contestazione è l’ipotesi che dietro la scelta di Hidroaysén ci siano state forti pressioni lobbistiche, un conflitto d’interesse del governo ed episodi di corruzione amministrativa, ciò che ha fatto crescere la protesta intorno al progetto. L’accusa è anche di voler comprare le comunità locali, parlando di “benefici” collegati all’opera.
Sorprende l’insensibilità mostrata dai vertici politici e aziendali, l’insistenza con cui ci si è accaniti a portare avanti misure dannose e impopolari, rifiutando ogni possibile mediazione e l’esplorazione di strade alternative. Un segno della volontà di imporre interessi economici particolari alle reali necessità d’un paese.
La polemica su Hidroaysén si somma in Cile a una serie di gravi conflitti economici e politici (come la crisi dell’istruzione) maturati dopo il ritorno alla democrazia e che sono intimamente collegati al modello neoliberista di sviluppo. La discussione che oggi si è aperta intorno alla formazione di un’assemblea costituente è anch’essa un aspetto di questa crisi.
Intanto, per ritornare a Hidroaysén, la Corte d’appello di Puerto Montt, capitale della regione di Los Lagos, ha sospeso in giugno il controverso progetto. Il tribunale ha accettato di esaminare tre ricorsi contro l’avvio dei lavori, deciso in maggio dalla Commissione di valutazione ambientale dell’Aysén. Per il giudizio sui ricorsi – presentati dai senatori Antonio Horvath Kiss e Guido Girardi Lavín (presidente della Camera alta), dai deputati Patricio Vallespin ed Enrique Acorssi, insieme a diverse organizzazioni ambientaliste – potrebbe essere necessario anche un anno.
Ma il timore, in ogni caso, è che alla fine venga dato il via libera.