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Amministrative e referendum: il protagonismo dei movimenti

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In Italia le nuove aggregazioni sociali stanno dimostrando una grande maturità. Con le ultime tornate elettorali hanno portato proposte concrete che vanno oltre la semplice indignazione DI ANGELO MASTRANDREA

di Angelo Mastrandrea

Amministrative e referendum: il protagonismo dei movimenti
Dovessero chiederci dove si annida la speranza di una nuova stagione politica in Italia, potremmo immortalarla in tre istantanee che la ritraggono con esattezza: i successi elettorali di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, la vittoria ai referendum su legittimo impedimento, nucleare e soprattutto acqua pubblica; e, infine, l’estate romana del Teatro Valle, occupato lavoratori, artisti e precari del mondo della cultura. Bisogna guardarle bene, queste istantanee, scrutarne i particolari, per andare oltre la retorica degli indignados che accomuna il malcontento sociale di mezza Europa e comprenderne l’originalità e il potenziale di cambiamento. È necessario scegliere anche la fotografia giusta, quella che non mostra solo la superficie degli eventi ma ne svela i particolari.

Partiamo da Milano e Napoli. Quello che è accaduto è arcinoto: due outsider della sinistra, dalle storie personali molto diverse fra loro, trionfano nella “capitale morale” ed economica d’Italia e nella città con più problemi economici, sociali e di criminalità dell’intero paese. La prima nelle mani della destra da Tangentopoli a oggi, la seconda consegnata alla sinistra dall’inizio della Seconda Repubblica e finita nella spazzatura dopo un breve rinascimento alla metà degli anni Novanta.

Ma cosa si è mosso dietro l’indubbia forza di attrazione dei due personaggi in questione? Un incredibile tessuto sociale, a Milano, composto dell’associazionismo cittadino cattolico e laico unito dalle battaglie contro le politiche securitarie della precedente amministrazione nei confronti di immigrati e rom, da centri sociali come il Leoncavallo ma anche da tante reti informali coalizzatesi per l’obiettivo elettorale e animate dai cosiddetti “lavoratori autonomi di seconda generazione”, professionisti non protetti da nessun albo e raramente iscritti a un sindacato, gente che lavora nel mondo dell’editoria come in quello della pubblicità o più in generale della conoscenza.

Un movimentismo più radicale, a Napoli, cementato dalle manifestazioni contro le discariche e per il lavoro, ed entrato direttamente nell’amministrazione, in opposizione ai partiti della sinistra tradizionale. “Ridurre il successo partenopeo al solo carisma di De Magistris è un errore. Oggi raccogliamo i frutti di anni di lavoro sul territorio”, spiega Alberto Lucarelli, professore universitario a Napoli e Parigi, primo assessore d’Italia ai Beni comuni. Veniamo così alla seconda istantanea, quella dei referendum. Anche qui i fatti sono più che noti: dopo un quindicennio di quorum mancati, tre quesiti proposti dall’Italia dei valori (quelli su legittimo impedimento e nucleare) e da un Forum per l’acqua pubblica (quello contro le privatizzazioni) trascinano una grande maggioranza di italiani a dire no alla costruzione di nuove centrali atomiche, alla svendita ai privati delle risorse idriche, alle leggi ad personam.

Ancora una volta tutto ciò è avvenuto tra lo scetticismo, e in qualche caso l’aperta opposizione, di una parte della sinistra. Ancora una volta c’è da chiedersi come sia potuto accadere e cosa si cela dietro a un voto che rappresenta un vero e proprio terremoto culturale per l’Italia e un possibile modello per l’intero continente. “È stata la nostra primavera”, hanno proclamato entusiasti i promotori, facendo esplicito riferimento al “vento nuovo” che spira dai paesi del Maghreb. La via referendaria a una rivoluzione democratica in un paese, l’Italia, che di populismo, autoritarismo, di scorciatoie demagogiche e forzature delle regole vive dalla discesa in campo di Berlusconi.

Non meno che a Napoli e Milano, al di là dell’indubbio effetto sul voto di Fukushima e dell’antiberlusconismo, anche in questo caso la vittoria ha dei padri nobili. Sono il gruppetto di intellettuali che hanno posto le basi teoriche e giuridiche che prefigurano una fuoriuscita praticabile da vent’anni di liberismo e privatizzazioni (su tutti Stefano Rodotà); e con loro le centinaia di comitati locali che hanno fatto arrivare questa nuova idea di riorganizzazione dei beni comuni in ogni angolo d’Italia. Un esempio su tutti: la marcia che ha attraversato i monti della Sila, in Calabria, alla vigilia del voto.

Arriviamo infine alla terza istantanea. L’occupazione di un teatro, avvenuta in un giorno di inizio estate, sarebbe da rubricare tra le tante proteste di questa stagione (dagli immigrati arrampicati sulle gru per i permessi di soggiorno ai ricercatori sui tetti delle facoltà universitarie), se non fosse portatrice anch’essa di un progetto politico più generale. Riassumiamo innanzitutto i fatti: i lavoratori dello spettacolo di uno storico teatro, il Valle, nel pieno centro di Roma, occupano l’edificio contro la mancanza di garanzie sulla progettazione artistica e sulla loro copertura finanziaria. Nel giro di pochi giorni al Valle cominciano ad affluire artisti e attori cinematografici. Poi si uniscono i lavoratori dei musei, giovani giornalisti free lance che non riescono ad avere un contratto, gli scrittori autodefinitisi della generazione T/Q, cioè tra i trenta e i quarant’anni, studenti e ricercatori universitari. Il teatro occupato si trasforma in un’assemblea permanente di performance e accesi dibattiti tra mondi e condizioni lavorative, che non si erano finora mai incrociati.

Ne nasce una proposta concreta e realizzabile, anche in questo caso fuori sia dalla logica spartitoria della politica che della gestione di mercato: far diventare un teatro che ha tre secoli di storia il Centro italiano per la nuova drammaturgia, un luogo di confronto e sperimentazione tra le diverse generazioni teatrali. Insomma, da un’autogestione potrebbe nascere un nuovo modello di gestione della cosa pubblica. Eccoli qui, guardando tra le pieghe del disfacimento del berlusconismo, i germi di una nuova stagione politica in Italia, con i movimenti sociali protagonisti attivi del cambiamento e che, facendosi portatori di proposte concrete ed entrando perfino direttamente nelle istituzioni, rinnovano queste ultime e la sinistra. Alla ricerca disperata di modelli e simboli in giro per l’Europa, potremmo non accorgerci di averli in casa, un passo oltre l’indignazione spagnola e la disperazione greca.



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TAGS amministrative movimenti referendum nucleare

25/07/2011 11:31

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