Olinda Slongo vive in una casetta operaia di mattoni rossi a Herstal, in provincia di Liegi, dal 1956. Ho scoperto la sua storia all’Atomium di Bruxelles, nell'estate del 2010, durante una mostra sull'immigrazione in Belgio DI FRANCESCA SPINELLI
Olinda Slongo vive in una casetta operaia di mattoni rossi a Herstal, in provincia di Liegi, dal 1956. Ho scoperto la sua storia all’Atomium di Bruxelles, nell’estate del 2010, in occasione di una grande mostra sull’immigrazione in Belgio chiamata, un po’ idillicamente,
be.Welcome. La prima volta che sono andata a trovarla mi ha offerto un caffè e ci siamo sedute nella piccola sala da pranzo dai mobili di legno scuro, rallegrata dai ritratti sorridenti dei suoi familiari: il figlio, i tre nipoti, i primi pronipoti. Olinda ha una voce pacata e rauca, come graffiata dagli anni. In un italiano d’altri tempi, inframmezzato di parole francesi e modulato dalla cadenza settentrionale, mi ha raccontato com’è finita qui.
Nel 1947, quand’era incinta di otto mesi, Olinda raggiunse il marito minatore in Belgio. Originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi, Olinda ed Eugenio partirono per sfuggire alla miseria del dopoguerra.
“Condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe”, strombazzavano i manifesti affissi in tutta la Penisola: salario allettante, assegni familiari, carbone gratuito, premio di natalità, biglietti ferroviari offerti... Era difficile resistere alla proposta, anche se quasi nessuno, tra chi si mise in viaggio, aveva mai visto una miniera.
Memoria e silenzio
Cominciata nell’Ottocento, aumentata tra i due conflitti mondiali ed esplosa nel secondo dopoguerra, l’emigrazione italiana verso le miniere del Belgio non può essere racchiusa in un’unica storia. Come ogni fenomeno esteso nel tempo e animato da una pluralità di attori, ha dato vita a una serie di versioni più o meno veritiere, di studi storici e testimonianze private, fredde statistiche e sofferenze rimosse. Alcuni fatti, però, sono certi.
Il “Protocollo italo-belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio” fu firmato a Roma il 20 giugno 1946. Tra il 1946 e il 1963 nelle miniere belghe morirono 867 italiani. A Marcinelle, l’8 agosto 1956, le vittime italiane furono 136. Il Belgio riconobbe la silicosi come malattia professionale solo nel 1963.
Accanto a questi e ad altri dati scorrono, s’intrecciano e a volte s’interrompono i tanti piani della memoria.
In molte famiglie la trasmissione dei ricordi legati a quegli anni di povertà e sfruttamento è stata sospesa. A lungo Olinda ha preferito non parlare, concentrandosi sul lavoro e sugli studi dei figli. Oggi, indicando un punto alle mie spalle, racconta:
“Lì c’era il letto dove dormiva mio marito, attaccato alla bombola di ossigeno”. Eugenio, infatti, si ammalò rapidamente di tubercolosi e silicosi. “Aveva anche il carbonchio, che venne pure a me”, ricorda Olinda. Lei, nel frattempo, aveva cominciato a lavorare nella fabbrica di armi Fn Herstal. Per anni dovette mantenere la famiglia, assistere il marito, occuparsi dei figli e della casa. “La gente mi criticava perché mi ostinavo a far studiare i figli, invece di mandarli a lavorare. Mi dicevano: ‘Vedrai che poi non ti guarderanno più’”. Nel 1967 Eugenio morì. Tre anni dopo la primogenita, Rosy, perse la vita in un incidente d’auto.
Le parole della miniera
Anche l’altro figlio, Lido, nato nel 1948 e oggi dirigente d’azienda, ha preferito mettere a tacere la memoria: “Ho voluto dimenticare per costruire altro.
Naturalmente i ricordi tornavano mio malgrado, ma a differenza di altri non mi sono interessato al tema dell’emigrazione italiana. E non ho parlato spesso ai miei figli di quel periodo”. Con il passare del tempo, però, capita che il meccanismo salti, o piuttosto s’inverta, e che a diventare impellente sia il bisogno di raccontare. Olinda ha cominciato a scrivere i suoi ricordi per i nipoti. Nata come testimonianza privata, nel 1996 la sua autobiografia è stata pubblicata con il titolo Et elle a voulu sa part, cette roche obscure (E ha voluto la sua parte, questa roccia scura). Oggi anche Lido sta pensando di scrivere le sue memorie, “ma solo per la mia famiglia”.
La “lingua della miniera”, come l’ha ribattezzata lo studioso Daniele Comberiati, è all’origine di vari testi autobiografici di immigrati di prima o seconda generazione, da Girolamo Santocono e Raul Rossetti – pubblicati anche in Italia – al sindacalista Eugène Mattiato. Per Eline Faoro, nipote di Olinda, le memorie di sua nonna sono state una lettura importante: “Di quel periodo sapevamo poco. Mia nonna a volte ci raccontava qualche aneddoto, ma è attraverso il suo libro che abbiamo scoperto tante cose. Ora, regalandolo agli amici, comincio a capire che non si tratta solo di una vicenda personale. Fa parte della storia del Belgio”.
A differenza di quanto è accaduto nella famiglia di Olinda, in quella di Hervé Guerrisi è stata la terza generazione a sbloccare gli ingranaggi della memoria. Come Olinda, la nonna di Hervé rimase vedova giovane: quando il nonno minatore morì, nel 1963, il padre di Hervé aveva solo sei anni. Al figlio avrebbe ripetuto spesso: “Ricordati che sei nipote di un minatore”. “Ma era una frase vuota”, spiega Hervé, che è attore e di recente ha tradotto, adattato e interpretato a Bruxelles Cìncali, il testo di Mario Perrotta e Nicola Bonazzi. “Nel 2006 ho intervistato mio padre. Lui è uno che parla sempre, costruisce teorie. Io, però, gli ho fatto delle domande precise: parlami di tua mamma, della tua infanzia.
Per la prima volta sono usciti i ricordi, le immagini. Mi ha parlato dei sacrifici di sua madre, della violenza del padre. È stato un momento molto forte”. Si era aperto quello che Hervé chiama “il cassetto emotivo” della memoria.
Hervé ha continuato la sua ricerca intervistando decine di persone, poi,
attraverso Ascanio Celestini, ha scoperto Cìncali, che parla proprio dell’esodo degli italiani verso le miniere belghe. “Dopo ogni rappresentazione le persone, soprattutto anziane, si avvicinavano per raccontarmi i loro ricordi. Ho capito che non sono io ad aver scelto questa storia. È come se avessi l’obbligo di fare quello che sto facendo”.
Mistificazioni
Raccogliendo le testimonianze orali degli ex minatori italiani e dei loro familiari,
gli storici si sono accorti da tempo che i ricordi privati sono stati influenzati dalla memoria collettiva, cristallizzata attorno ad alcuni elementi precisi: i manifesti rosa (in realtà erano di vari colori), Marcinelle, le baracche dove alloggiavano i minatori. “La cosa sorprendente – osserva la storica Anne Morelli – è che questa versione è diventata un kànon per gli stessi ex minatori: tutti hanno visto i manifesti rosa, tutti lavoravano a Marcinelle, tutti hanno vissuto nelle baracche. Un altro esempio: quasi tutte le persone che ho intervistato in passato – molte sono morte ormai – mi dicevano: ‘Quando sono arrivato in Belgio c’era la neve, faceva un freddo, era tutto bianco’. Ora, in questo paese in media nevica otto giorni all’anno. Ecco perché è importante non confondere memoria e storia”.
Pervasiva, oltre che collettiva, questa memoria crea una visione rigida e potenzialmente mistificatoria di ciò che è accaduto.
“In Italia questa ‘leggenda dell’emigrazione’ ha avuto molto successo – sottolinea Morelli –. Circolano tantissime testimonianze e i mezzi d’informazione le riportano senza nessuno spirito critico”. Nel 2003 Morelli ha scritto alla redazione di Porta a Porta per segnalare che un loro invitato, Aldo Mischelotti, sedicente superstite della tragedia di Marcinelle, non era nell’elenco dei sopravvissuti né tanto meno in quello degli uomini impiegati nella miniera. “Non hanno mai risposto. Ora, la domanda è: quel signore credeva davvero a quello che stava dicendo? Si era convinto, come tanti, di essere stato a Marcinelle? O era tutta una montatura?”.
Il museo che non c’è
Morelli è stata una delle principali sostenitrici dell’apertura di un museo dell’immigrazione in Belgio. Su un tema così delicato le probabilità di mettere d’accordo storici e autorità erano scarse, e il progetto è stato accantonato. “Bisogna decidere: vogliamo far piangere la gente sui destini di singole persone o far capire i meccanismi che hanno spinto quelle persone a emigrare?”, riassume Morelli. Nella memoria pubblica che gli Stati tramandano ai loro cittadini non c’è posto per verità troppo scomode. Questa, per esempio:
in Belgio non c’era penuria di manodopera nel secondo dopoguerra, ma nonostante gli incentivi e le minacce di sanzioni i belgi rifiutarono le condizioni di lavoro imposte dall’industria carboniera. Inoltre le autorità italiane sapevano che il lavoro in miniera era rischioso (già nel 1949 il geografo Ferdinando Milone, dopo un’inchiesta tra i minatori italiani in Belgio, ne denunciava le inaccettabili condizioni di vita), ma non dissero nulla. Ai loro occhi era ben più importante allontanare quelle masse di poveri a rischio di contagio comunista e in cambio ricevere del carbone.
Nel museo dell’immigrazione immaginato da Morelli si mostrerebbe anche l’attualità di alcuni meccanismi, svelando l’ipocrisia di quei paesi che parlano di “lotta all’immigrazione” e intanto approfittano del contributo a basso costo fornito da quegli stessi immigrati alle loro economie. Quel museo probabilmente non aprirà mai, com’è probabile che nei programmi di storia delle scuole belghe non venga mai introdotto un capitolo sull’immigrazione. Sta a noi coltivare la memoria in tutte le sue sfaccettature, come fa Olinda. Scusandosi per la calligrafia a tratti impenetrabile, mi ha mostrato degli appunti presi mentre guardava un documentario su Arte. Era la storia di sedici famiglie di agricoltori bergamaschi mandate, nel 1924, a lavorare nel Gers, nel sud della Francia. “Questi poveri contadini avevano
beaucoup d’enfants. C’erano quattro religiose che insegnavano solo in italiano. Le famiglie erano isolate. Quando una donna non rimaneva incinta il prete non le dava l’assoluzione”. Olinda mi lancia un’occhiata divertita. “È successo anche a me, sai? Quand’ero ancora in Italia. Non mi sono mai più confessata”. Scoppia a ridere, poi aggiunge: “Ho preso gli appunti per non dimenticare questa storia. Volevo raccontarla a mio figlio.