Con la preintesa firmata all'Aran (ma non dalla Flc Cgil) per i neoassunti ci sarà una sorta di salario d'ingresso: meno soldi a parità di mansioni e anzianità. Una discriminazione inaccettabile DI STEFANO IUCCI
No al salario d’ingresso nella scuola. Per ora la Flc Cgil non ha firmato
la preintesa tra Aran e gli altri sindacati che regola le modalità dell’assunzione in ruolo di 67.000 precari annunciata la scorsa settimana. Le motivazioni le spiega Mimmo Pantaleo, segretario generale del sindacato della conoscenza della Cgil. “Non è accettabile – dice il sindacalista – scambiare il diritto al lavoro per i precari con la riduzione dei loro salari in presenza del blocco dei contratti fino al 2014”.
L’accordo siglato all’Aran, infatti, modifica il ccnl della scuola su un tema chiave, quello degli scaloni retributivi, che vengono ridotti da sette a sei, con la conseguenza che
per i neoassunti, a differenza di quanto accadeva prima, ci vorranno nove anni invece che tre per il primo scatto stipendiale. “Il paradosso – riprende Pantaleo – sarà che a parità di mansioni, con la stessa anzianità, avremo due salari differenti senza peraltro nemmeno prevedere la transitorietà dell’intervento. Questo significa introdurre il salario d’ingresso nella scuola per tutti coloro che verranno assunti anche con le nuove norme sul reclutamento”.
L’Aran per ora ha rifiutato tutte le proposte della Flc, che ha dimostrato, conti alla mano, che
è possibile, senza manipolare le progressioni professionali, mantenere inalterati i costi tramite alcune economie del contratto nazionale del cui utilizzo sono titolari le parti negoziali. L’agenzia ha anche rifiutato di rendere transitoria, e cioè legata al piano triennale di assunzioni previsto dal decreto legge 70/11, la modifica degli scaloni retributivi.
“Per queste ragioni – riprende il leader della Flc Cgil – ci siamo riservati un attenta valutazione delle implicazioni negative di quell’intesa chiedendo delle modifiche al testo siglato all’Aran con l’inserimento dell’indicazione numerica certa delle immissioni in ruolo da effettuarsi a settembre, un riferimento esplicito alla copertura del turn over per gli anni seguenti e la transitorietà dell’intervento sul contratto”.
Nei prossimi giorni la Flc deciderà l'opportunità o meno di firmare dopo una discussione nei propri organismi dirigenti: per gli inizi della prossima settimana è già stato convocato il comitato direttivo, mentre sarà naturalmente coinvolto anche il coordinamento dei precari. È certo che i lavoratori precari non devono essere penalizzati ulteriormente: dopo il danno di tanti anni in cui hanno lavorato a singhiozzo, garantendo però il funzionamento regolare dell’istruzione pubblica, con queste norme subirebbero la beffa crudele di uno stipendio inferiore a quello percepito negli anni di precariato.
Tema caldo di questi giorni, sempre in materia di scuola di lavoratori, è anche quello della Finanziaria che, come era purtroppo ipotizzabile, ha colpito duramente anche la scuola. La Flc ha pubblicato sul
proprio sito un’analisi punto per punto delle norme della Finanziaria che riguardano i settori della conoscenza.
I salari di tutti i dipendenti pubblici restano fermi fino al 31 dicembre 2014 (dunque un anno di più rispetto al blocco triennale deciso dalla manovra del 2010). Il risultato è la
perdita secca di 8.000 euro per un docente di scuola e di 16.000 euro per un dirigente. Si tratta di stime in difetto, calcolate sugli stipendi medi rivalutati sull'indice Ipca indicato dal governo e che è inferiore all'inflazione reale (2,6 per cento a maggio). Naturalmente rimangono al palo pure gli scatti di anzianità e il tutto avrà pesanti ricadute anche sulle pensioni future.
Pesanti anche gli effetti sul ridimensionamento dei plessi: nella scuola del primo ciclo le attuali direzioni didattiche e le scuole medie vengono aggregate in istituti comprensivi che mantengono l'autonomia solo se hanno almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 nelle zone più disagiate. Quando gli alunni di una scuola sono inferiori a 500, poi, l’istituto non avrà un proprio dirigente ma sarà affidato a un reggente (una sorte che dovrebbe capitare a 1.840 istituti) con immaginabili ricadute sul piano dell’organizzazione e della qualità della didattica.
“Con le misure contenute nel testo – attacca Pantaleo – ancora una volta questo governo continua a non investire sul proprio futuro e, anzi, a minarlo in maniera sempre più pericolosa”.