Caduti i regimi, il vento del cambiamento continua a spirare lungo la costa meridionale del Mediterraneo. Ma la rivoluzione non si fa in un giorno La parola ai protagonisti. Storie da Egitto, Tunisia, Palestina DI MARTINA TOTI
La rivoluzione non si fa in un giorno. Ce lo hanno ricordato le migliaia di manifestanti egiziani tornati in piazza Tahrir. Ce lo ha rammentato il Marocco che ha approvato una nuova Carta costituzionale grazie a un referendum popolare e partecipato. Caduti i regimi, il vento del cambiamento continua a spirare lungo la costa meridionale del Mediterraneo nonostante le repressioni, che ancora colpiscono la popolazione, e a dispetto della guerra che blocca la Libia. In piazza Tahrir, al Cairo, ci sono di nuovo le tende del movimento per la libertà perché, se Hosni Mubarak se ne è andato, è pur vero che l'agenda del governo non è cambiata di molto.
Ne discutiamo con il giornalista egiziano Medhat El Zahed, direttore del dipartimento ricerche del
Development Support Center: "In Egitto comanda ancora il neoliberismo. Se consideriamo il bilancio statale di quest'anno, basta osservare da dove sono state prelevate le risorse e come sono state spese. I ricchi e i potenti non sono chiamati neppure a versare il loro contributo poiché il sistema fiscale è molto debole nei loro confronti. Così le tasse sono pagate soprattutto dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. Per quanto riguarda la spesa pubblica, l'investimento su servizi come la sanità o l'istruzione è misero. Se progresso c'è stato, è ancora minimo, ed è solo grazie alla pressione popolare che il governo si sta decidendo a innalzare i salari. È ancora troppo poco: lo stesso Primo Ministro ha affermato di rispettare i principi del libero mercato e questo non risponde, certo, alla volontà di difendere i diritti di cittadini, lavoratori e consumatori".
Poco più in là, superato il confine, c'è Gaza. La terra divisa per antonomasia. Qui l'eco delle rivolte si riverbera su una Striscia martoriata da guerre e conflitti. A raccontarcelo è
Husam Hamdouna, direttore del
Remedial Education Center: "Le rivolte in Tunisia ed Egitto hanno dato ai palestinesi la speranza che l'impegno dei civili possa cambiare la situazione attuale. Anche da noi i giovani hanno intrapreso l'esperienza della mobilitazione organizzando un forum virtuale, nato attraverso Internet lo scorso 15 marzo. Obiettivo principale è risolvere i problemi che attanagliano il nostro popolo: primo fra tutti il difficile rapporto tra Fatah e Hamas. A questo scopo i nostri ragazzi hanno sfilato nelle strade di Gaza per chiedere al popolo di restare unito".
A Gaza le richieste politiche si associano a quelle di giustizia sociale e lavoro: manca il pane. La fotografia che scatta il direttore Husam Hamdouna è desolante. In un quadro dove i principali datori di lavoro sono il governo e l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, e dove il maggior numero di impiegati si trova nel settore agricolo, l'ultima Intifada ha lasciato molti senza un'occupazione. "L'esercito israeliano – accusa Husam – ha distrutto gran parte dei territori. Di conseguenza tanti contadini e braccianti hanno smesso di lavorare. Alcuni di loro dispongono ancora di qualche ristrettissima risorsa. Inoltre anche chi in passato lavorava nello Stato di Israele è fermo. È facile comprendere quale sia la situazione: mancano salari dignitosi e i lavoratori hanno enormi difficoltà a sostenere le proprie famiglie. Restano solo i dipendenti statali e quelli dell'Unrwa (l'agenzia Onu per i rifugiati). In quest'ultimo caso, però, vengono assunti con un programma temporaneo della durata di tre mesi. E allora mi chiedo: cosa accade per il resto dell'anno? Le prospettive economiche e sociali sono davvero pessime."
Il primo paese nord africano ad avere cambiato volto è la Tunisia. Per oltre vent'anni regno indiscusso di Ben Ali, è da lì e, in particolare dalla città di Sidi Bouzid, che è iniziato il cosiddetto "'89 arabo". Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, giovane ambulante di 26 anni, ha deciso di togliersi la vita per protestare contro l'ennesimo sopruso delle autorità che gli avevano sequestrato il carretto con la frutta. Dopo quel gesto estremo, in poche settimane le strade della Tunisia si popolano di giovani manifestanti che invocano "Pane e libertà". Ben Ali fugge e ora il paese si prepara a elezioni democratiche e a una nuova Costituzione. Protagoniste del cambiamento sono le donne, sindacaliste o attiviste come
Saida Garrash, avvocato e rappresentante dell'Associazione Tunisina Donne Democratiche che descrive così la rivoluzione rosa: "L'articolo 6 della nuova legge elettorale – che definisce la parità di genere in politica – è una nostra iniziativa. Siamo state noi a mobilitarci affinché questa disposizione fosse votata. È un segnale forte che permette di dare nuovo slancio alla partecipazione femminile alla vita del paese. Per la prima volta la parità di genere è un requisito imprescindibile nelle liste elettorali: i partiti sono obbligati – pena l'annullamento della loro candidatura – ad alternare donne e uomini mettendo fine alla cattiva abitudine di inserire le prime solo a pie' di lista.A questo proposito ci stiamo battendo anche perché le inseriscano come capolista e alcuni partiti e alleanze hanno già accettato la nostra proposta".
La rivoluzione passa ora per le conquiste democratiche, perché ogni risultato va consolidato nel tempo. Ne è convinto Medhat El Zahed, che prima di dirigere il dipartimento ricerche del
Development Support Center del Cairo scriveva per la rivista
ElBadeel – vale a dire
L'Alternativa – chiusa dal regime di Mubarak: "I media popolari hanno svolto un ruolo determinante, in quanto pluralisti e democratici per natura. A credere più di altri alla possibilità del cambiamento sono stati i giovani. In Egitto hanno scelto di manifestare il 25 gennaio. Nessuno aveva mai sognato di sottrarre quella data al potere costituito visto che da noi quel giorno si celebrano le forze dell'ordine e la liberazione dall'occupazione inglese. I giovani hanno la fantasia tipica della loro generazione, quasi al limite della follia: è una spinta vitale. Non hanno paura di fallire, e questo è positivo per il nostro futuro. Una volta Che Guevara disse che la rivoluzione è come una bicicletta: cade quando sta ferma. I nostri ragazzi lo hanno capito".
Le interviste sono state realizzate durante la XVII edizione del Meeting Internazionale Antirazzista promosso dall'Arci. Sono ascoltabili in podcast su
RadioArticolo1.it