Parla Amelia Andersotten, giovane deputata europea del Pirate Party svedese. Informazione libera e autonoma, partecipazione diretta: "Il nostro ruolo è permettere che questo accada e ci stiamo riuscendo" DI EMANUELE TOSCANO, MOLECOLEONLINE.IT
di Emanuele Toscano, Molecoleonline.it
Il terzo millennio si è aperto con un decennio di grandi mobilitazioni globali, che hanno rimesso in discussione i diversi modi si sentirsi parte attiva nei diversi contesti sociali: dai movimenti per il consumo responsabile, a quelli nati nella blogosfera. Come si inscrive l’esperienza del Pirate Party in questa cornice?
Beh, in realtà il Pirate Party in sé non credo si possa ricondurre a questa cornice. Molte delle grandi mobilitazioni della fine degli anni Novanta e dell’inizio del 21° secolo hanno visto moltissime persone implicarsi attivamente a livello politico. Un partito è spesso un’organizzazione più passiva, e la pratica del voto è un modo di trasmettere le proprie opinioni e i propri sentimenti senza necessariamente essere attivi politicamente tutti i giorni, tutto l’anno. E’ una maledizione e una benedizione per i partiti politici registrare il massimo di attività politica solamente in concomitanza delle elezioni, nei periodi di campagna elettorale.
Poi, ovviamente… il Pirate Party si iscrive in quel sentimento progressista e rivolto al futuro, che è stato un tratto costitutivo che ha caratterizzato i grandi movimenti sociali degli ultimi 10 anni. Questo approccio estremamente non-conservatore alla politica penso sia uno dei tratti distintivi del Pirate Party. E nella misura in cui non vi è nessuna traccia di conservatorismo, possiamo dire che il Pirate Party si ispira a quei valori liberali e a quelle tradizione politica che punta a permettere alle persone di partecipare alla vita politica.
Come è nato il Pirate Party e qual è stato il tuo percorso personale che ti ha portato a diventare parlamentare europeo per questo partito?
Il Pirate Party è stato fondato a Gennaio del 2006 da Rick Falkvinge. Ha creato un sito web, in cui ha spiegato le sue proposte. La cosa ha suscitato un grande interesse, quindi è iniziata una raccolta firme per permettere la partecipazione alle elezioni.
Per quanto mi riguarda, sono entrata nell’aprile 2006 dopo che un amico mi aveva trascinato in uno degli incontri locali del Pirate Party con il pretesto di “mostrarmi una organizzazione che ha voluto il software libero nelle scuole pubbliche”. Quando mi sono trasferita lontano da casa per studiare all’università ho iniziato a frequentare la sede locale di Lund (sud della Svezia, io sono cresciuta vicino a Uppsala, nella zona centrale della Svezia). Ci siamo divertiti tantissimo a fare politica insieme, e abbiamo portato avanti molte campagne soprattutto contro la sorveglianza e vigilanza del pubblico. Successivamente sono entrata nell’organizzazione giovanile, Ung Pirat, dove sono stata coordinatore internazionale. Credo che quando sono state fatte le liste elettorali il partito avesse bisogno di qualcuno che fosse giovane e per di più una ragazza da qualche parte in alto nella lista, e io ero già impegnata sulle questioni internazionali e le questioni dell’UE in quel momento, quindi credo che sia stata una scelta più o meno scontata quella del mio nome.
Si tende a considerare il nostro periodo storico e politico come connotato dal deperimento della partecipazione politica soprattutto delle nuove generazioni, il declino nell’arena pubblica di alcuni dei temi che erano stati centrali nelle mobilitazioni del passato, l’incapacità di incidere in modo apprezzabile sulle decisioni politiche e sulla formazione del ceto politico. L’esperienza del Pirate Party sembra invece andare nella direzione opposta. Come spieghi il successo del Pirate Party e la sua penetrazione nelle giovani generazioni?
La politica richiede un po’ di polemica, no? La sensazione è che qualcosa in realtà stia cambiando. Molte politiche oggi sono fissate a un livello su cui le persone non sentono di poter avere un’influenza concreta (il WTO, WIPO, ONU, UE, etc.) e molti politici (che spesso compaiono sui media nazionali) danno anche loro questa impressione di non avere il potere di influenzare le decisioni che vengono prese altrove (come se fossero ridotti a amministratori, piuttosto che legislatori). Questo modo di rappresentare se stessi e gli altri, incapaci di influenzare i processi politici crea, naturalmente, un disinteresse politico – se non è possibile cambiare le cose, perché a te, cittadino comune, te ne dovrebbe importare? Diventa molto più rilevante in questi casi trovare modi intorno al sistema o all’interno del sistema con cui si può convivere, che credo sia anche qualcosa che molti giovani cercano di fare.
Il Partito Pirata, quando è nato, ha ottenuto dei successi e ha permesso alle persone di pensare che era possibile cambiare le cose – anzi che le cose dovevano cambiare! Questo ha generato una scossa, dando la sensazione a molti che le cose si possono e si devono cambiare. Un esempio ancora più epico di questo è probabilmente il presidente Obama, anche se la sua battaglia per il cambiamento a conti fatti finisce per cambiare molto poco. Ma il Partito Pirata è vincente su piccole battaglie, qua e là, e il dibattito politico riguardo le forme delle politiche d’informazione è finalmente sdoganato. Vi è un supporto relativamente ampio – e che sta diventando sempre maggiore – di tutti gli schieramenti politici per la libertà di informazione e una sua maggiore autonomia. Il Pirate Party svolge un ruolo nel permettere che questo accada, e forse ridà anche una speranza rispetto al fatto che alcune cose effettivamente possono essere cambiate.
Le forme più interessanti di cambiamento le vedo provenire dal di fuori della politica professionale. Riaffiorano nuovamente questi movimenti di liberazione della Rete, che si battono per il rispetto della privacy e al contempo lottano per la condivisione dei contenuti e della conoscenza. Questo è fantastico.
Qual è, tuo avviso, la dimensione culturale della battaglia che state portando avanti e a che punto è al Parlamento Europeo?
Il Parlamento europeo non può presentare leggi. Solo la Commissione europea può avere iniziativa legislativa o proporre cambiamenti nella legislazione. Il Parlamento europeo e il Consiglio dei Ministri possono in seguito influenzare o precisare l’esatta natura di tali modifiche. La Commissione Europea è la più vicina alleata del Consiglio dei Ministri, piuttosto che del Parlamento Europeo: quest’ultimo in realtà è “impotente” quando si tratta di iniziative legislative. Può fare “risoluzioni” e questo è tutto – anche una risoluzione volta a incoraggiare il Consiglio e la Commissione a fare una cosa o un’altra è poco influente e quando si guarda alle risoluzioni parlamentari nel corso del tempo si vede come spesso non siano coerenti rispetto alla volontà espressa dal Parlamento stesso. Il Parlamento Europeo è un organismo politico molto “influente”, ma senza nessuna influenza sull’agenda politica.
Credo però che stia avvenendo un cambiamento nel modo in cui il Parlamento affronta i temi delle tecnologie dell’informazione e delle nuove comunità digitali. E per buona parte del Parlamento europeo riesce a rappresentare i cittadini Europei, piuttosto che i singoli interessi nazionali (cosa che, ovviamente, è particolarmente importante quando si tratta di questioni come le telecomunicazioni e le comunità transfrontaliere, come quelle on-line). E ascolta la gente, come ad esempio ciò che dice l’opinione pubblica. Attualmente l’opinione pubblica si sta esprimendo sempre di più a favore della libertà di informazione e per un tipo di comunicazione e di autonomia di informazione per gli individui.
Il fatto che il Pirate Party abbia ottenuto seggi al Parlamento Europeo probabilmente ha creato una maggiore consapevolezza politica in queste istituzioni, sollevando importanti questioni politiche in una cornice e in un modo in cui non sono state formulate in precedenza, ma che tutti i politici e gli ideologi dovrà prendere in considerazione quando fanno politica.
Pensi che l’esperienza del Pirate Party svedese potrà replicarsi con la stessa intensità anche in altri paesi in Europa e nel mondo? Se sì, se no, perché?
L’esperienza delle elezioni europee? Sì, perché no?
Nelle elezioni locali e nazionali del Pirate Party svedese effettivamente è stato piuttosto debole, in grado di raccogliere solamente lo 0,6% dei voti. In altri Stati membri europei, come ad esempio la Repubblica Ceca, il numero di voti è sicuramente inferiore al 7,1%, che è quanto ottenuto alle elezioni europee, ma siamo comunque stabili (circa l’1%, che comunque non è sufficiente per entrare nel loro Parlamento). In Germania, Svizzera e Spagna (Catalogna) abbiamo rappresentanti locali! Quindi si potrebbe sostenere che per alcuni aspetti Germania, Repubblica Ceca, Svizzera e Spagna sono attualmente ancora più forti rispetto alla controparte svedese del Pirate Party, visto che ottengono la fiducia degli elettori e riescono anche a vincere su ambiti elettorali diversi. Siamo come… un ampio fronte europeo, che sta arrivando per salvare il futuro!
In Italia la rete, i social network, hanno giocato un ruolo determinante per la nascita e lo sviluppo di nuove forme di partecipazione politica e culturale, come ad esempio la manifestazione del 2009 “No Berlusconi Day”. La rete ha giocato un ruolo determinante anche nelle rivolte del Nord Africa e – nella stretta attualità – per coordinare le mobilitazioni di piazza in Spagna. Qual è la tua opinione a riguardo?
Haha… è un fenomeno molto interessante! La Rete facilita la partecipazione ai processi politici in diverse parti del mondo. Devo solo fare il retweet di una notizia che considero importante per sostenere un evento e renderlo più forte, cosa che è decisamente più facile rispetto ai processi molto noiosi attraverso cui sarei dovuta passare per esprimere il mio sostegno anche solo pochi anni fa. Ciò significa anche che campagne e tumulti politici possono diffondersi molto più velocemente, anche se le situazioni politiche conservano la loro importanza solamente fino a quando manteniamo su di esse la nostra attenzione. Un esempio è il caso della Tunisia. Non so molto riguardo quanto sta accadendo in Tunisia quattro mesi dopo le proteste, ad essere onesti. I tweet feed non sono così più attivi. E se al No Berlusconi Day è stata data moltissima attenzione nel 2009, con difficoltà sono riuscita a trovare su Facebook o su Twitter qualche cosa riguardo le elezioni locali che Berlusconi ha appena perso in tutta Italia. Ho ricevuto la notizia tramite una chat privata con un amico italiano!
Siamo quindi più vulnerabili, forse, a oscillazioni di attenzione molto di più ora che non prima. Ci sono molti modi per le istituzioni di far uso di questa debolezza (se si mantiene una posizione abbastanza a lungo, l’attenzione su quel determinato aspetto cala). Un’altra vulnerabilità è che si è totalmente dipendenti da attori esterni – operatori di Internet, operatori di telefonia mobile, enti privati online (Twitter e Facebook) – la maggior parte dei quali sono sul mercato e la maggior parte dei quali seguono le direttive politiche quando devono (si pensi al caso Wikileaks lo scorso anno e il blocco che Visa, Mastercard, Paypal, etc.) hanno permesso al suo finanziamento. Non è necessariamente una cosa buona avere tanto potere accumulato nelle mani di alcuni operatori commerciali, quando si tratta di attivismo politico (saremmo in grado di criticare Facebook su Facebook? In modo serio? Chi decide se sì o no?) D’altra parte, esistono progetti per creare valide soluzioni alternative non commerciali? Ciò che rende Twitter un’eccellente macchina per la mobilitazione è la dimensione della rete sociale, giusto? I mezzi di comunicazione sociale alternativa attualmente esistenti semplicemente non hanno le dimensioni e la diffusione per fornire quel livello di consapevolezza politica. Questo è un bel dilemma.