Fino a qualche decennio fa la scuola non aveva rivali. Quello che i nostri nonni sapevano – poco o tanto che fosse – lo avevano imparato in classe. E basta... DI STEFANO IUCCI
... Da ciò un prestigio immenso,
il senso diventato comune di una missione storica che progressivamente ha portato con successo all’alfabetizzazione di massa. Certo la televisione cominciava già a penetrare nel quotidiano delle famiglie: ma allora c’era il maestro Manzi a fare da star. E la forza comunicativa del maestro Manzi veniva addirittura dall’ostensione di una bella lavagna polverosa di gesso. Un’immagine oggi neanche immaginabile.
Negli ultimi anni la scuola ha perso centralità non solo per le malefatte dei governi e i suoi limiti ed errori, ma anche perché subisce costantemente la pressione di agenti formativi e informativi che sui giovani hanno più appeal. Per questo
mai come in questo momento storico essa non può dar più nulla per scontato: deve mostrare a tutti quello che fa giorno per giorno, i risultati raggiunti e quelli che sfuggono e perché, nel caso, sfuggono e come fare per acquisirli. Deve insomma render conto agli altri anche per migliorare se stessa. Ecco, questa è la valutazione che ci piace.
La buona valutazione non è quella che assegna cappelli d’asino o targhe attraverso test a risposta chiusa. I risultati dell’insegnamento e dell’apprendimento, come spiega Vertecchi nell’intervista che pubblichiamo, vanno valutati sistematicamente e nel tempo: in rapporto ai punti di partenza e a quelli di arrivo, perché la misura dell’istruzione è la lunga durata della vita non l’istantanea di un flash fotografico che scopre colpevoli e indica chi punire.