Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Reportage

Castellammare, la città delle navi

   Print  

La crisi di Fincantieri mette a rischio un patrimonio storico, cresciuto e stratificato nel tempo, fin dall'epoca dei Borboni. E sulle prospettive molto incerte per il futuro incombe l'ombra della camorra DI GIOVANNI RISPOLI

di Giovanni Rispoli

 (immagini di Stefano Iucci)
“Un lavoro che ha avuto a lungo un carattere artigiano, il contrario della grande fabbrica tayloristica, dell’auto e della Fiat, per intenderci”. Catello Di Maio i Cantieri navali di Castellammare di Stabia li conosce come le sue tasche. Prima di diventare un dirigente della Fiom – è stato segretario generale del comprensorio torrese-stabiese dal 1984 al 2006 –, e poi responsabile della locale Camera del lavoro – l’incarico che ricopre tuttora –, era operaio appunto nell’azienda oggi di Fincantieri. “Operaio elettricista – ci dice –, venni assunto nel ’68”. “All’epoca ti arrivava il ‘disegno di massima’ – racconta –. ‘Di massima’, ripeto: poi toccava alla squadra adattarlo durante la costruzione della nave, dovevano intervenire gli operai, con la loro testa. Era un lavoro duro, pericoloso ma anche creativo. Un allestitore, un tubista, doveva metterci il suo ingegno. Nel tempo è cambiato, certo. Ma il lavoro ha conservato questa sua qualità di fondo”.

Di Maio armeggia con il cellulare, lo gira verso di noi: la Nuova Trieste che scivola in mare, anno 1994. “C’era il varo sullo scalo. Vedi? I lavoratori sotto, con le famiglie, a salutare la nave: l’orgoglio operaio, l’orgoglio per la propria opera, faceva venire la pelle d’oca. Disperdere un patrimonio così sarebbe davvero un delitto”.

Disperdere un patrimonio così… La vicenda Fincantieri – società di cui il sito campano, come si sa, è parte decisiva –, dopo l’incontro d’inizio giugno al ministero dello Sviluppo, è ora in una sorta di standby, in una fase di stallo: ritirati i 2.500 licenziamenti di Castellammare e Sestri Ponente, tutto è ancora da decidere: “Oggi la politica, per ragioni di sedazione della reazione sociale – scrive su Repubblica Ugo Marani, economista e presidente dell’Ires Campania –, chiede a un modesto management di soprassedere ai licenziamenti, come se la rimozione del problema” – sintetizziamo – fosse una soluzione e servisse a tutelare i posti di lavoro. Ma serve solo per lo spazio d’un mattino, e “lo spazio di un mattino è breve da passare”.

Una storia importante
“I Cantieri navali sono stati e sono la città. Che fa quello? ’O mast d’o cantier’, si diceva. Lo sono stati quando a Castellammare c’erano altre fabbriche, lo sono a maggior ragione oggi che tutto il resto non c’è più”. Salvatore Vozza, entrato nel ’68 come operaio appunto in un’altra fabbrica – “la Falck, eravamo settecento, carrozze ferroviarie, bulloni e raccordi” –, deputato tra il ’92 e il 2001 di Pds e Ds-l’Ulivo, poi sindaco di Castellammare tra il 2005 e nel 2010, oggi dirigente del Sel, ha seguito passo passo la vicenda dell’industria stabiese e dei Cantieri.

Rifacciamo con lui, e con Di Maio, un po’ di storia: i Borboni, Acton e la nascita dei Cantieri navali nell’ultimo ventennio del 700, poi l’unità d’Italia, il nuovo regno, la Duilio e l’Audace, 1871, prima nave in ferro; e ancora, il 900 e nel ’31 l’Amerigo Vespucci, nave scuola della marina militare, quindi la nascita di Navalmeccanica, nel ’39, la guerra e la ricostruzione, e più avanti nel tempo, nel ’66, la riorganizzazione della cantieristica nazionale, con la creazione dell’Italcantieri, infine l’assorbimento nell’84 all’interno di Fincantieri.

Una storia importante, “in cui – annota Di Maio – il nostro è stato a lungo l’unico cantiere in grado di realizzare qualsiasi tipo di imbarcazione. Gli altri avevano ognuno la propria specializzazione, noi sapevamo fare tutto”. “Una vicenda con un peso forte nella vita della città, di Napoli, dell’intero Mezzogiorno – aggiunge Vozza –; da cui è stata segnata la formazione e selezione delle classi dirigenti, l’elaborazione politica, l’iniziativa del sindacato”. “Ricordo quando si cominciò a parlare dell’arricchimento del mestiere, dell’allargamento delle mansioni dei singoli lavoratori – riprende Di Maio –: le tante discussioni, noi divisi tra chi pensava fosse un passo avanti e chi riteneva, invece, si trattasse solo di una trovata del padrone per sfruttarti di più”.
Le stesse discussioni – appassionate, impegnate – che poi hanno accompagnato i momenti di difficoltà o le vere e proprie crisi vissute dai Cantieri nel corso del tempo. Come fu nei giorni del passaggio a Fincantieri o, più avanti, all’inizio degli anni 90, quando si trattò di affrontare la crisi industriale dell’intero territorio torrese-stabiese. “Crisi gestita sapientemente con il contratto d’area – spiega Di Maio –. Alla Cmc come all’Avis o alla Deniver di Torre del Greco la situazione era davvero pesante, e quello strumento ci aiutò tantissimo: riuscimmo a ricollocare tutti i lavoratori usciti dal ciclo produttivo”. “Ne beneficiò anche Fincantieri – ricorda Vozza –. Si doveva costruire un capannone e c’era il vincolo del Put. Si utilizzarono le procedure del contratto d’area per la variante, e nacque appunto il nuovo capannone: in forma di nave, per restare in sintonia con l’ambiente circostante”.

“Un’esperienza che dovrebbe far riflettere ancor oggi. Perché con le istituzioni, all’epoca, si creò un’ottima sinergia – prosegue Vozza –. Pensa che il primo responsabile del contratto d’area fu Francesco D’Ercole, che era di An, e presidente della Regione era Rastrelli, di An anche lui. Poi importante fu anche il ruolo di Bassolino. Insomma, nonostante l’alternarsi dei governi, sulla crisi riuscimmo a ‘tenere’, come suol dirsi. Ci fu grande senso di responsabilità”.

Un impegno, questo delle istituzioni, riproposto nella seconda metà degli anni 2000, con il coordinamento dei sindaci. “Il nostro sforzo – racconta sempre Vozza, nel periodo primo cittadino di Castellammare, ricordavamo sopra – era di riflettere sulla fisionomia futura dell’industria cantieristica nazionale, sul suo rapporto con l’evoluzione del mercato, e di costruire insieme una visione unitaria del settore. Un lavoro utile, che ci permise di diventare interlocutori dell’impresa e delle istituzioni. Un lavoro che poi si è interrotto, purtroppo”.

Istituzioni assenti
“Oggi le istituzioni non aiutano – riprende Di Maio –. Nel suo articolo Marani ha ragione, il problema è stato solo temporaneamente accantonato. Niente viene dai ministri dello Sviluppo e del Lavoro, niente dall’amministrazione locale. Il sindaco Bobbio in seguito ha cambiato opinione; ma inizialmente ci aveva comunicato che oramai Fincantieri era sull’orlo del fallimento e quindi, per il lavoro, bisognava pensare ad altro. Insomma, la sensazione è che non ci siano più sponde”. “E questo in un panorama sociale disperante – aggiunge Vozza –. A Castellammare, oggi, così com’è accaduto altrove negli ultimi mesi, il problema è come teniamo insieme diritti e lavoro, come uniamo il rilancio di un’impresa, i Cantieri, e l’affermazione dei diritti delle persone”.

“In una realtà che, sotto il profilo della condizione lavorativa, vede una divisione tra gli stessi operai – osserva Di Maio –. Divisione che passa tra i meno tutelati, gli operai degli appalti, gli indiretti, e quelli direttamente in produzione. Con i primi, fatto importante, oggi in maggioranza: sono quasi il doppio dei secondi, circa milleduecento contro seicentocinquanta. Il rapporto che c’era un tempo si è capovolto: per una scelta precisa di Fincantieri. E tutto questo in una situazione in cui per gli operai delle ditte di appalto, al contrario d’una volta, stante la crisi, il lavoro altrove non c’è. Per l’immediato siamo stati capaci, siamo stati bravi, abbiamo garantito anche a loro la cassa integrazione, scattata nel 2009. Ma la soluzione, inutile dirlo, non è nella cig”.

Il domani
Un’osservazione, questa di Di Maio, che ci porta direttamente alle prospettive future. Alla crisi, nata dall’eccesso di capacità produttiva della cantieristica, l’azienda ha dato una risposta di una mediocrità sconcertante: tagliare e ridimensionare, anziché misurarsi con la sfida dei mercati, la competizione di cinesi e sudcoreani. Poi, in un secondo momento, per ragioni di opportunità, è venuto il passo indietro. Ma il problema rimane, gigantesco. Allora, interrogativo classico, che fare? “Occorrono un nuovo bacino di costruzione e la ristrutturazione dell’area, per riconvertirsi a nuovi modelli – ci dicono Di Maio e Vozza –. Se non ci si vuol ridurre a una produzione di nicchia, le navi oggi necessarie, le mini cruises, e poi i traghetti e le bulk carrier, non possono essere costruite sullo scalo, come si è fatto finora. Il problema dell’investimento per il bacino, dei 350 milioni di euro necessari, va affrontato con Regione, governo e Fincantieri. Quello delle nuove commesse e degli incentivi agli armatori, invece, va risolto anche con l’intervento dell’Unione europea. Ma sarebbe necessario un lavoro di squadra, un esecutivo, oggi inesistente, e una politica industriale, di cui parlare è impossibile. Se così non sarà i Cantieri finiranno in uno spezzatino. E anche l’altro versante di Napoli, dopo la scomparsa dell’Italsider di Bagnoli, perderà la sua presenza industriale. Una prospettiva drammatica, com’è evidente”.

Una prospettiva, in conclusione, sulla quale incombe l’ombra di un soggetto che finora non abbiamo evocato: la camorra. “Se anche a Castellammare l’industria finisce, se pure i Cantieri navali spariscono, non resta altro. Dove chiudono le fabbriche arriva la camorra”. L’affermazione, secca, è di Francesco Barbagallo, storico, docente alla Federico II di Napoli. “Perché non si tratta solo di un potere criminale, ma di un potere economico-finanziario in grado di occupare tutti gli spazi che le attività produttive sane gli lasciano”. “Se ne parla e se riparla di continuo, ma forse non è chiaro – continua –: la camorra non ha bisogno di andare in banca a chiedere prestiti, la camorra banca se stessa. Dispone di grande liquidità, il solo problema è dove investire: la sua concorrenza, per questa ragione, non teme rivali”.

Giriamo l’osservazione a Vozza: “Il rischio c’è di sicuro – risponde –. Ma il problema non è ‘solo’ la camorra, il problema è, con la camorra, l’illegalità, la deriva del vivere civile. Vedi, una volta accanto alla Falck c’era un quartiere, si chiamava non casualmente Cantieri Metallurgici, si chiama ancora così, abitato essenzialmente da famiglie operaie. Li vedevi uscire al mattino, i lavoratori, già in tuta: erano a un passo, non avevano bisogno di cambiarsi in fabbrica. Legami e valori forti: un mondo che non c’è più, un tessuto sociale sofferente”. “Cosa voglio dire – conclude –? Che il rischio di un prevalere della camorra, dei poteri criminali, se la crisi non trovasse uno sbocco positivo sarebbe sicuramente elevato. Ma il dramma non si esaurisce qui. Il problema, andando oltre, è che se chiudi i Cantieri chiudi la città. Questo, semplicemente questo”.



Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS castellammare fincantieri fiom

21/06/2011 12:22

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


Alcune immagini

Tsunami democratico

articolo di Gaspare.Serra

Libera corruzione in libero stato

articolo di alfadixit

Crisi: il fondo del fondo

articolo di idelbo

Tutti i contenuti della community

Pubblica i tuoi contenuti su Rassegna.it